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Padre Flavio Pante è stato il primo Missionario della Consolata a lavorare in Costa D’Avorio. Dopo 11 anni di apostolato, durante i quali ha iniziato tre nuove missioni, è stato destinato in Italia dove si occuperà dei confratelli ammalati. In questa intervista racconta la sua esperienza missionaria a Marandallah, l’ultima missione da lui fondata.
Marandallah è parte della diocesi di Odienné. Una diocesi nata nel 1995, al nord del Paese, in una regione povera, costituita interamente da savana. I suoi abitanti sono musulmani nella quasi totalità. Quando siamo giunti in Costa d’Avorio, 11 anni fa, il Nunzio Apostolico ci chiese di andare a lavorare in quella diocesi che non aveva né preti, né catechisti. Diversi motivi ci hanno indotto a stabilire la nostra presenza nella diocesi di San Pedro, tuttavia abbiamo lasciato aperta l’opzione di andare anche al nord quando saremmo stati numericamente più consistenti. Così è stato: dopo aver aperto due centri al sud (Sago e Grand-Béréby) si è pensato di aprire anche al nord e, nel 2001, siamo andati a Dianra, missione della diocesi di Odienné. L’equipe di lavoro era formata dai pp. Ramón Esnaola, Michael Wamunyu e il sottoscritto.
Dianra rappresentava l’unica nostra parrocchia al nord, a circa 500 chilometri da San Pedro. Rimaneva quindi una presenza molto isolata e così, un anno e mezzo dopo, abbiamo aperto Marandallah. Ci è stata prospettata la possibilità di aprire una nuova missione un poco più a sud, ma si trovava a 180 chilometri da Dianra, fra altre tribù e dove si parlava una lingua diversa. Per questo abbiamo ritenuto più conveniente stabilirci in un posto meno lontano, fra genti della stessa etnia senoufo e con la medesima lingua. Questi criteri ci hanno portato ad aprire Marandallah. Era il mese di novembre del 2002.
Il nostro lavoro nella nuova missione doveva iniziare in agosto, ma appena ricevuto il mandato dal vescovo, è scoppiata la ribellione che ha spaccato in due il Paese. Per un po’ di tempo non si è potuto uscire e viaggiare e così abbiamo dovuto attendere qualche mese. A novembre ho inforcato la bicicletta e con un piccolo bagaglio dietro, dove portavo il mio libro di preghiera, un paio di lenzuola, un asciugamano e poche altre cose, ho percorso 80 km e sono giunto a Marandallah.
Si tratta di un centro popoloso abitato da nativi, che si distribuiscono in numerosi villaggi. Ma la maggioranza della popolazione è costituita da immigrati, provenienti dal nord, anch’essi di etnia senoufo e che si sono installati in questa regione perché la terra si presta per coltivare il cotone, il riso e altri prodotti. Vivono in grossi villaggi chiamati “accampamenti” e non sono stabili: si fermano se la terra produce bene, altrimenti, dopo qualche anno emigrano da un’altra parte. La gente del posto li considera “provvisori”: essi infatti non possono piantare alberi o costruire case in mattoni che poi darebbero loro il diritto di restare. Possono coltivare solo prodotti stagionali.
Le difficoltà degli inizi Marandallah era una cappella della parrocchia di Manconò, da cui è stata smembrata. La parrocchia era grande come una diocesi e il parroco riusciva ad andarci solo una volta all’anno. Per il resto, era affidata ad alcuni catechisti. A parte la cappella, non c’era niente. Così, il primo problema è stato il cercare una casa dove abitare. Ho chiesto aiuto ai cristiani, ma non c’era nessuna casa disponibile. Alla fine, il capo del villaggio mi ha offerto una capanna, fatta di blocchi di terra essiccati al sole. Sarebbe dovuta servire da abitazione per un insegnante ma, a causa della guerra, non era più venuto. Alcuni cristiani mi hanno aiutato a ripulirla con una mano di calce. Non c’era né luce né acqua. Fortunatamente, qualcuno di buon cuore mi portava un bidone di acqua che io adoperavo soprattutto per bere.
