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Padre Giuseppe Ramponi ha lavorato per quasi 19 anni in Ecuador, nelle missioni di Licto, Punin e Flores. Nel momento di trasferirsi a Guayaquil per continuare la missione fra gli indios emigrati nella grande città, guarda indietro e riflette sul lavoro svolto in questi anni.
I PARTE
Un lungo processo di educazione e formazione Sono arrivato in Ecuador il 17 febbraio 1987. L’obiettivo più importante del mio lavoro di tutti questi anni è stata la formazione dei catechisti per metterli in grado, poco a poco, di svolgere in modo adeguato la loro missione: costruire la Chiesa. La Chiesa era già nelle loro mani, ma solo a parole. In realtà vivevano una sorta di frustrazione perché non si sentivano idonei al loro compito. Avvertivano un senso di inadeguatezza che li faceva sentire come alieni alla propria responsabilità, e incapaci di assumerla in modo convinto.
Si trattava di un problema di formazione. Così abbiamo adottato la parola “capacitación” (abilitazione) per esprimere il processo di educazione e formazione che bisognava incamminare per metterli in grado di compiere la propria missione e dare il meglio di se stessi. Tutto è educativo e tutto deve essere formativo. E questo affinché non fossero dei semplici sacrestani, ma dei leaders, dei dirigenti, capaci di aiutare la propria comunità a crescere nei vari aspetti sociali e religiosi che la caratterizzano.
In Africa avevo lavorato molto con i catechisti; lì essi erano l’anima del villaggio, gli animatori della fede. Qui, in America Latina, non c’era bisogno solo dell’animatore della fede, ma anche del promotore umano, cioè del promotore di tutti quei valori che aiutano la comunità a crescere, a svilupparsi e ad essere seriamente responsabile della propria conduzione.
Imparare per crescere In questo senso mi sono sempre impegnato nel campo dell’educazione perché credo fermamente che essa sia lo strumento più idoneo per aiutare i poveri. A Licto seguivo 28 comunità e ognuna aveva uno o più catechisti. Ogni chiesa aveva il proprio direttivo e quindi era in grado di gestirsi; esisteva un programma e l’impegno di realizzare dei progetti. In una parola: si trattava di una Chiesa viva, in cammino. Così, alla fine, io ero solo una specie di coordinatore, di dirigente a conoscenza di tutto e consulente di tutto, però erano loro che dovevano agire. Quando c’era da fare qualcosa toccava a loro darsi da fare e, se non ne erano capaci, dovevano imparare. Quando si trattava di mettere in atto un nuovo progetto mandavo qualcuno ad imparare, a “capacitarsi” e poi costoro dovevano insegnare agli altri la tecnica appresa.
Per esempio, abbiamo iniziato un progetto di apicoltura, ma gli indigeni non avevano alcuna esperienza in questo campo. Allora ho mandato uno ad imparare il mestiere e questi l’ha insegnato a varie persone delle diverse comunità così, oggi, in tutte ci sono alveari e c’è produzione di miele.
Poi abbiamo introdotto l’uso del computer nelle comunità e nelle scuole. Così qualcuno è andato a fare un corso di informatica a Riobamba e poi questi ha insegnato a usare il computer agli altri. Il nostro motto era: “meglio che tutti facciano poco piuttosto che pochi facciano tutto”. Questo obiettivo si raggiungeva per mezzo dell’educazione e della formazione. Posso dire che tutti erano impregnati di questa ideologia. Tutti dovevano imparare. Collaboravo con il governo come consulente delle scuole allo scopo di renderle più funzionali e l’idea era proprio questa: le scuole non erano distributori di nozioni, ma centri educativi comunitari dove tutti dovevano imparare, non solo gli alunni, ma anche i maestri, i genitori e i dirigenti. Oltre ai maestri, infatti, anche i genitori e i dirigenti dovevano essere responsabili della scuola.
Il progetto “bambini disabili” Mi sono occupato anche dei bambini disabili, un progetto che mi stava molto a cuore. Di solito le famiglie li nascondono. Siamo andati a cercarli, con i catechisti, nelle comunità. Quindi abbiamo aperto un centro di accoglienza giornaliero a Licto, tenuto da ragazze indigene, dove erano seguiti e preparati per essere poi avviati a dei centri di recupero specializzati per disabili: sordi, ciechi, ritardati ecc. Naturalmente era previsto anche il trasporto giornaliero a Riobamba.
