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Dal diario di mons. Filippo Perlo, pubblicato da “La Consolata”, settembre 1902 Il mattino del 26 (giugno), in nomine Domini, invocando la Consolata, si parte. In questa prima giornata la marcia è facile; diamo immediatamente la scalata ai terrazzi che formano il cratere del Naivasha, saliamo diverse colline, attraversiamo una foresta di alberi slanciati come i nostri abeti, poi enormi spianate, che sono bellissime praterie. Dopo circa quattro ore e sotto una fitta pioggia ci arrestiamo per l’accampamento (kambi). Alle quattro del seguente mattino, s. messa: alle cinque tutti sono in piedi; si levano le tende, si fa colazione e alle 7,30 si riparte coll’ordine del giorno innanzi. Saliamo un’erta ripidissima e raggiungiamo una terrazza, che ci richiede quattro ore di marcia per attraversarla. Non un albero, ma una bella erba fine, come nei nostri prati, e qua e là qualche cespuglio. In distanza scorgiamo grandi gruppi di animali selvatici di varia grandezza e colore: avvicinandoli riconosciamo rinoceronti, bufali, antilopi, tassi; troviamo pure numerose tracce d’elefanti, ma essi non si vedono. Incominciamo la salita della montagna detta Djabine, e ci tocca aprirci il passo attraverso una fitta foresta di bambù, così grossi che alcuni non si possono circondare colle due mani. Il terreno è fangoso e sdrucciolevole; avanziamo a fatica per un sentiero tutto a crepacci, sempre con l’occhio ai precipizi, alcuni dei quali, assai profondi, ci offrono spettacoli di orridi stupendi. Alle 18 ci attendiamo in una radura, su d’un piano inclinato. Cuciniamo con acqua portata dal fiume Macùba nel nostro serbatoio. Siamo a circa 2500 metri sul mare; alle ore 19 il termometro segna 5 gradi, e nella notte discende ad 1 grado sopra zero! Chi ci avrebbe detto che saremmo venuti a tremare di freddo in Africa? Siamo obbligati ad usare come coperte anche gli abiti e gli asciugamani. Qualcuno dei nostri si getta sui piedi un fascio di bambù, e battendo i denti e tossendo si attende ansiosamente il giorno, per riacquistare un po’ di calore con una marcia forzata. I portatori avevano acceso dei grandi fuochi, presso i quali si sdraiarono sopra i loro carichi. Il mattino del 28, ottava della Consolata, alle ore 4,30 ho la santa soddisfazione di celebrare la prima messa che si sia detta in questa parte del Kikùju; consacro alla Consolata queste povere anime, supplicandola che ci ottenga dal suo Divin Figlio di poter presto raccogliere frutti abbondanti di vita eterna. Alle 8,30 siamo a 2900 m sul mare, inerpicati sul fianco, quasi a picco, del monte Himandana. Vediamo sotto i nostri piedi il Kikùju e le nuvole; Per la prima volta contempliamo il monte Kenya avvolto nel suo bianco manto di nevi perpetue. Alla testa della carovana dobbiamo lavorare assiduamente a sgombrare il sentiero dai bambù caduti; le felci arborescenti s’alzano fino a 10 metri. Verso le 10 tocchiamo i m 3200; nei crepacci del monte dove non penetra mai il sole troviamo della neve. Non solo vedere, ma gustare la neve in Africa! È una soddisfazione che non manchiamo di prenderci e con che festa..... Qui comincia la discesa. Il cammino diviene sempre più difficile; si sdrucciola come se si fosse sul ghiaccio, e di quando in quando dobbiamo aggrapparci ai bambù per ritrarre il piede dalle pozzanghere di un terreno viscido, che dà prova di straordinaria fertilità nella vegetazione che trionfa. Camminiamo come in un tunnel di verzura così fitta che il sole a stento arriva ad illuminare il nostro sentiero: verde di sopra, di sotto, ai lati, avanti e di dietro. Alle 10,30 ci arrestiamo per il pranzo, ma la coda della carovana non arriva che alle 11,45. Il P. Hémery, che la