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Quest’estate i postulanti di Alpignano hanno visitato le missioni del Sud Africa e del Mozambico.
Il formatore, p. Francesco Discepoli ci aveva proposto questo viaggio come parte integrante del nostro cammino formativo. Il gruppo era composto da sei persone: i pp. Francesco e Antonio Rusconi, e poi Marco, Piero e altri due giovani, Simone e Massimo, che desideravano vivere un’esperienza missionaria per fare luce sulla loro vocazione. All’arrivo abbiamo ricevuto una squisita accoglienza da parte dei missionari e dei loro amici; questi erano ben contenti di invitarci nelle loro case o capanne per offrirci il pranzo, oppure un tè e chiacchierare un po’ con noi; abbiamo persino imparato qualche parolina di zulu!
In Sud Africa abbiamo visitato Embalenhle: una cittadina cresciuta attorno ad una grande industria petrolchimica, la Sasol. Certamente, si tratta di un’opportunità di lavoro per molta gente; ma è anche causa di disgregazione famigliare in quanto gli uomini lasciano i loro villaggi per andare ad abitare vicino al complesso industriale, a centinaia di Km. di distanza, mentre le donne rimangono a casa con i figli. Un’altra conseguenza deleteria del vivere in condizioni promiscue in cittadine sovrappopolate come questa è l’AIDS.
Una tappa successiva del nostro viaggio è stata Osizweni: un tempo era chiamata Osizhini, che significa “posto del dolore”, ma negli anni ha cambiato il suo nome in Osizweni, cioè “luogo di aiuto”. Qui abbiamo partecipato all’inaugurazione di un asilo: i bambini, preparati dalle loro maestre, hanno eseguito delle splendide danze zulu. Vicino a Osizweni c’è Maria Ratschitz, una missione fondata dai Benedettini Trappisti e successivamente abbandonata. Oggi è retta dalle suore Francescane, che vi hanno stabilito il loro noviziato e si occupano dell’assistenza ai malati terminali. Ne abbiamo conosciuti sette di cui cinque affetti da AIDS.
Ci siamo quindi diretti nel Kwazulu Natal, regione in cui più si è conservato lo stile di vita del popolo zulu. A Pomeroy abbiamo avuto la gioia di incontrare le suore Agostiniane che gestiscono un centro ospedaliero e la farmacia. Poi siamo entrati nel vero “regno” Zulu dove, dislocati sulla montagna, ci sono molti villaggi caratteristici, abitati ciascuno da un’unica famiglia. Abbiamo conosciuto Veronica, una giovane mamma e i suoi parenti. Nessuno può entrare in una capanna senza la presenza del capo famiglia locale; dato che questi non c’era, il suo ruolo è stato assunto dalla gogo (la nonna).
Quando è arrivata, siamo stati invitati ad entrare nelle loro capanne. Queste sono circolari, hanno le pareti di pali e fango e il tetto di paglia, trattenuto da una rete di corde fatte anch’esse di paglia intrecciata; il pavimento è in terra battuta. Fa uno strano effetto entrare in quelle abitazioni circolari: ci si sente in una vera casa che fa un tutt’uno con la natura circostante. La gogo e sua figlia hanno chiesto a p. Francesco di benedire le loro abitazioni. È stato un rito molto semplice, anche se abbiamo dovuto camminare parecchio per raggiungere il pozzo dell’acqua che, da queste parti, è un bene prezioso.
Abbiamo speso la nostra terza settimana di viaggio in Mozambico. Questo Paese ha una ricchezza naturale incredibile: le palme da cocco, per esempio, sono dappertutto. In molte missioni la semplice presenza di alcune suore, che prestano la loro opera con amore nel dispensario medico, richiama un gran numero di donne e bambini. Qui, le mamme, fanno visitare i propri bimbi e imparano le nozioni base di economia domestica. Alcune di loro collaborano nella formazione delle altre donne. I missionari seguono le attività nella missione e visitano regolarmente le comunità sparse nella brughiera. Comunità che a volte distano anche centinaia di km, da percorrere per stradette e sentieri di terra.
Quest’esperienza ci ha permesso prima di tutto di vedere concretamente quale sia il lavoro del missionario e poi ci ha arricchiti nel nostro cammino personale, offrendoci spunti utili per trovare risposte alle sfide che la missione futura ci presenterà. Abbiamo visto come il lavoro sia spesso duro, però il desiderio di amare Cristo nei fratelli dà effettivamente la forza di spendere la vita per rendere felici gli altri e quindi anche noi stessi. Marco e Piero
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