Dopo due anni e mezzo, cioè a maggio di quest’anno, è iniziata la seconda fase del progetto: con i catechisti abbiamo creato una fondazione che si facesse carico del problema dei disabili a livello di tutte le comunità e avviasse anche delle soluzioni al riguardo. Ora non si trattava più di cercare i disabili, ma di cercare una casa per loro e, la prima casa, come si sa, è la famiglia mentre la seconda è la comunità.
Tutto ciò, ripeto, è stato possibile grazie al processo di formazione ed educazione che abbiamo portato avanti. Non abbiamo mai visto alcun progetto al di fuori o separato da questa idea: imparare, diventare “capaci”, perché se io ti do mille e tu sei capace di ricevere solo uno non puoi progredire. Quindi, questa è stata la norma delle norme, il progetto grande: tutti i responsabili devono imparare per crescere. In questo senso, innumerevoli sono stati i corsi che abbiamo fatto per tutte le categorie, soprattutto per i catechisti; tutto doveva servire per formarli e abilitarli alla loro missione. Allora sì, si sono sentiti anche gratificati. Allora hanno osato anche partecipare all’amministrazione della cosa pubblica e si sono sentiti pronti a rispondere a certi requisiti della pastorale.
Consapevoli della propria missione Mi è dispiaciuto un po’ che la diocesi in sé non ha risposto a questo stimolo rimanendo ferma solamente all’ambito politico dei problemi. In diocesi si pensava che il compito della Chiesa si esaurisse nella rivendicazione dei diritti e nell’ottenere il loro riconoscimento. Ora, se io riesco a convincere qualcuno che ho il diritto ad essere medico, ma poi non studio per diventarlo… a che cosa serve? La diocesi ha promosso molte proteste rivendicando questo e quel diritto, ma alla prova dei fatti nessuno era capace di usufruire di queste conquiste. E allora a che cosa serviva tutto il suo impegno? Alla fine bisognava sempre affidarsi alle conoscenze e capacità degli altri. Così noi ci siamo sempre sentiti al di fuori della cerchia della diocesi: lì ci vedevano come un po’ strani… infatti i responsabili diocesani dicevano che i nostri catechisti erano molto “integrati”, che erano succubi di p. Giuseppe, ecc… perché con me loro potevano parlare, esprimersi e chiedere il perché di ogni cosa.
La differenza che c’è tra mitologia e filosofia sta in un “perché”: quando io chiedo il “perché”, allora la mitologia diventa filosofia. Che differenza c’è fra mito e dogma se io non posso chiedere il “perché”…, se tu non giustifichi ciò che tu dici? I miei catechisti intervenivano con i loro “perché” in tutte le assemblee e ciò era mal visto: venivano etichettati come “engreídos” (pieni di sé) e si creava una sorta di divisione tra i nostri e tutti gli altri.
Il progetto “bambini a scuola”. Nello stesso modo, o con la stessa filosofia, ho portato avanti progetti sociali, progetti di sviluppo, ma soprattutto lo sviluppo delle qualità, perché anche le qualità devono essere sviluppate, come la fede, ma anche la capacità di apprendimento. Per esempio, un altro progetto, chiamato “bambini a scuola”, prevedeva che le scuole fossero aperte a tutti e idonee per essere amate dal bambino, di modo che questi ci andasse volentieri e riuscisse a studiare meglio che altrove. Così la scuola diventava un centro educativo per tutta la comunità.
E per quanto riguarda i bambini disabili, il primo impegno è stato di inserirli proprio nella scuola locale perché è lì che gli educatori devono cominciare a capire la loro situazione. Da lì, poi, possono essere smistati ad altri centri specializzati. Ma il primo contatto deve essere lì, nella scuola locale, perché l’educazione è tale per tutti, anche per i disabili. Educare è abilitare chi non è abile, non si tratta di aggiustare loro un osso o cose di questo tipo.
A volte i bambini hanno dei piccoli ritardi che impediscono loro di capire. Entrano nella scuola come se cadessero dalla luna e rimangono così, rimbambiti, senza riuscire ad entrare assolutamente nel nocciolo delle questioni Così ho inventato (dopo, gli altri hanno seguito l’esempio) gli “asili integrati” alla scuola: una specie di introduzione o avviamento alla scuola elementare. Sono dei piccoli centri dove il bambino indigeno entra a contatto e nella funzionalità, complessa, ma necessaria della scuola a cui dovrà accedere dopo. P. Giuseppe Ramponi
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