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COSTA D’AVORIO - MARANDALLAH: LA MISSIONE TRA I MUSULMANI PDF Stampa E-mail
Scritto da P. Flavio Pante   
Ecco la seconda parte dell’intervista a Padre Flavio Pante, il primo Missionario della Consolata a lavorare in Costa d’Avorio. Nella vita di un prete cattolico, può succedere di essere richiesto dai musulmani di restaurare la loro moschea? Leggere per credere!

II PARTE

La Chiesa
Secondo le statistiche ufficiali i cristiani in questa regione sono meno del 5%. La domenica, tuttavia, la chiesa si riempie. Più o meno sono 150 le persone che la frequentano. Di questi, una parte sono battezzati, una parte sono catecumeni, ragazzi e adulti, dei tre anni di preparazione e altri sono simpatizzanti. Alcuni di loro sono figli di cattolici, altri di animisti e altri ancora provengono da famiglie musulmane che non fanno problema ai figli nel farsi cattolici o perlomeno nel frequentare la Chiesa cattolica. Questo succede quando ti conoscono, quando hanno simpatia verso di te e allora accettano che qualcuno della loro famiglia venga a pregare con te. Nel loro modo di esprimersi dicono: «io faccio cattolico, io vado nella Chiesa dei cattolici perché mi piace, perché mi trovo bene, perché si canta e si danza; quando vado lì mi sembra di pregare».

Una volta al mese celebriamo la messa per tutti gli ammalati e facciamo una preghiera speciale per loro. Anche in questo caso la chiesa si riempie di cattolici e non cattolici. Ogni mese poi avviene la presentazione dei nuovi; nuovi sotto due aspetti: nuovi nati che presentiamo alla comunità e al Signore, e nuovi nel senso di persone che vengono a pregare con noi, anche se non si sentono ancora di diventare cristiani.

Li presentiamo alla comunità, spiegando chi sono, da dove vengono, chi li ha portati... e questo diventa una sorta di atto pubblico dove la persona dice: «d’ora in avanti io vengo a pregare con voi ». Colui che l’ha portata in chiesa diventa come un padrino nei suoi confronti e continuerà a invitarla e a portarla in chiesa. Si tratta di una buona dinamica che permette alla persona di sentirsi accolta e quindi a suo agio nella comunità cristiana.

Poi, ci scherziamo anche sopra perché, presentando una trentina di nuovi venuti ogni mese, la chiesa dovrebbe essere strapiena e insufficiente, ma non è così, per cui ci chiediamo: «dove sono i nuovi che abbiamo presentato nei mesi passati?». Così si vede che vengono e vanno con grande libertà e solo qualcuno si ferma. La cosa bella, di cui ci dà atto la gente, è che essere cristiano vuol dire poter cantare, danzare e pregare nella propria lingua esprimendo ciò che si porta in cuore. Un altro aspetto da sottolineare è l’assenza di proselitismo: nessuno è obbligato a iscriversi, a partecipare o a pagare qualche tassa e - ciò che più conquista -, il missionario accoglie tutti con la stessa amicizia e senza fare distinzioni.

La preghiera dei musulmani
A Marandallah c’è una bella moschea costruita da un ricco musulmano negli anni ’50. Da allora, però, nessuno vi ha più messo mano per farne il mantenimento per cui ha un aspetto alquanto decadente. Ogni venerdì, i musulmani si raccolgono in essa e pregano sotto la guida dell’iman. Il loro culto è piuttosto formale: si tratta di recitare delle preghiere e di soddisfare certe prescrizioni, come da tradizione e, per il resto, il “buon musulmano” può sentirsi a posto. I loro testi, poi, sono in arabo e, a parte poche persone, quasi nessuno conosce questa lingua, per cui li imparano a memoria e li ripetono senza comprenderne il significato.

Una volta ci hanno invitato ad una loro festa, così siamo andati alla moschea e, dopo essere stati presentati all’assemblea, abbiamo partecipato alla loro preghiera. Ebbene, vicino a me c’era uno che aveva in mano un foglio con una sura del Corano e durante tutta la funzione, durata quasi un’ora e mezzo, non ha fatto altro che fissare attentamente quel foglio, come se stesse guardando una fotografia. Mentre gli altri cantavano e recitavano preghiere, tipo i nostri salmi, costui continuava a fissare quel foglio senza distrarsi minimamente. Era un atteggiamento di adorazione della parola scritta... una preghiera legata al pezzo di carta.

