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Siamo a Platì da poco più di due mesi. Il sottoscritto vi era stato per una decina di giorni a Pasqua del 2001, come confessore e predicatore, accompagnato, nel triduo sacro, dai novizi. La gente ci domanda sovente come ci troviamo, che cosa opiniamo del loro paesino, questa "punta di spillo nel cuore dell'Aspromonte" come lo ha definito recentemente Avvenire. Questa "punta di spillo", infatti, ha fatto "rumore" nei notiziari televisivi e nei giornali nazionali. Il servizio televisivo "Terra" di Canale 5, la sera del 16 dicembre, ha narrato nei minimi dettagli l'arresto del pregiudicato Barbaro Giuseppe, soprannominato "l'imprendibile". È stato braccato nel suo bunker sotterraneo la notte dell'11 dicembre dalle forze speciali di polizia, coadiuvate dai carabinieri locali, dopo 11 anni di latitanza, molti dei quali trascorsi "all'ombra" del confortevolissimo tunnel di sotto casa! In questa circostanza, più che in altre del passato, il nostro paesino si è sentito amaramente segnato a dito. Tristemente celebre, nel recente passato, per una serie di sequestri di persona, mantenuti in ostaggio, forse, nello stesso bunker del superlatitante - alcuni sequestrati sentivano suonare le campane e recitare il rosario nella vicina parrocchia! -, Platì sta vivendo ora un momento particolare: timidi, ma riconoscibili sono i segni della volontà di cambiamento. Per questo l'umiliazione abbattutasi a seguito di questi fattacci dell'11 dicembre, festa della patrona, Maria SS. di Loreto, è stata particolarmente avvertita. Bisognerebbe fare un po' di giustizia: è più facile fare il disfattista che edificare speranza. Ma, come Lao Tze ci rammenta: "È meglio accendere una lanterna che maledire l'oscurità!". Siamo stati definiti pittorescamente "città a due piani": uno in superficie e uno sotterraneo e, in parte, è vero. Platì è stato paragonato ad una roccaforte talebana e, in parte, è vero: il bunker era un marchingegno di elettronica altamente sofisticata: porte scorrevoli, chiusure antiproiettile, scalini mobili…. Siamo stati descritti anche come gestori dell'erba, maestri consumati della 'ndrangheta, cittadini corazzati nell'omertà. Anche quest'ultima triste realtà la riconosciamo. Omertà ce n'è, benché non a quel livello che si vuole far credere. La verità è che tanti non sanno per davvero nulla, non si accorgono di nulla. Tra questi tanti si annoverano, sovente, gli stessi famigliari, le stesse mogli dei malavitosi. Noi ne siamo convinti e, parlando con osservatori laici ed ecclesiastici della zona, ne siamo riconfermati. Il malaffare è portato avanti da "specialisti del malaffare" che vivono nel paese a stretto contatto con i vertici della malavita (spesso residenti altrove) vuoi nell'ordine nazionale, vuoi in quello internazionale. Ma perché noi dell'IMC, Regione Italia, ci siamo andati a cacciare in fondo, così "in basso" che più in basso non si può, vicino a Punta Calabra, vicino a 'llu pizzu calabru, capisciste vù? La risposta è: semplicemente perché siamo missionari. Siamo qui per la profezia della speranza, per il ministero della consolazione, per illuminare, purificare, sostenere la religiosità popolare. Siamo qui per temprarci ad essere sempre più missionari dell' "oltre". O ce ne stiamo sempre e solo a discutere, vedere, rivedere, parlare e programmare la nostra identità, la nostra missione a livello cartaceo, senza buttarci mai nella mischia? Non siamo migliori di nessuno, anche se questi primi mesi, per una combinazione di fatti che sarebbe troppo lungo descrivere, ci hanno portato a vivere al limite delle forze. Al limite della capacità di pazienza e della capacità di adattamento. E, benedetto sia il nostro Fondatore, Giuseppe Allamano, che ci ha insegnato a vivere la missione insieme. Da soli, non è questione di modestia, non ce l'avremmo fatta! Non abbiamo meriti particolari. Siamo qui semplicemente per obbedienza. L'ultima Conferenza Regionale aveva recepito l'urgenza profetica del X Capitolo Generale: "è giunta l'ora dell'ad gentes anche per l'Europa". A sua volta la direzione regionale, raccogliendo l'indicazione assembleare, ha deciso di assumere un impegno pastorale in una zona - quella della Locride - dalle forti sfide a livello ecclesiale e socio-ambientale. È toccato a p. Enrico Redaelli e al sottoscritto muovere i primi passi in questa realtà. E abbiamo trovato un micromondo insospettato: gente che darebbe volentieri l'ostracismo a chi ha inventato il lavoro e gente che lavora come una bestia, con bel garbo, con genialità e - vi sembra strano? - con il sorriso sulle labbra, come di chi trova gusto, affetto e gratificazione nel lavoro. Gente che mette piede in chiesa nelle onorate circostanze per onorare morti, insieme con i rispettivi compari e commari e gente che viene tutti giorni a messa, fa digiuno due volte la settimana, si prodiga silenziosamente per ogni