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Padre Giuseppe Ramponi ha lavorato per quasi 19 anni in Ecuador, nella missione di Licto. Nel momento di trasferirsi a Guayaquil per continuare la missione fra gli indios emigrati nella grande città, guarda avanti e cerca di immaginare il suo lavoro futuro.
II PARTE
Realtà indigena attuale. Per l’indigeno, oggi, si aprono nuove prospettive: vive meglio e ha acquisito diritti politici. Per esempio, nella costituzione ora c’è il riconoscimento dei diritti collettivi ad essere nazione, ad essere tribù, ad essere “indigeni”. Ora però manca la concretizzazione di questi diritti, manca la legge organica dei diritti degli indigeni che applichi i principi alle norme pratiche, perché c’è un diritto di territorio, un diritto legislativo, un diritto esecutivo, un diritto giudiziario, un diritto culturale, e qualcuno comincia ad insinuare anche un diritto religioso. In questo senso c’è una proclamazione teorica dei loro diritti, ma manca la messa in opera. C’è la messinscena, ma non la messa in opera.
Il fenomeno dell’emigrazione. Ciò che spinge gli indigeni ad emigrare verso la grande città è la crescita della popolazione, con la conseguente diminuzione di terre disponibili e l’esigenza di migliorare la propria situazione economica. Il fenomeno è sorto vari anni fa quando sono stati eliminati diversi diritti delle aziende: per esempio, il diritto (obbligo) di residenza nell’azienda, per cui gli indigeni hanno acquisito la libertà di cercare lavoro altrove. Da qui si è creata la mentalità migratoria: è diventato comodo emigrare nelle città di Riobamba, Quito, Guaranga, Guayaquil, ecc.
Il fenomeno ha interessato soprattutto Guayaquil perché qui si è sviluppato il flusso delle “provisioni”, cioè dei prodotti della sierra (montagna), soprattutto verdura, patate e mais che vengono portati a Guayaquil per essere venduti. Gli indigeni che vanno in città, come tutti gli emigranti, si adattano a fare i lavori più informali e così, poco a poco, sono diventati rivenditori di verdura, venditori ambulanti di cianfrusaglie, scaricatori ai mercati generali, ecc. La possibilità, per chi ha iniziativa, di migliorare la propria situazione di vita facendo piccoli lavoretti, spesso temporanei, ha alimentato questa mentalità migratoria. Succede, quindi, che il bambino, a 13-14 anni è pronto per emigrare in città, perché là si è già installato suo padre, suo fratello, suo zio, il padrino… i parenti. In questo senso, l’emigrazione rappresenta la prima opportunità, la più immediata e facile per guadagnarsi da vivere.
Al di là del puro fatto economico, si desidera emigrare perché la città rappresenta un mondo diverso da quello originario proprio, dove c’è più libertà e maggiori possibilità. Mentre nella sierra tutto è organizzato: bisogna fare la “minga” (partecipare ai lavori comunitari), stare a quello che decide l’organizzazione e quindi marciare quando si dice di marciare, occupare le strade quando si dice di occupare le strade, ecc…, in città non esiste più l’organizzazione e l’indigeno si sente più libero. Tutto ciò contribuisce a formare quasi un’autostrada mentale migratoria.
La realtà migratoria di Guayaquil Oggi si parla di 300-400 mila indigeni a Guayaquil. La maggior parte sono sparsi nei vari quartieri, ma si stanno già formando delle piccole sacche dove si ritrovano, cercano alloggio o si costruiscono una casetta. In questo modo, poco a poco, vanno migliorando la loro situazione e si stabilizzano definitivamente nella città. Di qui la domanda: che cosa possiamo fare per questi indigeni? Il 60-70% della gente che ho cercato di aiutare, formare e promuovere, nelle comunità di Riobamba scompare e va a Guayaquil. Qui si separa totalmente dal proprio retroterra di origine. Cosa possiamo fare per questi indigeni perché non perdano la loro fede e la loro cultura?
Il vescovo di Guayaquil ha espresso l’esigenza di un’attenzione chiara e specifica verso gli indigeni e vorrebbe creare una parrocchia per loro. Noi siamo interessati a collaborare in questo campo anche se non siamo disponibili a creare una parrocchia. Infatti, se ci manca il personale per mantenere la parrocchia di Licto, mancherà anche per creare una parrocchia a Guayaquil. Però possiamo fare qualcosa sullo stile delle piccole comunità di base tipiche dell’America Latina. Concretamente, a Guayaquil esistono già delle rappresentanze della parrocchia di Licto, dove io ho lavorato fino ad oggi. Ogni villaggio di Licto ha il suo piccolo gruppo di emigranti che vivono nella grande città e che hanno già cominciato a incontrarsi fra di loro.