Relazioni fra cattolici e musulmani
Le nostre relazioni con i musulmani sono buone. È nostro impegno cercare l’incontro e il dialogo con loro e ciò si esprime nello sforzo di lavorare insieme nel sociale. Il farlo magari richiede il doppio del tempo, ma per noi è importante farlo assieme. In secondo luogo partecipiamo alle loro feste, almeno alle più importanti e a qualche funerale di persone conosciute.

Poi, come comunità IMC, ogni settimana leggiamo insieme il Corano o qualche testo di spiegazione del loro libro sacro proprio perché non si può dialogare con l’altro se tu non lo conosci.

“Anche Allah ha diritto...”
Mentre abitavamo ancora nella capanna di terra, abbiamo scelto di sistemare prima di tutto la chiesa; ciò sarebbe stato molto significativo agli occhi della gente. La chiesa aveva un aspetto di abbandono, non aveva recinto e assomigliava di più a un rifugio di capre che alla casa di Dio. Era una vergogna per noi cristiani e ci faceva fare una magra figura davanti ai musulmani.

Così ne abbiamo discusso con i nostri fedeli i quali, non avendo soldi, si sono tassati con una quantità di riso da dare, nel periodo del raccolto, per il restauro della Chiesa. Abbiamo raccolto molti quintali di riso e, dopo averlo fatto pulire, quando le riserve erano finite, l’abbiamo venduto e così il guadagno è stato superiore al previsto. Naturalmente questo non è bastato, ma il resto l’abbiamo messo noi con aiuti provenienti dall’Italia. Così la chiesa è stata restaurata e dipinta, si è fatta la recinzione attorno e si è costruito un terrapieno con un bel piazzale davanti.

Ricordo che, durante i lavori, i musulmani si avvicinavano, guardavano con interesse e facevano gesti di assenso con la testa dicendo: «sì, la casa di Dio deve essere bella». Alla conclusione dei lavori, la Chiesa aveva un altro aspetto, insomma sembrava una vera casa di Dio. L’abbiamo inaugurata con una piccola festa e tutti erano contenti.

Dopo qualche tempo, un giorno, si è presentata una delegazione di musulmani formata dall’iman, il capo villaggio e altri chiedendo di parlarmi: «padre - mi dicono -, quello che hai fatto per Dio è veramente bello, però anche Allah ha diritto... noi vogliamo che tu ci metta a posto la moschea perché da quando è stata fatta non sono mai stati fatti lavori di mantenimento».

Anche se sorpreso, ho risposto che ero d’accordo: «Dio è unico, così se abbiamo restaurato la casa del nostro Dio, bisogna restaurare anche quella di Allah». Però ho aggiunto: «quale vergogna sarebbe se noi stranieri mettessimo a posto la casa di Allah mentre voi che siete di qui non fate niente. Io penso che ognuno deve fare la sua parte». Ed essi: «noi non abbiamo soldi».

Allora ho spiegato che neppure i cristiani avevano soldi, ma si sono autotassati e così si è potuta compiere l’opera di restauro. Anche loro avrebbero potuto autotassarsi e poi organizzare altre iniziative per raccogliere fondi tipo feste, lotterie e inviare richieste di aiuto a qualche compaesano emigrato nella capitale, dove ha fatto fortuna ecc. Se l’avessero fatto, noi li avremmo aiutati.

Recepito il consiglio, hanno stabilito una tassazione in denaro che veniva raccolta il venerdì in occasione della preghiera nella moschea. Nel frattempo io ho programmato le diverse tappe del lavoro: la somma raccolta era buona, ma non sufficiente e così, mettendoci qualcosa da parte nostra, si poteva eseguire la prima tappa dei lavori.

A questo punto hanno portato i soldi raccolti a me. Io ho cercato di schernirmi dicendo che quelli erano i soldi della moschea e che li dovevano tenere loro. Ma essi hanno insistito: «noi abbiamo fiducia in te più che in tutti gli altri, quindi i soldi li mettiamo nelle tue mani e continueremo a fare così. Tu terrai la contabilità e segnerai le entrate e le uscite».