necessità (ammalati, anziani, bisognosi…). Gente che è ingolfata nel malaffare fino al collo e gente che, come dicevamo sopra, pur vivendo a un palmo di distanza dalle abitazioni dei malavitosi, non sa assolutamente niente dell'illecito che si orchestra, soprattutto nelle ore delle tenebre. Sentiamo compassione per tanta gente che è molto dispiaciuta perché del loro paesino si parla solo nelle circostanze negative. È scontato: da sempre i poveri fanno notizia solo nelle sciagure, nei "peccati", "ché i ricchi e color che sanno si mantengono immacolati nel loro impudico puritanesimo" (perdonate il veleno). Lo abbiamo riconosciuto poc'anzi. Gli stessi platesi, per primi, ammettono che il loro paesino sta andando alla deriva, da qualche decennio a questa parte, al punto che una buona percentuale preferisce mandare a studiare i figli ai centri viciniori. Platì, alla pari di un centro del napoletano, detiene il primato della natalità in Italia e, forse, anche in Europa. Purtroppo è simile a una madre che genera generosamente le sue creature, le avvolge di tenerezza nell' infanzia, le vede allontanarsi da casa nella adolescenza-gioventù per motivi di studio e, per motivi di lavoro, le vede scompaginarsi ai quattro angoli della terra: Torino, Volpiano, Milano, Toronto, Sidney, USA, America Latina… Quarant'anni fa il paese contava 7.000 persone: pregnante centro agricolo, commerciale, artigianale (chi non ha sentito parlare delle pipe di Platì?) era stimato e invidiato dai centri viciniori per la creatività, la laboriosità e l'ospitalità dei suoi abitanti. Di questa grandezza passata, oggi rimangono solo le vestigia nei falegnami, veri maestri del legno e nei fornai che distribuiscono il fragrante "pane di Platì" a una ventina di centri abitati della provincia di Reggio Calabria. Noi, per ora, data la scarsità di clero in diocesi, oltre Platì, serviamo pastoralmente altre due parrocchiette vicine. Ci direte: "siete contenti?". Contentissimi della nostra vita spartana: preghiamo insieme come fossimo novizi. Ci organizziamo la vita prevenendo l'uno le difficoltà dell'altro per alleggerire i pesi l'uno dell'altro. Rinun-ciamo a ogni privacy possibile: unico bagno, unici spazi vivibili, unico camino che a volte ci rallegra con il caldo, a volte ci fa lacrimare gli occhi per il fumo. Uno cucina e l'altro lava i piatti; uno fa le pulizie e l'altro bada alla lavatrice. Ma non ci esauriamo nel fare: meditazione della Parola di Dio ogni giorno, lettura spirituale ogni giorno, sguardo ai giornali ogni giorno. E predicazioni, confessioni, apostolato spicciolo ogni giorno. Alla sera siamo talmente ubriachi di sonno che, recitando il rosario, il più valido - il fortunato che ha potuto schiacciare un pisolino dopo pranzo - deve svegliare energicamente il confratello che, dalla contemplazione dei sacri misteri, è scivolato in braccio al pagano Morfeo. Il giorno che saremo in tre, ci ripromettiamo di collaborare attivamente con la diocesi nel campo della missionarietà specifica ad gentes: lo desidera anche il nostro vescovo, P. Giancarlo, un trentino di pura razza, ma visceralmente inculturato con i valori nobili e forti che sa esprimere la Locride, questa antichissima cultura della Magna Grecia. Presieduta dal nostro Pastore, abbiamo organizzato una processione-fiaccolata per svegliare la coscienza della nostra gente dinanzi al ripetersi del gravissimo fenomeno delle sparizioni di persone (sette in 8 anni, delle quali tre da luglio a novembre 2001!). Nella messa, presieduta dal Vescovo e concelebrata dai sacerdoti della vicaria, convenuti insieme a gruppi di fedeli come segno di solidarietà, commovente è stato l'intervento energico di una mamma che, prima della benedizione finale, ha lanciato dall'ambone queste parole, pesanti come i macigni disseminati in queste colline e brucianti come fuoco di lupara che umilia, sfidandola, ogni trincea di omertà: "Popolo di Platì svegliati, unisciti a noi per costruire un futuro di pace per i nostri figli. Noi siamo contro ogni forma di violenza e di vandalismo, uniamoci per punire questi misfatti. Abbandonati da tutti, abbiamo sempre chinato la testa con triste rassegnazione. Adesso è ora di far sentire la nostra voce. Un grido di pace, di perdono contro ogni male. Impegniamoci a riscattare il nostro paese per tutto quello che è successo nel passato e nel presente". Anche i cartelloni preparati dai giovani e portati dagli adolescenti nella marcia-fiaccolata, osannavano alla pace, al perdono, alla responsabilità, alla vita. Uno fra tutti: "Caino: dov'è tuo fratello?". Nelle acque stagnanti, un sassolino è stato lanciato: le onde smosse si propagheranno lente, ma indefettibili, fino alle più remote profondità delle coscienze. Lo speriamo. Ne siamo certi. Confidiamo nel Signore della vita che, dalle tenebre dell'odio, è risorto vincitore del male. P. Luigi Manco
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