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SINCERITÀ E COERENZA PDF Stampa E-mail
Scritto da Da Casa Madre   


28 novembre 2001

Omelia di p. Sandro Carminati nella presa di possesso come nuovo superiore regionale della Colombia.

Lc 14,15-24

Uno dei commensali, avendo udito ciò, gli disse: «Beato chi mangerà il pane nel regno di Dio!». Gesù rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: Venite, è pronto. Ma tutti, all’unanimità, cominciarono a scusarsi. Il primo disse: Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego, considerami giustificato. Un altro disse: Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego, considerami giustificato. Un altro disse: Ho preso moglie e perciò non posso venire. Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, irritato, disse al servo: Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui poveri, ciechi, storpi e zoppi. Il servo disse: Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto. Il padrone allora disse al servo: Esci per le strade e lungo le siepi, spingili a entrare, perché la mia casa si riempia. Perché vi dico: Nessuno di quegli uomini che erano stati invitati assaggerà la mia cena».

Il brano evangelico che abbiamo ascoltato, parla dell’invito a partecipare al banchetto di nozze del figlio del Re. Applichiamo questo testo come se fosse un invito a partecipare al banchetto del servizio missionario. Tutti siamo stati invitati e, con la nostra consacrazione alla missione, abbiamo offerto la nostra disponibilità e adesione. Può darsi che, nel trascorrere del tempo, abbiamo ricevuto altri inviti e questi sono stati o continuano ad essere motivo di scuse o riserve, che sminuiscono l’entusiasmo della prima adesione, la quale aveva questo obiettivo: costruire e vivere insieme, in unità d’intenti, la vita comunitaria per servire autenticamente la missione. Gli alti e bassi che possiamo sperimentare sono cose della vita, fanno parte della nostra realtà umana, tuttavia sarebbe interessante vivere la realtà di queste elezioni e il servizio che presterà questa nuova Direzione, come un nuovo invito. Alla prima chiamata ne segue sempre una seconda, una terza…, segno della bontà e della pazienza di Dio verso di noi.

San Paolo, nella sua Lettera ai Romani (Rm 12,5-16) ci dà alcune indicazioni circa gli atteggiamenti necessari non solo per ascoltare l’invito a partecipare al banchetto del servizio missionario, ma anche per essere protagonisti attivi della fraternità necessaria fra di noi: «Serviamo - dice - ciascuno con doni diversi» (una vasta gamma di possibilità) e «la carità (il servizio, diremmo noi) non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda…». Le indicazioni dell’Apostolo sono semplici come sempre, ma offrono un contenuto straordinario: costituiscono i presupposti indispensabili per costruire e usufruire di questo “straordinario banchetto” che è la chiamata alla vita fraterna, in comunione, per servire la missione.

Illuminati dalla Parola di Dio, che cosa potremmo proporci come programma di lavoro e di crescita sia umana sia spirituale? Gli impegni, dovuto ad una certa aspettativa interiore, potrebbero essere molti. Tuttavia vorrei proporvi di impegnarci su tre cose.

La prima è la sincerità: «la carità non abbia finzioni», ci ha detto Paolo; sincerità come il contrario dell’ambiguità nelle relazioni. Ci lamentiamo sempre che fra noi il pettegolezzo la fa da padrone, ed è vero. Le cause sono molte, ma la principale potrebbe essere una certa diffidenza reciproca, che nasce da un’errata interpretazione delle nostre differenze, diffidenza che smorza subito il coraggio di esercitare la correzione fraterna.

Educarci, allora, e impegnarci ad essere più sinceri con noi stessi, con la nostra identità di consacrati alla missione, con la nostra responsabilità di inviati e con Dio che vede tutto e conosce tutto - come dice il salmo -, sarebbe un passo avanti nella fraternità.