dirige, ha avuto un bel da fare per spingere i portatori estremamente affaticati. Alle 13,30 si ripiglia il sentiero che discende quasi a picco, fra gli scoscendimenti prodotti dalle acque e diviene addirittura impraticabile. La carovana tuttavia lotta e s’avanza lentamente, ma i nostri poveri portatori non ne possono più sotto i loro carichi, ed anche noi europei quasi non abbiamo più la forza d’ammirare lo strano paesaggio. Ma ecco la Provvidenza! Incontriamo una seconda squadra di portatori, 60 circa, diretti a Naivasha per prendervi il restante nostro bagaglio. Li facciamo tornare indietro con noi; così i nostri pagazi stremati hanno un po’ di sollievo e la marcia può riprendere più spedita attraverso monti, valli e fiumi. Alle 18 finalmente usciamo da questa immensa foresta vergine che circonda il Kikùju per alcune ore di marcia e subito ci troviamo di fronte al villaggio di Karòli. Questi è ancora a Nairobi per la differita incoronazione del re Edoardo; ma un fratello di lui già ci ha dato il benvenuto, mandandoci incontro i suoi messi a regalarci un montone. Tutta la gente di Karòli era là ad attenderci ed io, che essendo in capo alla carovana vi arrivai pel primo, dovetti per un quarto d’ora almeno stringere le mani unte e bisunte di vecchi guerrieri, donne, fanciulli e bambini: poiché bisogna stringerle a tutti. Frattanto i portatori arrivano poco a poco e dopo aver visitato il carico, per suggerimento del P. Hémery, li paghiamo due rupie (£ 3,50) cada uno. A quelli del fucile, come capi, ne diamo tre, e tutti se ne vanno contentissimi. Cogli ultimi della carovana arrivano Monsignore [Allgeyer] e tutti i nostri, ma colle membra così indolenzite e rotte dello strapazzo sofferto che, piantate in fretta le tende e gettatisi a letto, quando il cuoco ebbe preparata la cena, nessuno più volle alzarsi per far onore alla sua zuppa e alle sue patate. Temperatura minima della notte: 5°. L’indomani 29 giugno, festa dei Ss. Apostoli Pietro e Paolo, è da noi salutato con gioia. Un sonno riparatore ci ha ridonato le forze e colle forze tutta la nostra attività. Celebriamo la s. messa, a quella di Monsignore si canta il Magnificat: è l’inaugurazione della Missione della Consolata, che s’impianta nel Kikùju a circa due giornate di marcia dalla base del monte Kenya ed a 2050 metri sul mare. Sarà la più alta missione del Vicariato di Mons. Allgeyer. Per avere in grosso un po’ di topografia del posto ove siamo, V. S. si figuri di scendere da una gola alpina nella conca che forma il principio della valle, quasi ai piedi dei ghiacciai. Il villaggio di Karòli è collocato a questo estremo limite della valle, la quale poi si profonda giù giù, costeggiando il Kenya da ovest ad est fino alla grande pianura dell’Ukamba e dei Galla Barrareta. Ogni tanto le due montagne che fiancheggiano la gran valle (montagne coperte d’abbondantissima terra vegetale) si allargano, ed in mezzo ad esse sorge una collina che sembra un’isoletta fra due bracci d’un fiume. Noi siamo appunto accampati sopra una di queste collinette, racchiusa fra due fiumicelli che riunitisi formano il Moranga, da cui il paese prende il nome. A sette ore di distanza da noi questo fiume bagna il forte Hall, e poi va a finire nel Tana. Dopo la messa di Monsignore il P. Hémery ed io andiamo in esplorazione nei dintorni per far conoscenza coi capi secondari di ciascun villaggio, e cercare il posto migliore per fondarvi la missione. Nei villaggi vicini a Karòli siamo ricevuti colla più schietta cordialità; tutti ci vengono incontro, ci offrono tèmbe (bibita estratta dalla canna da zuccero), ignami, patate dolci e ci presentano la tradizionale sedia, che è uno scranno rotondo, incavato, con tre piccoli piedi. Entriamo come