L’acqua è un problema per tutta la regione. La gente scava dei pozzi profondi anche venti metri e tira su l’acqua a forza di braccia, ma quando giunge la stagione secca anche questi si seccano. Un aiuto l’ha dato la Società del Cotone che ha scavato un grosso pozzo con la trivellatrice ed estrae l’acqua con una pompa a motore per cui, nella stagione secca, se ha carburante sufficiente, offre acqua anche alla gente.
La diffidenza Numerose sono state le difficoltà degli inizi. C’è stata la difficoltà di impiantarsi: i musulmani non volevano che ci stabilissimo in mezzo a loro. Credevano che saremmo andati a invadere il loro territorio e dicevano: «qui siamo tutti musulmani e non abbiamo bisogno di voi». Allora mi sono offerto di aiutare i loro ammalati e questo ha fatto sì che ci accettassero. C’è stata un’assemblea del villaggio e ci hanno assegnato un terreno per costruire la missione vicino alla chiesa. Ma non tutti erano d’accordo e, dopo aver preso le misure e aver piantato i picchetti, durante la notte qualcuno ha strappato tutto mentre correva la voce che «quella terra era loro e non potevano darla a nessuno».
Noi abbiamo continuato a costruire la nostra casetta e a fare l’orticello, nonostante i dispetti, senza nessun tipo di rimostranza. In seguito, quando la gente ha potuto apprezzare la nostra presenza, un gruppo di donne e di giovani, cristiani e musulmani, hanno fatto visita ad un tipo che notoriamente era contro di noi e ci faceva i dispetti e lo hanno minacciato così: «se il padre deve andare via perché non ha un terreno dove costruire la sua casa e ricevere i suoi ospiti, per colpa tua, ricordati che tu morirai avvelenato!». Da quel giorno non abbiamo più avuto problemi.
La lingua A Marandallah c’è anche il problema della lingua perché si parla il senoufo e sono pochissimi coloro che comprendono il francese. Così, per prima cosa ho cercato una persona che mi accompagnasse e mi aiutasse nelle traduzioni. La messa e le altre celebrazioni sono fatte in senoufo. a Dianra, domenica dopo domenica, durante tutto l’anno, p. Ramón e il sottoscritto, abbiamo tradotto i testi liturgici in modo che la gente potesse capire e partecipare. Poi facevamo l’omelia in francese e il catechista la traduceva in senoufo. Quindi è stato fatto un grosso lavoro, direi quasi benedettino, con il quale abbiamo tradotto in lingua locale i testi della liturgia. Per quanto riguarda i testi del Nuovo Testamento, esiste già una traduzione fatta dai protestanti e per ora l’abbiamo adottata anche noi.
Le attività Nel frattempo, assieme a p. Martín Serna che mi aveva raggiunto, abbiamo cominciato a riflettere sul nostro lavoro. Avevamo trasformato la cappella del villaggio in una parrocchia che funzionava a dovere grazie alla presenza di due missionari, mentre il clero locale aveva abbandonato le proprie missioni. Così abbiamo fatto un piano pastorale chiedendoci che cosa poteva essere significativo per la gente in quel contesto di guerra.
Abbiamo deciso che era necessario ristrutturare la chiesa, visitare i villaggi e decentralizzare le attività pastorali. Numerosi sono i villaggi di Marandallah e la gente doveva percorrere anche 20 km a piedi per poter partecipare alla messa o frequentare il catecumenato perchè le attività religiose si svolgevano solo nella chiesetta parrocchiale. Per questo motivo, il catecumenato era frequentato da poche persone, in pratica solo da quelle in grado di sostenere tali fatiche. Gli anziani o i bambini rimanevano esclusi. Così, dopo avere conosciuto tutta la zona, abbiamo decentralizzato le attività pastorali nei vari villaggi con dei responsabili capaci di portare avanti il catecumenato.
