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Lavoro nella parrocchia di Kipengere da 14 anni. La missione, fondata da p. Guido Bartorelli nel 1933, è una delle prime del Tanzania. Numerosi sono i missionari che vi hanno trasfuso le loro migliori energie seminando il Regno ed ora sono andati a ricevere il premio nella Casa del Padre. È una missione di alta quota: siamo a 2200 m e fa freddo quasi tutto l’anno. Una bella stufa trentina rimane accesa giorno e notte riscaldando la nostra casa.
Le stufe Visto il clima, con i giovani abbiamo montato una piccola industria per la produzione di stufe a legna. Ne abbiamo fatte più di 200 e vanno a ruba. Sono come le nostre stufe (cucine) di qualche anno fa: di metallo, con le pietre refrattarie e la loro piastra sopra per cuocere il cibo. La richiedono tante donne che, magari, l’hanno vista in casa dell’amica; così si mettono a risparmiare finché riescono a comprarsela. I vantaggi sono molti: mentre il focolare tradizionale, fatto con le pietre, normalmente è fuori della casa per il fumo e per la sporcizia che produce, la stufa, invece, si mette in casa perché non produce fumo, riscalda l’ambiente e le vivande si cuociono molto bene e con poca legna. Ebbene, la cosa ha avuto tanto successo che non riusciamo a star dietro alle richieste.
La vocazione dell’acqua Gesù andava incontro alle persone e alle loro necessità: lo chiamavano perché il servo era ammalato, perché il figlio era morto, ecc. Egli interveniva in modo efficace senza rifiutarsi a nessuno. Questa deve essere anche la nostra missione: trovando una persona che ha bisogno, devo studiare il suo problema e cercare di aiutarla in modo fattivo. Appena arrivato in Tanzania, nel ’69, sono andato a lavorare a Kisinga che ora è passata al clero locale. Non c’era ancora la chiesa, ma nelle camere dei padri c’era l’acqua corrente. Senza dubbio, una gran bella comodità e pensavo che anche la gente l’avesse in casa. Ma non era così: la gente doveva andare a raccogliere l’acqua in fondo alla valle. Il piccolo acquedotto era stato costruito solo per la missione e prolungarlo avrebbe comportato una spesa impossibile da sostenere. Erano anni molto difficili per l’economia, tuttavia ricordo che mi assalì una specie di rimorso a questo riguardo e mi dicevo: «perché non si possono unire in un’unica forza il governo, la gente del posto e la missione con i suoi benefattori e realizzare un acquedotto che porti beneficio a tutti?!». È così che è nata in me la vocazione degli acquedotti. Difatti, a Matembwe, dove ho lavorato in precedenza, ne ho costruiti quattro. Essendo in collina, bisognava portare l’acqua dalla valle al paese situato in alto. Da soli ci siamo fabbricati delle grandi ruote idrauliche (le ruote dei mulini) per raccogliere l’acqua e con le pompe si spingeva su. E poi ho continuato anche a Kipengere. L’acqua è fondamentale per la gente: numerose sono le malattie (specialmente il colera che qui è endemico) dovute alla mancanza di igiene. Le donne poi, come schiave, erano costrette a scendere continuamente la collina per andare a prendere l’acqua. Abbiamo portato l’acqua a sette dei nostri 13 villaggi servendo una popolazione di 16 mila persone. Grazie all’acqua, arriva loro la possibilità di fare i mattoni in loco e di costruirsi la casa in muratura, abitudine che si sta diffondendo. Quando l’acqua è arrivata nelle case, io e i volontari abbiamo goduto veramente nel vedere la gioia grande delle donne. Prima passavi nel villaggio e ti salutavano semplicemente, ma dopo aver dato loro l’acqua è tutto un sorriso, i bambini ti corrono dietro, ti chiamano, ti accolgono… perché sono felici. Autogestione Ora, la priorità è che l’acqua sia potabile al 100%. In genere l’acqua è contaminata già alla fonte, quindi si tratta di costruire le opere sussidiarie (filtri e vasche di decantazione) per renderla atta al consumo umano senza rischi. Quanto agli acquedotti, questi se li mantengono loro. È già stabilito che come l’acquedotto entra in funzione, viene consegnato a un comitato che lo prende in affidamento. I volontari che vengono dall’Italia sono dei tecnici e, tra l’altro, preparano un gruppo di persone per renderle capaci di mantenere l’acquedotto, e consegnano loro gli strumenti (chiavi inglesi, giratubi ecc.) per aggiustare le falle che, col tempo, inevitabilmente si producono. Per assicurare l’autofinanziamento, ogni famiglia paga un tot all’anno e chi ha delle attività tipo un ristorante ecc, paga molto di più, e i soldi vengono depositati in un conto in banca. In questo modo ogni comunità gestisce in proprio l’acquedotto. Questo serve a educare la gente a sentire che l’opera è sua e tutti devono esserne responsabili. Ciò avviene quando le cose sono state studiate insieme e realizzate assieme a loro; è così che partecipano con entusiasmo e manifestano una grande voglia di lavorare. Per esempio: in un caso si è trattato di scavare 10 mila m di solco per depositare i tubi dell’acquedotto (cm 70x25) e in tre giorni l’hanno fatto. Fa piacere vedere tanto entusiasmo: si comprende che la cosa non è forzata, e viene voglia di impegnarsi ancora di più per la popolazione. L’unico rammarico che rimane è non poter far giungere l’acqua a tutti: infatti sono tantissimi coloro che la richiedono, ma io non ho la bacchetta magica per farla sgorgare là dove non c’è.