Comunità di base indigene L’idea è di formare delle piccole comunità di base a partire da questi gruppi. La prima esigenza, allora, sarà di avere un luogo d’incontro, un saloncino, dove la gente possa raccogliersi. Per ora c’è un’unica sala per tutti gli indigeni, gestita dalla diocesi, ma non è sufficiente. A Licto ci sono 28 comunità e ognuna ha il suo gruppo di emigranti che devono potersi ritrovare in un salone proprio, dopo il lavoro, per parlare insieme, trattare i problemi del lavoro, dell’assistenza, della catechesi, dell’educazione, passare il tempo ecc. Quindi sto parlando di vari saloni sparsi nella città secondo le rappresentanze delle varie comunità.
Gli indigeni si ritrovano attorno a questi saloni e formano le loro direttive, come fanno in tutte le comunità indigene. Si tratta di una specie di circoli, ma di carattere etnico, che devono servire per attività pastorali e culturali nello stesso tempo, diventando centri di identificazione dei vari gruppi della città. Lì, ognuno si mette in relazione con la sua gente, parla dei suoi problemi, della sua famiglia, ritrova il contatto con i luoghi di origine dove ci sono ancora i suoi parenti, gli anziani, i genitori, i nonni, i figli, ecc.
Un problema grave che ho incontrato a Licto è stata la mancanza di intercomunitarietà, perché tra villaggio e villaggio si considerano nazioni separate, come se fossero Ecuador e Perù. Ogni villaggio o comune ha una sua struttura giuridica con presidente, segretario, consiglio ecc. Ebbene, questa divisione si riflette anche a Guayaquil. Bisogna, quindi, cercare di creare intercomunitarietà tra i vari circoli curando l’aspetto dell’identificazione di fede e di cultura.
Una parrocchia etnica A Guayaquil avrò la mia residenza nella parrocchia della Consolata del Fortìn e sarò collaboratore di p. Felice Prinelli, ma dedicato alla cura degli indigeni. La mia sarà una parrocchia etnica, non territoriale, legata alle persone e non a un luogo fisso. Realizzerò questo progetto poco a poco, creando un territorio mentale, ponendo queste sale in vari punti della città, allo scopo di far nascere questi circoli, che facciano riferimento a una identificazione, che siano in collegamento con un luogo di origine, con una terra che è ancora viva, che è ancora in contatto, che ha bisogno di essere in relazione affinché non si perda un patrimonio culturale e di fede che è una vera ricchezza.
Questa iniziativa è un’esigenza che nasce dal fenomeno della migrazione. Se il 60-70% della gente di Licto va a Guayaquil è giusto che facciamo qualcosa per loro. In questi anni, a Licto è stato fatto un lavoro serio: sono stati formati catechisti e leaders comunitari che continueranno a camminare nel solco tracciato. Ora, questo nuovo impegno a Guayaquil va visto come una continuazione o una maturazione di quel lavoro.
Quando ero in Africa ho lavorato per nove anni con i Samburu in ambiente tradizionale. Poi sono andato a lavorare a Mombasa dove l’africano era urbanizzato. Di qui mi è sorta l’idea di andare in Colombia per cercare l’africano “sradicato” dalla sua terra. Il progetto per vari motivi non si è realizzato con gli afro della costa, ma può diventare realtà con gli indigeni trapiantati nella città. Mentre il territorio appartiene a una tribù, la città è di tutti, è aperta a tutti, è la metropoli, è la Babele. Tutti possono andare nella città, però ognuno va con la sua fisionomia, con la sua identità. La domanda è se possiamo fare qualcosa affinché questa identità non si perda. Certo, la prospettiva del tremila potrà essere l’integrazione come già avviene in Colombia. Ma è giusto imporre l’integrazione a colpi, senza una mediazione e senza una riflessione?
Padre Felice offre una certa assistenza agli indigeni di Guayaquil già da tempo: ogni settimana celebra la messa per loro in un centro. Allora io voglio allargare le pareti di questo centro, renderlo più grande, non fisicamente, ma numericamente, creando questi circoli. E si chiamerà “Centro Purua” secondo la loro lingua di origine, perché questi indigeni, in origine si chiamavano “Purua”. P. Giuseppe Ramponi
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