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NABASANUKA - MISSIONE TRA LE ACQUE PDF Stampa E-mail
Scritto da P. Josiah K’okal   
VENEZUELA 

I pp. Vilson Jochem e Josiah K’okal hanno iniziato da poche settimane il lavoro apostolico nella missione di Nabasanuka, nel Vicariato Apostolico di Tucupita che si estende su tutto il Delta del Río Orinoco.

L’Orinoco è il fiume più grande del Venezuela ed il terzo dell’America del Sud. Attraversata Ciudad Guyana, il fiume si dirige verso l’Atlantico trasformandosi in una complessa rete idrografica, che si divide in numerosi rami, canali, lagune, zone allagate che si intrecciano tra loro fino a raggiungere, dopo oltre 200 km, l’oceano. Tutta questa regione si chiama Delta del Río Orinoco o Delta Amacuro, con una superficie approssimativa di 22 mila km2. L’area terrestre è coperta da una fitta foresta tropicale popolata da una grande quantità di animali.

La missione di Nabasanuka dista sette ore dalla città di Tucupita. Il viaggio è molto bello, attraverso tutta una rete di fiumi circondati da una fitta vegetazione che permette di apprezzare la meravigliosa bellezza della creazione. La nostra curiara (barca) ha un motore vecchio di trent’anni, per cui a volte fa i capricci lasciandoci in panne in mezzo al fiume a contemplare questo paradiso terrestre fatto di acqua e foresta.

Qualche tempo fa, mentre ci recavamo a Tucupita, - erano le 3,30 del mattino (eravamo partiti un’ora prima) -, il motore si è inceppato e siamo riusciti ad arrivare a Tucupita solo alle 16,30 del pomeriggio. Sono le esperienze, le difficoltà e i pericoli propri della vita missionaria. Quante difficoltà non ha affrontato l’apostolo Paolo nei suoi viaggi missionari? Quanti scoraggiamenti e sofferenze non avranno affrontato i pionieri della nostra avventura missionaria, tanto in Kenya come in altri Paesi durante le prime fondazioni?

Sul piano pastorale stiamo lavorando in un’area di circa 18 mila km2. La terra è molto poca e la maggior parte della superficie è acqua. Tutta la zona è abitata dall’etnia indigena dei Warao, che significa “gente di curiara (canoa)”. Sono oltre 100 mila. Vivono in villaggi, formati da famiglie unite fra loro da forti legami di solidarietà e mutuo aiuto. La direzione e il controllo della comunità è affidato al più anziano, chiamato “Aldamo”. I Warao sono esperti pescatori con varie tecniche e metodi di pesca. Questa è la loro principale fonte di alimentazione. Sono anche cacciatori ed esercitano una caccia di sussistenza. L’agricoltura, esercitata in piccole aree (conuchi) si basa sulla coltivazione dell’“ocumo”, una pianta erbacea con tubercoli commestibili, che rappresentano attualmente il “pane” del Warao. Esercitano un artigianato vario e di grande qualità: amache, ceste, utensili vari, ecc.

Vivere fra i Warao ci ricorda che il missionario è sempre straniero, pellegrino, ospite. È gente molto semplice che ti apre la porta e ti accoglie volentieri. Ci siamo sentiti i benvenuti fra di loro. È bello il modo in cui si riferiscono a noi: non ci chiamano “padri o missionari”, ma “daje” (fratello maggiore) o “daka” (fratello minore). Questo fa sentire l’opera missionaria come costruzione di legami di fratellanza.
L’espressione che usano per indicare il Regno di Dio è “Dioso a Janoko” che tradotto vuol dire: “la Casa di Dio”. È stupendo vedere l’azione di Dio e la missione che ci è stata affidata come un trasformare il mondo per farne una casa, una famiglia dove tutti possono appendere la propria amaca, dove si condivide il poco e il molto che c’è. Questa, dunque, è la sfida che ci presenta la nuova missione: costruire la “Dioso a Janoko”.

Ci sono state affidate 48 comunità Warao, che si possono suddividere in tre gruppi:
1. Quelle che sono già evangelizzate e dove la fede cristiana è radicata.
2. Quelle che hanno avuto contatti sporadici con il missionario per cui la vita cristiana non è ancora impiantata
3. Quelle che non hanno ancora avuto contatti con il vangelo.
Nel nostro lavoro pastorale daremo priorità alla formazione di leaders e di catechisti affinché le comunità cristiane già formate possano camminare con le proprie gambe, anche se la presenza del sacerdote e degli operatori pastorali è sempre necessaria.

Per ora, tuttavia, ci stiamo dedicando soprattutto ad apprendere la loro lingua perché, come si sa, la lingua è la chiave per entrare nella cultura di un popolo. Sempre con lo stesso scopo visitiamo le comunità e ci intratteniamo con la gente, così ci conoscono e noi conosciamo loro. Si tratta dei nostri due impegni più importanti perché senza la lingua non potremo mai essere significativi in mezzo a loro, anche perché in alcune comunità si parla solo il warao. E per quanto riguarda la visita alle comunità sorge, invece, il problema non indifferente del trasporto. La benzina, in sé, non è così cara, ma dobbiamo affrontare enormi distanze per trovarla. Questa, infatti, la vendono solo a Tucupita, a sette ore di curiara. Nelle barche, poi, la benzina va mescolata con l’olio e questo è carissimo.

La sfida è grande anche sul piano della promozione umana dato l’abbandono in cui si trovano queste comunità. In tutta la nostra zona ci sono solo due scuole secondarie (medie e liceo) e questo significa che la maggioranza dei giovani si deve accontentare delle elementari. Gli insegnanti, poi, non hanno una formazione professionale vera e propria.
Il Vicariato Apostolico di Tucupita ha dato vita a una bella esperienza in collaborazione con l’Università Cattolica di Caracas, allo scopo di provvedere ai maestri una formazione professionale qui sul posto. Due volte al mese, durante il fine settimana, dall’università vengono alcuni professori che svolgono un programma di insegnamento.
Per quel che riguarda la salute, ci sono pochissimi centri a cui ci si può rivolgere per visite e cure per cui anche questo campo rappresenta una grossa sfida per noi.
Per il momento a Nabasanuka lavorano quattro Missionari della Consolata: due padri e due suore. Speriamo di poter avere presto altro personale perché “la messe è molta...”.
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