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Credo che molti di noi, Missionari della Consolata, da giovani abbiamo sognato di vedere da vicino Tuthu, la prima missione dell’Istituto in Kenya. Tuthu: un piccolo gruppo di missionari che vivono al margine di una foresta, a quota 2500 m; una turbina installata tra alberi secolari; una rumorosa segheria da cui escono case prefabbricate, cappelle, scuole. Se non fosse bastato leggere le brillanti relazioni di p. Filippo Perlo, pubblicate sul bollettino, ci avrebbe pensato fr. Benedetto Falda a tener vivo il sogno di Tuthu, quando lo ascoltavamo, a bocca aperta, in Casa Madre, mentre raccontava con entusiasmo quei lontani giorni. Tanta poesia, anche tanta commozione, ma quanta cruda realtà! Durante il mio recente soggiorno in Kenya, ho avuto il coraggio di chiedere a p. Francesco Viotto, superiore regionale, come dono straordinario, di essere ac-compagnato a Tu-thu. Nessuna difficoltà. Tra un corso e l’altro di esercizi spirituali al Saga-na, con la guida di p. Gerardo Marti-nelli, eccomi ac-contentato. Si ve-rificava un vecchio sogno. Quando si arriva a Tuthu, subito ti viene di cercare il luogo dove, il 29 giugno 1902, è stata celebrata per la prima volta la S. Messa da mons. Allgeyer, vicario apostolico di Zanzi-bar, che aveva ac-compagnato i nostri quattro, arrivati da poco da Torino: p. Tommaso Gays, p. Filippo Perlo, fr. Celeste Lusso e fr. Luigi Falda. A ricordo, ora, c’è un bel tempietto, che sarà ampliato, quest’anno, centenario dell’arrivo. È bello fermarsi qui a meditare e pregare. Sembra di partecipare da vicino a tutto ciò che di meraviglioso si è realizzato a partire da quel 29 giugno, da questo luogo, con il coraggio giovanile e il dinamismo di quattro pionieri, le cui fotografie sono murate qui e ti guardano. Non molto lontano c’è la missione, certo differente dai capannoni di allora. Una bella chiesa, con un’artistica porta scolpita da fr. Filippo Abbati in legno di podo. Questa porta figurerebbe bene nel museo delle origini della Chiesa in Kenya che p. Ottavio Santoro ha in progetto di allestire al “Resurrection Garden”, ma sta anche bene qui! C’è poi la casa, dove al tempo della Mau Mau p. Aldo Cremasco è stato ferito. Peccato che sia disabitata, perché la comunità cristiana di Tuthu, ora, è servita da p. Francis Wainaina, che vive a Karyenaime. Anche senza sacerdote residente, Tuthu non perde il suo fascino e rimane un centro di straordinaria forza spirituale. Nel prato antistante la chiesa c’è la famosa ruota idraulica, che faceva funzionare l’impianto della segheria. È stata trasportata dalla foresta e cementata al suolo. Anche questa ruota figurerebbe bene al museo, perché qui pochi la possono vedere e sta arrugginendo. Guardandola, non si può non ammirare quel genio che 1’ha progettata, il can. Giacomo Camissassa, come pure la competenza dei giovani missionari che hanno perfettamente montato i pezzi arrivati da Torino. Poi la segheria nella foresta, più o meno a 5 km. di distanza. C’è da attraversare, a guado, il famoso torrente Mathioya e inerpicarsi su, verso il pianoro dove sorgevano le costruzioni. Prima, però, c’è da trovare la tomba di sr. Giordana, del Cottolengo, morta il 30 novembre 1903, quasi improvvisamente, per polmonite. Fr. Benedetto Falda, nelle sue memorie, fa capire lo sconforto per quella prova: «Ma ecco: sr. Giordana ci lasciò così, all’improvviso, senza un lamento, ad appena 32 anni. Ci sentiamo schiantati. Noi, fratelli ventenni, vedevamo in sr. Giordana non solo una sorella, ma una mamma. Adesso non c’era più. [...]. Giunti sul luogo della sepoltura, deponemmo con infinita pietà la bara nella fossa che avevamo scavato sotto quel tempio naturale e, copertala con delle grosse pietre, vi piantammo sopra una croce». Non è facile, per noi due, ritrovare quella croce, nascosta nella foresta. Finalmente, eccola, ancora in piedi, come l’ha ricomposta p. Giuseppe Richetti qualche anno fa. Mi è spontaneo pensare che sr. Giordana è rimasta nella foresta, ormai da 100 anni, a testimoniare quegli inizi eroici ed a proteggere i missionari. È una presenza di fedeltà! Non senza emozione, cerchiamo di individuare i posti delle varie costruzioni. La casa delle suore sembra riconoscibile da due cespugli di calle posti ai lati dei resti della porta di ingresso, che continuano a fiorire. Purtroppo non riusciamo a trovare il luogo della casa dei padri. Invece il pianoro della segheria è facilmente individuabile, accanto allo scavo in cui era sistemata la turbina. Anche dei 400 metri del canale si intravvedono, qua e là, chiare tracce. Mezzo sepolto nel fango, scorgiamo un pesante bocchettone di ghisa, che era l’imbocco della condotta forzata e che speriamo venga ricuperato. Dalla riva del torrente Mathioya, è bello ammirare questo ambiente, tutto riconquistato dal verde della foresta, e immaginare come poteva essere allora. Quei primi confratelli sono stati davvero bravi: hanno faticato, hanno sofferto, ma sono stati capaci di imprimere un movimento missionario di incalcolabile valore. Idealmente da qui sono iniziate tutte le nostre missioni in Kenya. Quando viveva alla segheria, fr. Benedetto riceveva molte lettere dal Padre Fondatore. Eccone un brano dell’inizio di febbraio 1904: «Mio caro Benedetto, la tua figura svelta e schietta mi viene sovente alla mente e, nella mia camera, mi pare di vederti entrare e parlarci alla buona. Potessi rivederti... Ma ti vedo e ti parlo nel Signore e presso l’altare della cara Consolata, alla quale ti raccomando». Chissà quale emozione provava fr. Benedetto leggendo simili espressioni. Anche l’Allamano, con la sua paternità, è stato molto presente a Tuthu e poi, da qui, ha accompagnato i suoi figli verso Murang’a, Nyeri, Meru, Embu, Isiolo, Marsabit, Maralal, ovunque! L’ultimo appuntamento non lo possiamo mancare: a fianco del minuscolo villaggio di Tuthu, in un campo coltivato a granoturco e fagioli, si trovano i resti della residenza del capo Karoli. C’è anche la sua tomba con quella di Consolata Wanjiru, sposata dopo il battesimo. Anche Karoli è stato presente all’inizio delle nostre missioni e merita un grazie. Non vorrei apparire nostalgico, ma devo confessare che, ritornando al Sagana, mi sono trovato a pensare che Tuthu non è solo un bel ricordo per noi: è il santuario delle nostre origini in Kenya. P. Francesco Pavese
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