Abbiamo poi affrontato il problema della scuola che era stata interrotta a causa della guerra. Così, dato che, durante il giorno la gente lavora nei campi, abbiamo istituito una scuola serale dove si fa ripetizione di varie materie, si insegna il francese ai ragazzi, e a leggere e scrivere in senoufo agli adulti. Di questo si occupava specialmente padre Martín e un insegnante che abbiamo contrattato. Oltre a ciò ci siamo impegnati a sostenere economicamente alcuni giovani della parrocchia, che frequentano l’università in città, con l’obiettivo di averli come insegnanti nella nostra scuola dopo che si saranno graduati.
Quindi abbiamo fissato tre giorni la settimana per offrire assistenza medica alla gente, giorni che poi sono diventati molti di più. Nella regione non esiste alcun dispensario o ambulatorio e c’è il grave problema di assicurare i primi soccorsi in casi di emergenza nonché di trovare medicine di qualsiasi tipo. Così abbiamo istituito il dispensario medico. La voce che alla missione c’era un dottore si è sparsa immediatamente e ciò ha fatto accorrere la gente in massa per farsi curare. In realtà sono solo un infermiere, in ogni caso, per quanto poco io possa fare, è sempre meglio di niente.
La cosa ha assunto contorni così ampi da diventare pesante e spesso anche ingestibile. C’era anche la difficoltà della lingua per cui avevo sempre bisogno di qualcuno vicino che traducesse le richieste degli ammalati. Le medicine, alcune giungevano dall’Italia attraverso i container che ci venivano spediti, altre le trovavamo di contrabbando negli stati vicini. Non potendo viaggiare al sud a causa della guerra, le cercavamo in Ghana, Burkina e Mali, con il problema che, a volte, assieme a medicine buone ce n’erano altre scadenti.
Infermiere-medico Come “infermiere-medico”, mi sono trovato spesso in situazioni difficili e a volte anche imbarazzanti. Per esempio, una notte mi hanno chiamato ad assistere una donna che stava partorendo: aveva due gemelli, uno era nato e l’altro non usciva perché era morto soffocato. Sono situazioni difficili e imbarazzanti... dove, avendo qualche nozione, facevo qualcosa, ma non più di tanto.
Oppure appariva un gruppo di ribelli che, con i fucili spianati, ti chiedevano di curare un loro ferito. Una volta si sono sparati tra di loro e hanno portato un uomo con una mano maciullata avvolta in un asciugamano. Allora, facendo la voce grossa, ho intimato loro di mettere giù i fucili, mentre io avrei fatto quel che potevo. Succedeva di dover cucire brandelli di carne o, ancora più spesso, di doverli tagliare.
Numerosi, poi, erano i casi di avvelenamento: avvelenamento da serpenti o avvelenamento da stregoneria. Qualcuno lo salvavi, per altri invece era troppo tardi. Il problema era che di solito non si sapeva che tipo di veleno fosse. Si chiedeva al paziente da quale serpente fosse stato morso e le risposte erano del tipo: «era un serpente nero..., era un serpente marrone, era un serpente grande...» e allora, in questi casi, se avevano messo un laccio emostatico, facevo sanguinare la ferita, sostenevo il cuore con del cortisone... e, se la persona era robusta, aveva qualche possibilità di cavarsela, altrimenti le speranze erano poche.
I casi più frequenti e difficili da curare sono la meningite, la malaria cerebrale, la tubercolosi e le diarree... spesso mi sono trovato in difficoltà per la mancanza di antibiotici specifici che non si riusciva a trovare. Non di rado ho dovuto curare ferite procurate da arma da taglio o provocate dalle corna dei buoi. A volte fanno lavorare questi poveri animali fino all’esaurimento, cosicché, ad un certo punto si ribellano e scornano dal basso verso l’alto provocando dei veri e propri squarci nella coscia, nel fianco o nel ventre. La gente arrivava tenendosi le budella in mano.
In questi casi così gravi l’unica cosa che potevo fare era cercare di arrestare l’emorragia, sostenere un po’ il cuore e spedire al più presto il ferito all’ospedale più vicino che si trova a 350 chilometri dalla missione. Spedirlo voleva dire cercare una moto che lo portasse; in questo caso andavano in tre: davanti l’autista, in mezzo l’ammalato e dietro, uno che lo sosteneva.
