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ITALIA / TORINO
La festa del beato Giuseppe Allamano, che ricorre il 16 di febbraio, in Casa Madre è iniziata il pomeriggio di sabato 11, con una commemorazione congiunta MC-IMC a cui sono stati invitati tutti gli amici. Il tema della serata recitava: “Giuseppe Allamano, uomo e sacerdote di speranza”. Alle 16 il salone è già pieno di invitati. Sul palco il busto del Beato, proiettato sullo sfondo, riempie la scena. Suor Maria Luisa, MC, funge da moderatrice e traccia il programma dell’incontro. Padre Francesco Cialini, come superiore di Casa Madre, dopo aver dato il benvenuto agli amici, legge un messaggio di partecipazione, inviato da don Marino Basso, che si scusa per la sua assenza, perché la stessa sera riceve le consegne come nuovo Rettore del Santuario della Consolata.
Padre Franco Gioda, superiore regionale, saluta i convenuti anche a nome di sr. Cesariana, superiora della Regione Europa. Padre Gioda esorta a parlare dell’Allamano a voce alta perché tutta la Chiesa ne senta le lodi e si augura che i due istituti, usciti dal cuore dell’Allamano, camminino sempre insieme nello spirito e nel carisma del loro Fondatore. Infine, auspica una sempre maggiore collaborazione con i Laici. Ispirandosi allo slogan delle olimpiadi, “Che passione!”, conclude dicendo che «anche noi, a imitazione del Beato Fondatore, abbiamo la “grande passione” per la missione».
L’incontro prosegue con un momento di preghiera intonato alla speranza e guidato dal gruppo Giovani CAM, quindi è il turno dei due relatori: sr. Teresa Edvige e p. Francesco Pavese. Padre Pavese tratteggia brevemente la figura dell’Allamano come uomo e sacerdote di speranza. Una speranza che nasce dalla presenza di Gesù nella Chiesa e si ispira allo zio, san Giuseppe Cafasso, che fu “il santo della speranza”.
Come segno di tale identità riporta la richiesta dell’Allamano all’Arcivescovo di riaprire il Convitto per i giovani sacerdoti, ricevendo come simpatica risposta: «Va bene, di te mi fido». Questa iniziativa ha contribuito a formare un clero fiducioso, sulla scia della morale di S. Alfonso e alla scuola del Cafasso, cancellando gli ultimi residui del Giansenismo.
Il relatore parla dell’Allamano come Fondatore e quindi come sacerdote dalla “speranza universale”. Citando don Divo Barsotti, fa notare che una cosa sembra distinguere l’Allamano da altri grandi missionari: «è assente in lui una visione tragica del mondo pagano». Il problema della salvezza dei non cristiani sembra non avere nel nostro Fondatore niente di angoscioso e di tragico. Non è sicuramente la paura che una massa di persone si danni o che altre religioni prevalgano sul cristianesimo a preoccuparlo. Egli crede nella potenza della redenzione e, quindi, il suo spirito è fiducioso sulle sorti dell’umanità e sulla diffusione della Buona Novella.
La vera ragione della missione è l’amore per Dio e per l’uomo. Secondo l’Allamano, infatti, la vocazione alle missioni «non è altro che un più grande amore al Signore, per cui uno si sente spinto a farlo conoscere ed amare a quanti non lo conoscono e non l’amano ancora». Con altre manifestazioni di questa personalità positiva, il relatore sottolinea la presenza della Consolata: «Noi siamo nati ai piedi della Madonna, a cui l’Allamano affidava le cure e le preoccupazioni delle missioni con la più grande speranza e fiducia».
Infine, p. Pavese indica il metodo missionario promosso dall’Allamano come espressione di grande speranza. Per i nostri primi confratelli, guidati dal Fondatore, la promozione umana è stata ritenuta parte integrante dell’evangelizzazione. Come ha confermato Giovanni Paolo II nel Messaggio per il Centenario: «Il vostro Fondatore, confortato dalla fede e animato da sano realismo, non dubitava che gli uomini avrebbero amato “una religione che, oltre le promesse dell’altra vita, li rende più felici su questa terra”».