Purtroppo, poco tempo dopo, prima ancora di iniziare i lavori, sono stato destinato in Italia e così li ho chiamati e ho detto loro che dovevo partire. Ho anche aggiunto, però, che noi missionari decidiamo sempre tutto insieme per cui «quello che io ho detto, lo ha detto anche il padre che è con me e quello che ho promesso continuerà a mantenerlo il padre Martín che rimane qui». In ogni caso, i soldi, per onestà, li rimettevo nelle loro mani.

Essi hanno risposto: «se dipendesse da noi faremmo l’impossibile perché tu rimanga, ma sappiamo che queste sono cose di Dio e se Dio ti chiama altrove, come prima ti ha chiamato qui, sappiamo che egli provvederà a noi in un altro modo». Hanno preso i soldi e li hanno consegnati nelle mani di p. Martín dicendo: «ora tu continuerai il lavoro di padre Flavio e noi continueremo ad avere fiducia in te».

La collaborazione, poi, si è estesa anche ad altre iniziative. Per esempio, dato che il terreno che ci è stato assegnato per costruire la missione è molto grande, abbiamo pensato di adibirne una parte a campo sportivo per i giovani. I musulmani hanno accettato la proposta e così i giovani cattolici e musulmani hanno ripulito e spianato il terreno ricavandone un campo da calcio dove giocano insieme.
Si tratta di cose semplici, ma concrete, che servono a farci incontrare, a creare dialogo e buone relazioni.

Conclusione
Ho lavorato in Costa d’Avorio per 11 anni dando inizio a tre presenze IMC: Sago, Dianra, e Marandallah. Per me sono come i figli di una madre che ama tutti e tuttavia quando ti distacchi dall’ultimo ti dispiace di più perché è il più piccolo. Quando sono stato destinato a lavorare in Italia mi dicevo: «potessi rimanere ancora un po’, potrei concludere tante cose». I progetti avviati sono tanti: dopo aver ristrutturato la Chiesa, c’è da terminare la missione con le varie sale per le attività parrocchiali e gli ambienti per accogliere i laici che vengono a lavorare con noi; c’è da costruire il dispensario e la maternità. C’è il progetto dell’acqua: si tratta di fare una trivellazione profonda per avere l’acqua anche in periodo di siccità.

Quindi un pozzo, dove l’acqua viene estratta con il motore, e un serbatoio dove viene raccolta e possa servire a tutta la comunità. Finora non si è potuto fare a causa della guerra.
Il fronte della guerra è lontano da noi, ma tutta la nostra zona è bloccata dai ribelli: all’entrata e all’uscita di ogni villaggio c’è un posto di blocco dove ti fermano, esigono un lasciapassare, ti derubano... e tutto ciò rende difficili gli spostamenti e il commercio. Noi, più che la guerra, soffriamo le sue conseguenze: la situazione di stallo, l’impossibilità di avere beni di consumo, strumenti di lavoro. La gente non può vendere il cotone e, vivendo di quello che produce, non ha più mezzi di sussistenza.

Ma la missione non è legata ad una persona e quello che non ho fatto io lo faranno altri. In questo senso, da un punto di vista di fede, è giusto che sia così. Dal punto di vista umano, la cosa ti fa male. Hai appena iniziato un lavoro e ti chiedono già di cambiare; devi andare in un ambiente completamente diverso, l’Italia, a fare un lavoro completamente nuovo, e ti domandi se sarai in grado di farcela. È sempre la paura di lasciare qualche cosa che conosci per affrontare qualche cosa di nuovo che non conosci, che non ami ancora e accetti per fede.

Mi consola il fatto che la gente di Marandallah, pur con dispiacere, ha capito: sa che sei l’uomo di Dio e l’uomo di Dio non si può trattenere. Questo me l’hanno detto anche i musulmani. A volte, per fare loro capire la nostra realtà, dicevo che «noi siamo come i soldati». Ma essi rispondevano: «no, voi siete uomini di Dio, e andate dove lui vi manda».
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