Nel caso in cui il ferito non possa stare eretto si cerca un’auto, ma allora non si sa quando possa arrivare e se arriverà. Si tratta di taxi multipli dove il ferito viene adagiato sul pavimento stretto fra i piedi dei viaggiatori. Se arriva vivo all’ospedale allora cercheranno di fare qualcosa per salvarlo. Se muore lungo il viaggio, viene seppellito nel luogo dove avviene il trapasso. I parenti che lo accompagnano vanno dal capo villaggio e questi organizza il funerale per lo “straniero”: fa scavare la tomba e viene sepolto con una breve cerimonia secondo il loro costume. Poi, quando ritornano nel loro villaggio, si fa il funerale vero e proprio, con solennità, ma il defunto rimane là dove è stato sepolto.
Riconoscenza È bello vedere i vari bambini che ho potuto salvare al momento della nascita mentre stavano per morire. Ed è motivo di soddisfazione sapere che qualcuno guarisce grazie alle cure che gli hai praticato. Non mancano poi i gesti di riconoscenza A volte qualcuno viene a farsi curare e ci si rende conto che il caso è molto più grave di quanto l’ammalato pensi. Allora gli dici che deve partire subito e andare all’ospedale, ma lui risponde che non ne ha i mezzi. In questi casi gli chiedevo quanto aveva e poi calcolavo quanti soldi gli occorrevano per fare l’operazione e la differenza gliela davo io dicendogli: «poi me li restituirai».
In realtà questo è un modo per aiutarli, ed è un gesto di carità che possiamo e dobbiamo fare. Casi come questi sono numerosi e poi uno se ne dimentica. Ma, un giorno, succede che una persona ti dica: «Padre, non ti ricordi di me? Io sono quello che tu hai guarito..., sono quello che tu hai aiutato... e allora ti ho portato un capretto, ti ho portato una gallina, ti ho portato del riso...». In questo modo esprimono la loro riconoscenza.
Promozione umana Il servizio medico, più di ogni altra cosa, è ciò che ci ha resi accetti alla gente. Siamo andati a visitare la gente nei vari villaggi, ma la gente che è venuta da noi alla missione è molto di più di quella che abbiamo incontrato nelle nostre visite. Qui non ci sono limiti di parrocchia e neppure di religione: non si fanno distinzioni fra cattolici, musulmani o animisti... non abbiamo mai chiesto a nessuno la propria religione. A volte, qualcuno si presentava dicendo: «io sono battezzato, io sono cattolico», credendo che questa fosse una condizione per essere curato, ma io facevo capire molto chiaramente che ciò non aveva niente a vedere con la malattia. Così abbiamo fatto sempre con tutti e questo ci ha resi popolari e bene accetti.
Il rischio, soprattutto tra i musulmani, è che ci accettino per interesse: c’è il prete cattolico e questo vuol dire dispensario, ospedale, scuola, ecc. Per questo, il nostro discorso è sempre stato chiaro: «noi siamo qui perché vogliamo condividere la vostra vita in nome di Dio e quanto facciamo esprime il nostro essere cristiani».
Per assicurare la continuità del servizio sanitario anche dopo la mia partenza abbiamo mandato due ragazze, che dimostravano buona inclinazione, nella capitale Abidjan, per prepararsi una in ostetricia e l’altra in pronto soccorso. Il corso è durato sei mesi ed ora che me ne sono andato, hanno preso il mio posto e continuano a curare gli ammalati. Più avanti faranno altri stage per migliorare la loro preparazione. La missione paga loro uno stipendio mensile, per questo chiediamo alla gente una collaborazione minima. Tutto quello che è pronto soccorso, cioè fasciature e cure d’emergenza, è gratuito perché sono poveri e quindi o li aiuti o li costringi ad andar via. Invece, quando si tratta di una cura di medicine, di iniezioni o altro, allora chiediamo una piccola collaborazione.
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