Suor Teresa Edvige, dal canto suo, dice che «Noi, missionari e missionarie, siamo i germogli nati dal ceppo della speranza del Padre Fondatore: quella speranza che lo ha portato a vedere oltre, al di là dei confini della diocesi e dell’Italia. La nostra speranza deve essere come la sua, allora siamo suoi veri missionari».
«Per l’Allamano - continua la relatrice -, la speranza è la forza che ha fatto camminare l’Istituto verso le missioni; è stata la forza del suo carisma che ha sorretto l’Istituto nella sua espansione e deve rimanere la forza per la missione futura». E prosegue analizzando brevemente l’influsso che l’Allamano ebbe sulla petizione, rivolta al Santo Padre dagli istituti missionari italiani, perché fosse istituita una “giornata missionaria mondiale”. Petizione che fu approvata dalla Santa Sede nel 1927. Ebbene, «Nella lunga attesa, l’Allamano non ha mai perso la speranza».
«È proprio dei Missionari della Consolata portare la speranza a chi non ha speranza», continua la relatrice ed elenca alcuni esempi: la Somalia, dove ancora oggi un gruppo di Missionarie della Consolata offre la testimonianza del suo gioioso servizio fra i musulmani; e poi i Paesi devastati dalla guerra come Colombia, Mozambico, Liberia, Guinea Bissau… dove «la missione è dare speranza là dove sembra che la distruzione non abbia mai fine».
In Tanzania è sorta e si sviluppa la campagna a favore della vita: «portare la speranza dove la vita sembra sfuggire». E ancora, in Mongolia, dove la gente spera in un lavoro liberante. La povertà, le malattie, le pandemie, come l’AIDS, sono campi di lavoro che aspettano prima di tutto un po’ di speranza. Questo è il carisma del Fondatore, conclude la relatrice: «portare speranza a tutto il mondo che giace nella disperazione». Sr. Teresa termina con una preghiera all’Allamano accompagnata col cuore da tutti i presenti.
Conclusa la commemorazione, la Casa Madre offre un rinfresco a tutti i partecipanti nell’ampio salone Camisassa. È un momento di amicizia e fraternità. La serata trascorre così, gioiosa, sull’onda di una grande speranza.
16 febbraio Festa del Beato Giuseppe Allamano
L’eucaristia solenne è presieduta da mons. Giacomo Lanzetti, vescovo ausiliare di Torino, accompagnato ai lati da mons. Mario Epifanio Ngulunde, arcivescovo di Tabora (Tanzania) e da mons. Aldo Mongiano, vescovo emerito di Roraima. Assieme ai nostri confratelli, vari sono i sacerdoti diocesani concelebranti, tra essi mons. Giacomo Maria Martinacci, cancelliere e don Marino Basso, 8º successore dell’Allamano come Rettore del Santuario della Consolata
La liturgia è animata dalle Missionarie della Consolata, che con un folto gruppo di amici, dame e giovani del CAM, costituiscono il popolo di Dio. Mons. Lanzetti, nella sua omelia, prendendo lo spunto dalle letture, ci parla dell’Allamano come “servo del Signore” che si apre ai fratelli con atteggiamenti di attesa, di pazienza e di rispetto. Come gli apostoli, anch’egli ha ricevuto da Gesù il mandato di predicare il vangelo a tutti gli uomini. Egli si assume questa responsabilità fondando l’Istituto e inviando i suoi missionari e le sue missionarie in tutto il mondo. Il suo coraggio e la sua forza nascono dal colloquio quotidiano con Gesù eucaristia e dalla Consolata. «L’Allamano - conclude il celebrante -, ha affidato il suo progetto di fondazione a Maria Consolata di cui imitava la dolcezza materna e alla cui presenza s’infervorava di passione per l’annuncio del Vangelo alla Chiesa universale».
La celebrazione si conclude con una sosta di preghiera dei concelebranti presso la tomba del beato Allamano. La condivisione fraterna si completa con il pranzo di gala, durante il quale p. Cialini legge il messaggio del Padre Generale nel quale ci augura buona festa nel ricordo del Padre Fondatore, che ci ha lasciati 80 anni fa per diventare il nostro Protettore in cielo.
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