La scuola professionale - falegnameria Quando sono arrivato a Kipengere c’era una scuola tecnica, per modo di dire: c’erano 6 ragazzi, 4 falegnami e due muratori istruiti da un catechista. Era una forma di apprendistato semplice e senza pretese. C’era un gruppo giovanile ben organizzato, ma con poche prospettive e proprio dai giovani è venuta la richiesta di fare qualcosa che potesse essere di qualche utilità per la loro vita. Da qui è nata l’idea di una scuola professionale. Secondo le nostre possibilità, abbiamo deciso di organizzare due corsi: uno di falegnameria per i maschi e uno di economia domestica per le ragazze. La scuola dura un triennio e alla conclusione offre un diploma riconosciuto dal governo e che permette di essere assunti in qualsiasi industria o cooperativa. Grazie all’aiuto dei nostri benefattori, gli studenti ricevono una cassetta di strumenti per cominciare a lavorare. E non basta: abbiamo montato anche una cooperativa dove questi studenti, diplomati falegnami, possono lavorare per due anni guadagnando denaro con ciò che si produce. La cooperativa è autogestita dai giovani: lavorano su ordinazioni che vengono dall’esterno e il ricavato viene diviso equamente. In questo modo, dopo 5 anni, un giovane esce dalla scuola con un diploma, una professione, una cassetta di strumenti e un piccolo gruzzolo per cominciare un’attività. A volte lo fanno mettendosi in società, assistiti sempre dalla cooperativa madre. Questa cooperativa è nata grazie all’aiuto di una grossa azienda di Trento che produce materiale edile. Un socio di quest’azienda, di nome Bruno, che ha lavorato come volontario nella nostra parrocchia, è deceduto. Ebbene, in ricordo di Bruno, l’azienda mi ha consegnato 40 milioni per questa cooperativa. Gli stessi volontari di questa azienda offrono gli strumenti di lavoro per gli studenti e vengono da noi per piazzare le macchine, sistemare il capannone, ecc. Come si vede, a volte ci si incontra con delle persone che vogliono aiutare e hanno già le idee chiare su cosa fare, basta offrire loro l’opportunità di realizzarlo. Economia domestica Nella scuola di economia domestica per le ragazze si insegna un po’ di tutto: taglio e cucito, un po’ di inglese e di matematica, cucina, orticoltura, piccoli al-levamenti… di mo-do che quando la ragazza termina il corso è pronta per formare una famiglia. Da qui nasceranno famiglie di giovani più preparati di fronte alla vita. La nostra opera è rivolta soprattutto ai giovani che da queste parti non trovano lavoro e non hanno prospettive di futuro. Non ci sono scuole secondarie, la gente è povera, vive del lavoro dei campi e non ha la possibilità di mantenere gli studi dei figli. In questa situazione il giovane scappa e va in città sperando di trovare l’eldorado, ma non trova nulla. La nostra scuola rappresenta una risposta concreta alle necessità dei giovani e la possono frequentare anche i meno abbienti perché si richiede una tassa annuale quasi simbolica. La scuola, infatti, si sostiene con l’aiuto dei benefattori. Per esempio, è venuta da noi una professoressa di una scuola tecnica di Rovereto; vista la nostra realtà, essa stessa ha animato professori e alunni ad una iniziativa di solidarietà a distanza: così hanno deciso di gemellarsi con la nostra scuola e di aiutarci. C’è da aggiungere che la nostra scuola ha i suoi campi dove i giovani lavorano e ha i suoi allevamenti per cui, quanto produce viene venduto e serve al suo mantenimento.
