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CONGO – KINSHASA : ITINERANZA EVANGELICA PDF Stampa E-mail
Scritto da P. Tarcisio Crestani   
Padre Tarcisio Crestani, di passaggio per Roma, in attesa di ripartire per il Congo, dove lavora da 32 anni, ci parla del suo lavoro.

Mi pare di poter definire la mia attività pastorale come “itineranza evangelica sulle strade della sofferenza” (prigionieri, infanzia abbandonata, ammalati negli ospedali e nelle famiglie). Una pastorale che faccio non con mezzi straordinari o finanziari (che sono sempre necessari dove la povertà è divenuta micidiale), ma con la corona del rosario, cioè col sorriso materno della nostra Consolata.

Ogni settimana vado a visitare la prigione di Kinshasa, una prigione immensa che contiene circa 4 mila carcerati, soprattutto giovani, prigionieri politici e condannati a morte. Ultimamente sono trattati un po’ meglio; non li battono più, sono ammucchiati in grandi cameroni e hanno tutti una gran fame.

Li saluto uno ad uno ed essi mi accolgono con molta amicizia. Mi raccontano i loro drammi, piangono sulla mia spalla e mi chiedono di pregare per loro, soprattutto quando devono comparire in tribunale. Spesso non si trova più la loro pratica e per farla saltar fuori bisogna pagare. Purtroppo la corruzione è dilagante e chi paga esce presto, ma chi non ha mezzi economici rimane dimenticato per sempre in questo luogo di sofferenza.

Da parte mia, mi sento un po’ il consolatore degli afflitti, un’opera di buon samaritano che faccio con le Suore di Brentana che mi accompagnano. Celebro la messa e amministro qualche battesimo, ma soprattutto cerco di diffondere parole di pace e di speranza che per loro sono sempre di grande aiuto perché lì, volere o no, è un posto di grande sofferenza. Molti sono reclusi ingiustamente, per false accuse o per vendetta, e innumerevoli sono le ingiustizie e sofferenze che si vedono.

Amano il rosario e mi chiedono sempre corone; ora ne ho prese una certa quantità, qui a Roma, proprio per loro. Se le mettono al collo per avere la protezione della Madonna. In tutte le loro stanze c’è l’immagine della Consolata che io stesso ho portato. Quando posso porto loro un sacco di pane che poi si dividono tra loro.

Certo, non si entra in questo luogo a cuor leggero: un po’ di paura uno l’avverte comunque e allora, quasi per esorcizzare la tensione, quando arrivo davanti alla porta della prigione, mi viene spontaneo ripetere le parole di Dante: «Per me si va nella città dolente, per me si va tra la perduta gente, lasciate ogni speranza voi che entrate!».

Ora, in Italia, abbiamo fatto una sorta di gemellaggio tra la prigione di Fossombrone nelle Marche e quella di Kinshasa. L’iniziativa è partita dai maestri della scuola interna del carcere: hanno fatto una mostra vendita di oggetti fabbricati dai carcerati che ha fruttato 1500 euro, e che hanno consegnato a me per i carcerati di Kinshasa. Tornando in Congo, li userò per loro. Faremo anche le loro fotografie e un piccolo reportage da scambiare con i carcerati di Fossombrone.

L’altro aspetto della pastorale riguarda gli ammalati: li vado a trovare negli ospedali e soprattutto nelle famiglie. Si vedono situazioni terribili che fanno venire alla mente le condizioni del povero Giobbe. Le famiglie non hanno i mezzi economici per portarli all’ospedale e allora muoiono così, in situazioni miserrime. Numerosi sono i casi di donne che muoiono di parto in casa.

In questi anni ho potuto fare esperienza concreta di come la pastorale del rosario abbia profondamente inciso nell’animo dei nostri cristiani congolesi, sopratutto degli ammalati, che nell’invocazione della Madonna trovano sollievo al loro dolore. Sono convinto che dove si soffre fiorisce sempre il discernimento per una vita cristiana più motivata e la capacità di cambiarla. Ogni sofferenza è speranza di vita, perché accende nei cuori martoriati dal dolore la luce di cose eterne, perché ogni croce è segno di risurrezione.

Ora torno alla parrocchia Mater Dei che è anche santuario della Madonna di Czestochowa. Quando, nel 1980 Giovanni Paolo II venne in Congo, consegnò proprio nelle mie mani il quadro della Madonna Nera. Padre Giacomo Mazzotti è il parroco, mentre il sottoscritto è il rettore del santuario. In questa veste mi occupo dei pellegrinaggi: molta gente viene da Kinshasa, percorrendo anche dieci km a piedi, partecipa alla messa e poi recitiamo il rosario davanti alla grotta della Madonna di Lourdes. È un momento molto sentito durante il quale benedico gli ammalati.

Ritornando in terra congolese, che sento come mia seconda patria, continuerò a camminare nelle misteriose vie della sofferenza con il rosario che riannoda l’uomo a Dio con la benedizione di Maria, fonte di ogni consolazione.
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