La seconda cosa, intimamente legata alla sincerità, consiste nel respingere la tentazione di convivere con una specie di doppia vita. Come figli del nostro tempo e della società che ci circonda dobbiamo riconoscere di essere esposti a questa tentazione. La secolarizzazione e il relativismo hanno pervaso non solo i battezzati, ma anche i nostri cuori al punto che, per alcuni, già non sembra essere un problema il convivere - diciamolo così - con la maschera della doppia vita. In nome di una libertà male intesa, cerchiamo di giustificare, con estrema facilità, un gran numero di incoerenze e ambiguità contrarie a ciò che dovremmo essere: uomini generosi, consacrati a Dio nel servizio dell’evangelizzazione.

Al rispetto, mi permetto una riflessione: la presenza di questa realtà rende difficile la convivenza comunitaria, in quanto il criterio personale si impone come norma e giustificazione al di sopra di altri criteri. Potremmo considerare questo fenomeno una malattia contagiosa perché, mi pare, è dall’accettazione passiva della doppia vita in una comunità che nascono le differenze, che diventano addirittura differenze di classe fra di noi (missionari di prima, di seconda…), e si accentua l’individualismo, l’intolleranza, la diffidenza, il pettegolezzo… L’entusiasmo per il nostro servizio pastorale diminuisce in intensità, lo zelo apostolico si raffredda, la stanchezza spirituale si acutizza perché la tentazione di accomodare a nostro piacimento i criteri e le norme minime di convivenza è grande.

Mi sembra che addirittura gli stessi documenti, programmazioni e verifiche che produciamo, possono soffrire della stessa malattia: sono pieni di belle parole, di schemi perfetti, capaci di animare chiunque a una decisa crescita, ma alla fine appaiono come una facciata, uno schermo. Perché? Perché sono documenti nati senza vita, senza un’anima e non riflettono la volontà sincera di lasciarci conquistare, illuminare e lanciare in avanti, con l’entusiasmo che sarebbe necessario, per compiere la nostra missione. Ci lasciano indifferenti e a volte addirittura in disaccordo con quanto noi stessi abbiamo prodotto. È la conseguenza di questa malattia contagiosa, dell’incoerenza tra ciò che siamo ogni giorno e ciò che dovremmo essere.

La terza cosa che vorrei suggerire come impegno, mi permetto di prenderla dall’intervento del card. Ratzinger nel Sinodo dei Vescovi: «La Chiesa - disse - con frequenza si occupa troppo di se stessa e non parla con la forza e la gioia necessarie di Dio e di Gesù Cristo; il mondo non ha bisogno di conoscere i nostri problemi interni, ma il messaggio che ha dato origine alla Chiesa: il fuoco che Gesù Cristo ha portato sulla terra».

Applicando questa considerazione alla nostra realtà comunitaria, sarebbe interessante impegnarci a non dare importanza alle differenze che ci sono fra noi e a non sprecare troppo tempo nella nostra problematica interna, ma piuttosto a orientare tutte le nostre potenzialità nell’annunciare con entusiasmo il vangelo di Gesù; è questo ciò di cui ha bisogno la nostra gente.

Desidero terminare questa riflessione esortandovi a continuare con speranza e fiducia: Dio continua ad invitare, quasi con violenza e vuole che la sua casa si riempia, che la sua comunità, la nostra comunità, si riempia di umanità e di fervore per la santità di vita e la missione.

Assumendo questo servizio, come animatore della comunità, assieme ai miei confratelli del Consiglio, non pretendiamo di cambiare tutto. I passi avanti a livello spirituale e umano che, con l’aiuto di Dio, faremo saranno quelli in cui tutti porremo molta fede e volontà e nei quali tutti ci impegneremo.

Da parte mia animerò la comunità col mio stile e la mia personalità, favorendo la sincerità fra tutti e la coerenza di vita, nel rispetto della persona, senza dubbio, però nello stesso tempo, nel rispetto della fedeltà attiva alla nostra consacrazione a Dio per la missione.

Maria Consolata, nostra madre e il beato Giuseppe Allamano ci illuminino e ci rendano coraggiosi. Così sia.

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