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Venti giugno...! quanti ricordi annessi a questa data! Celebriamo la S. Messa davanti all’immagine della Consolata, uniti col cuore ai nostri confratelli ed alla cara popolazione torinese affollata nel santuario; facciamo gli addii ai nostri nuovi amici, ed in compagnia di Monsignore e del P. Hémery ci avviamo a Nairobi d’onde alle 14,30 partiremo per Naivasha. Nel recarci alla stazione abbiamo un incontro inaspettato: è lo stesso Karòli, il nostro futuro capo, il quale dovendo venire a Nairobi per pagar il tributo al governo inglese, ed anche per prender parte alle feste ufficiali per l’incoronazione del re Edoardo, saputo che ebbe il nostro arrivo, anticipò il suo viaggio per darci qui il benvenuto. Così noi abbiamo il piacere di fare la sua conoscenza, e siccome era in una tenuta non troppo decorosa per un’autorità, e noi eravamo senza stoffe perché già spedite a Naivasha, gli regalammo alcune rupie, affinché potesse comperarsi una coperta in cui drappeggiarsi. Compiuto il nostro omaggio di sudditanza, saliamo sul treno. Appena lasciato Nairobi la ferrovia s’inerpica (è la parola propria) sulle colline del Kikùyu. Dopo un quarto d’ora si rivede la Missione cattolica di Nairobi, ed una mezz’ora più oltre la scozzese protestante. Il paesaggio va crescendo in magnificenza e splendore. La popolazione è assai densa in questo tratto, a giudicare dai numerosi villaggi che s’intravedono, e dai larghi tratti di terreno coltivato assai regolarmente a fagiuoli, patate e mais. Quando le due macchine di testa e di coda si arrestano nella stazione che porta il nome di Kikùju per fare vapore, pare che da ogni cespuglio esca gente che s’affolla a contemplare il treno. Ad 1 ora dopo la stazione di Kikùju i campi coltivati van man mano cedendo il posto a brughiere di piccole piante avviticchiate, le quali poco a poco crescono in altezza. Infine penetriamo in piena foresta vergine. Alle 19,45 arriviamo a Naivasha, sulla sponda del lago omonimo, nel grande piano vulcanico, noto sotto il nome di Rift Valley. Sulla grande pianura, come su molte delle alture intorno è visibilissimo ed imponente il lavorio dei vulcani, nei crateri profondi che paiono minacciare ancora, nei crepacci, nelle lave. A nord e a nord-est però le montagne del Kikuyu ci si presentano coi fianchi ricoperti di verzura. Là è la nostra meta: l’ignoto, a cui però muoviamo fidenti, come inviati di quella invincibile potenza che con dodici pescatori d’anime conquistò il mondo. Siamo come sul limitare del nostro distretto. Vi entriamo appunto nell’ora in cui a Torino si chiude in tutto il suo splendore la festa della Consolata. Coll’immensa folla devota dei nostri concittadini lontani, ci prostriamo in spirito All’are splendenti.... della Vergine, e la sacra laude popolare che s’alza poderosa laggiù ai piedi delle nostre Alpi ci suona in cuore, come una marcia trionfale che ci accolga sul campo aperto alle nostre fatiche. I1 mattino rizziamo le tende: la mia serve pure di cappella. Scarichiamo la merce ed incominciamo il lavoro della divisione in carichi di 65 libbre inglesi o 32 kg. caduno. Il mattino del 23 arrivano alcuni dei messi da noi spediti a Karòli e con essi alcuni karolesi; tutti ci assicurano che i portatori da noi richiesti arriveranno in giornata. Ma questi non si vedono né quel dì né l’indomani. In grazia sua il mattino del 26, quando appena avevamo celebrata la S. Messa, ce ne arrivano 37, appena un terzo di quanti erano necessarii per portare tutto il bagaglio. Immediatamente leviamo le tende; prendiamo i soli carichi contenenti gli oggetti più indispensabili, il rimanente lo lasciamo in deposito a Visbram. Fatti allineare i portatori, distribuiamo i carichi: i più pesanti alle donne. Fa pena, ma è l’uso, ed è pure necessità di fatto, perché le donne son le più forti. Al capo carovana, detto il kirangozi, ed ai due messi di Nairobi diamo un Wetterly caduno con cartuccie. Mi metto alla testa della carovana accanto al kirangozi, Monsignore e D. Gays nel centro, ed in nomine Domini, invocando la Consolata, si parte. Teol. Filippo Perlo
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