L’orfanatrofio Quest’anno abbiamo dato inizio anche a un orfanotrofio per raccogliere alcuni delle migliaia di bambini orfani, vittime dell’AIDS. In co-scienza non me la sento di lasciarli abbandonati e pen-so mio dovere crea-re quest’opera. Per mantenerla, in Italia sta nascendo una fondazione dove chi si iscrive offre mensilmente il suo aiuto depositando i soldi in un conto in banca. In questo modo l’orfanatrofio continuerà a funzionare anche quando non ci sarà più p. Camillo. Bisogna dare loro la possibilità di mantenersi, altrimenti le opere che si fanno non hanno futuro.
I volontari Alle mie spalle c’è gente che spinge, desiderosa di fare del bene. Gente che non si accontenta di fare un’offerta, ma vuole realmente impegnarsi a fare qualcosa per chi ha bisogno. E allora vale la pena di organizzare assieme qualcosa di bello che sia veramente utile alla gente. Io presento loro dei progetti seri e loro si impegnano a realizzarli in prima persona, anzi spingono te, missionario, ad affrettare i tempi incalzandoti continuamente. Ciò dà la possibilità a questa gente di inserirsi nella missione per il bene degli altri. Ho avuto la fortuna di lavorare spesso con i laici e con una ONG, la CEFA (Comitato Europeo di Formazione Agraria) di Bologna, un’organizzazione veramente seria che porta avanti progetti approvati dal governo, dalla CEE, ecc. Sono dei volontari, gente cattolica che al mattino recita le lodi e alla sera i vespri: giovani, coppie e famiglie che vengono a lavorare in missione pieni di entusiasmo. Grazie a loro ho conosciuto il mondo del volontariato: un mondo multiforme e bello. Oltre a loro, ci sono i gruppi spontanei che crescono un po’ dappertutto. Solo in Trentino ce ne sono una settantina. Normalmente sono legati a un missionario e questo non è sempre bene: devono imparare ad aprirsi anche agli altri missionari e a tutte le situazioni di necessità. In ogni caso sono disponibili e generosi; l’importante è impegnarli con un progetto serio e loro se lo gestiscono nel migliore dei modi. Tali progetti, per avere un futuro, devono prima essere discussi sempre con la gente del posto e con il governo locale.
Fatti concreti Parlando di attività missionaria, non basta accontentarsi di portare la buona novella a parole: le scuole e le opere di sviluppo sono parte integrante del nostro lavoro di missionari. Si tratta di priorità richieste anche dalla Chiesa locale. Il giovane missionario che giunge in Tanzania forse non condivide pienamente questo sistema di fare missione: si può discutere di metodi, tuttavia è certo che questa esperienza che ho fatto ha dato e dà i suoi frutti, mentre non siamo ancora sicuri sui frutti che daranno le nuove impostazioni. Ho l’impressione che a volte manchi proprio “il lavoro” come chiedeva il nostro Fondatore. A Kipengere ci sono 54 piccole comunità cristiane e ho tempo di seguirle tutte. Esco alle 7,30 del mattino per partecipare ai loro incontri e alle 9 sono già con la tuta da lavoro. In missione oltre al sottoscritto, c’è p. Giovanni Berghi (78 anni) e un prete diocesano locale. Il progetto è di prepararlo ad assumere la parrocchia in vista di una sua futura cessione alla diocesi. C’è da aggiungere che la parrocchia ha a suo carico 100 ettari di terra che servono al sostentamento della diocesi. Ci sono allevamenti e si producono dai due ai tre mila quintali di grano all’anno che la diocesi gestisce secondo le sue necessità.
I frutti della missione Ci sono tanti metodi per annunciare il vangelo. Ne hanno parlato a iosa i nostri Capitoli dove si è giunti a domandarsi: “Quale missione?”… Discussioni giuste, ma che spesso si fermano alla teoria. Credo che noi dobbiamo aprire il vangelo e seguire l’esempio di Gesù che predicava, ma anche faceva. La promozione umana non è una “cosa sociale”: è carità, è vangelo in azione che mi obbliga. Perciò anche noi missionari dovremmo continuare su questa linea. Ripeto: possiamo discutere di metodologie, però dobbiamo avere chiaro ciò che serve davvero, ciò che dà frutto. È venuto da me un anziano dicendo: «Padre, questo è il Dio che aspettavamo». Era un vecchio di 83 anni con 4 mogli; a tre ha dato tutto quello che poteva loro dare ed è rimasto con una sola dicendo: «ho conosciuto il padre, lui ci ha aiutato; per mezzo di lui ho conosciuto Dio, era proprio il Dio che aspettavo nella mia vita e lui mi ha chiamato». Era un vecchietto che, alla sua veneranda età, veniva in bicicletta da 20 km, per partecipare alla messa. Questi sono i frutti!
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