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L'ARRIVO DEI MISSIONARI DELLA CONSOLATA IN KENYA PDF Stampa E-mail
Scritto da Da Casa Madre   

Estratti dal diario di p. Filippo Perlo, pubblicato da "La Consolata", settembre 1902.

L'8 maggio (1902), benedetti dal nostro venerato arcivescovo, il Cardinale Richelmy, partivano da Torino i primi missionari della Consolata, in numero di quattro: due sacerdoti, D. Tommaso Gays da Rivara e Teol. Filippo Perlo da Caramagna, e due confratelli secolari, Lusso Celeste e Falda Luigi, entrambi torinesi. Imbarcatisi il 10 maggio a Marsiglia, arrivarono il 28 dello stesso mese a Zanzibar, città capoluogo d'un'isola dello stesso nome nell'Oceano Indiano… L'arrivo a Zanzibar Approdati di fronte al palazzo del Sultano, in cinque minuti arriviamo alla casa dei Padri dello Spirito Santo; una grandissima casa araba adattata e riadattata più volte, nel cui centro sorge la cattedrale. Monsignore (Allgeyer), che era ad attenderci in casa, ci fece un'accoglienza cordialissima e veramente paterna;… Ci fece vedere una serie di fotografie delle varie missioni del suo vicariato, e, sopra una carta geografica, approssimativamente il luogo della nostra prima stazione, dicendo che voleva egli stesso accompagnarvici e ripetendo più volte: Vedrete che bella missione! In rotta per Mombasa I trasporti tra Zanzibar e Mombasa sono fatti dal Giuba, un battello a vapore… Fissammo i nostri posti e giovedì 5 giugno, nel mattino imbarcammo il bagaglio; alle 3,30 pomeridiane, con Mons. Allgeyer e due giovani neri, fummo a bordo… Finalmente alle 7 del mattino si arriva a Mombasa. Ci attendeva il Padre Schmidt sup.re e proc.re della stazione di Mombasa. Una viva commozione ci tocca il cuore ricordando che questi paraggi furono toccati da S. Francesco Zaverio in viaggio per le Indie, ed al grande Apostolo chiediamo che animi del suo spirito l'opera modesta, ma pur volenterosa, che noi andiamo a spendere in pro di queste regioni africane che egli stesso, ad un dato momento, s'era proposto di evangelizzare invece delle Indie. La Missione, che rimane fuori della città, è distante appena cinque minuti dalla stazione della ferrovia dell'Uganda. La ferrovia è qui molto ben costrutta; per salvarla dalle formiche bianche le traverse sono in ferro, come pure in ferro sono i pali telegrafici. La vettura che fuma, come gl'indigeni chiamano il treno, cammina a combustione di legna raccolte lungo la linea. Il nostro viaggio sino a Nyrobi [sic] costa 33 rupie caduno; il trasporto della merce è molto caro e ci costò 200 rupie. Da Mombasa a Nyrobi [sic] Il giovedì 12 giugno, alle ore 13, eccoci a prender posto in treno. … Attraversiamo una zona in cui, per la vicinanza del mare e la direzione dei venti, le pioggie sono regolari ed è perciò adorna di una vegetazione veramente tropicale. Per un percorso di circa 40 miglia inglesi è una continua successione di colline, che per la forma ricordano molto bene le nostre Langhe, ma ci danno l'impressione d'un immenso parco in cui siano state profuse tutte le piante esotiche. In certi punti la vegetazione è così esuberante da divenire impenetrabile. Di tanto in tanto, attraverso le grandiose palme, i manghi, i baobab appare qualche piccolo villaggio, i cui abitanti fan timidamente capolino a vedere il treno che fugge; essi sono coperti da uno straccio turchino e da pochi ornamenti. Milioni e milioni di buoi potrebbero allevarsi in queste immense estensioni erbose, ora quasi disabitate per le guerre, le razzie e le crudeltà dei mercanti di schiavi che le spopolarono. La caldaia della locomotiva vien riscaldata a legno resinoso, cosicché si viaggia avvolti in un'onda di profumo migliore del nostro incenso. Ad ogni stazione, rappresentata da una casetta in ferro zincato, il treno si arresta qualche minuto per far vapore, perché le legna bruciate in cammino non dan calore bastante a tenere la macchina in pressione. La ferrovia sale e scende continuamente; nelle discese il treno prende una velocità straordinaria alfine di avere la spinta per la successiva salita, sicché spesso ci conviene aggrapparci al carrozzone per non essere sballottati qua e là. Alle ventiquattro sono ancora sulla piattaforma del carrozzone a contemplare gli alberi vagamente disegnati sullo sfondo del cielo: alberi morti ed alberi vivi, che persona non viene a recidere, alla cui ombra nessuno viene a sedersi; a riguardare il piano senza confini, a respirare l'aria pura e profumata, qual vero incenso che dal creato sale al suo Creatore. Oh come in quelle ore si sentiva la presenza di Dio e la sua amorosa assistenza pel compimento delle nostre speranze! Alle 10 (del giorno dopo) ogni albero scompare quasi d'un tratto: tutto intorno è una pianura sconfinata interamente coperta di erba giallognola, di cui nulla rompe l'uniformità. Soltanto gruppi immensi di antilopi, di bufali, di struzzi animano questo strano paesaggio, che a ragione è detto il paradiso terrestre dei cacciatori. Gli animali si contano a centinaia, a migliaia; la più gran parte stan guardando il treno indifferenti, altri si allontanano saltellando con un'andatura graziosissima. Più avanti, a mezz'ora circa da Nyrobi, incontriamo ancora migliaia di zebre stupende e di kongoni che andavano a dissetarsi all'Athi, fiumicello che qui è largo due metri e di poca acqua. Quando questa sterminata pianura finisce, il treno si ferma a Nyrobi, a trecentoventotto miglia inglesi da Mombasa. Il paese, come tutta la contrada limitrofa, ha il nome da un fiumicello che si getta nell'Athi e poi con esso nel Sabati, che sbocca in mare sotto Malindi. La parola Nyrobi (si pronuncia Nairobi) presa dalla lingua dei massai significa fiume freddo e le acque di questo fiumicello son davvero fresche come una sorgente di montagna in Europa. Scesi appena in stazione, troviamo ad attenderci il P. Hémery ed un suo confratello, in assetto di perfetti gentlemen inglesi con grandi stivali. Il mio barometro segna 1650 m sul livello del mare; non mi meraviglio quindi di trovarli vestiti di panni pesanti e ben abbottonati. Una ventina di wakikùyu (abitanti del Kikùyu) sono con essi. Il loro vestito consiste in un pezzo di stoffa imbevuto di grasso che passa sotto l'ascella sinistra, s'annoda sulla spalla destra e pende fino al ginocchio. Alle braccia, alle gambe, al collo numerosissimi cerchi di ottone, di zinco, collane di perline e qualcuno, a mo' di orologio, un bossolo vuoto di cartuccia. Nel lobo delle orecchie, straordinariamente allungato, sta un disco di legno, o un vaso da Liebig, o rotoli di carta. I capelli lunghi, attorcigliati come funicelle sono abbondantemente intonacati di ocra nera, la quale poi (portando essi tutto sulla testa) passa a decorare le nostre valigie e coperte da viaggio. Continua…

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