padroni nelle loro capanne ed essi ridono di contentezza. Tutti i giovani vorrebbero venire al nostro servizio: per ora prendemmo due ragazzi sui 10 anni, che dimostrano buona indole. I fanciulli sembrano intelligenti e non sono punto timidi. Le fanciulle prima di andar a marito, cioè prima di essere comperate, portano la tonsura; tutti gli altri, uomini e donne, hanno il capo rasato; attorno al collo hanno numerose perle, e i lobi delle orecchie sono, al solito, molto allungati. Incontrando gente per via è uso domandare: dove vai? a che cosa fare? che cosa porti? ed il saluto finale è sempre: tieni le tue parole. In qualche villaggio più distante trovammo dapprima un po’ di diffidenza, e la causa è questa. Un anno fa era venuto qui un certo Bois, scozzese, il quale sotto pretesto di comperare avorio aveva rubato, razziato, terrorizzato gli indigeni finché il governo inglese, informatone, lo fece partire. L’arrivo di bianchi in questi stessi luoghi fu da qualcuno creduto un ritorno di Bois e dei suoi metodi. Ma queste paure furono tosto dissipate dai nostri portatori. La notizia che eravamo buoni con tutti, giusti nei salari, che volevamo curarli dei loro mali, istruirli delle cose dei bianchi e della parola di Dio, si sparse rapidamente. Ed ora da molte miglia all’intorno è una continua processione di gente al luogo ove siamo attendati. I diversi piccoli capi ci hanno già regalati quattro montoni, da noi ricambiati con stoffe od altro. Le donne ci portano legna, fagioli e patate, che acquistiamo con qualche pezzo di cotonata (mericani) d’infima qualità. Domenica sera una danza generale dei giovani del paese, per festeggiare l’arrivo degli uomini di Dio. Ieri poi avemmo una commovente improvvisata: tutte le donne di Karòli, per festeggiarci a modo loro, vennero con un carico di legna, che vollero regalarci. Dopo aver perlustrato questa valle per due giorni col P. Hémery, concludiamo che il sito migliore ove fissare la nostra prima stazione è quello stesso ove abbiamo piantato le tende, cioè presso la casetta di Bois, che occuperemo dopo averla riparata. Non possiamo però far acquisto del terreno perché Karòli è ancora a Nairobi. Nel nostro giro d’esplorazione trovammo che la regione all’intorno è molto bella, ricca d’acque e fertilissima: in alto sono ancora boschi, ma i fianchi delle alture sono ben coltivati e solcati da molte strade in costruzione. Il clima pare sano, non vi sono zanzare né malaria: le notti sono fredde, ma di giorno si sta benissimo. Mentre scrivo è venuto un altro gran capo di nome Mbària, che comanda il paese di Giombe, valle parallela alla nostra e che dicono ancor più popolata, e domanda che si vada anche presso di lui, portandoci intanto in regalo un montone. Gli prometto che ne scriverò a Torino, e Monsignore ne è assai contento. Ci fu anche detto che più a sud c’è una strada migliore e più breve per arrivare ad una stazione della ferrovia: andremo a verificare. Vedendo le cose nostre ben avviate, Monsignore ed il P. Hémery se ne partiranno domani, 2 luglio, per Naivasha, lasciandoci qui alla guardia di Dio. Andranno con loro i portatori necessari per recarci qua il rimanente bagaglio. La Consolata ci procuri presto altri operai evangelici; sacerdoti, fratelli, e questi preferibilmente agricoltori e falegnami, della cui opera abbiamo ora maggior bisogno. La civiltà s’avanza rapidamente verso queste regioni, gli indigeni entusiasmati dai primi raggi che ne hanno intravveduti ne sono avidi. Si trepida al pensiero che i cattolici possano essere prevenuti dai protestanti.... Basta: sopra tutto e tutti c’è Iddio: si degni Egli affrettare l’avvento del suo regno anche in questi paesi, e glorifichi la Sua SS. Madre. V. S. ci mandi la santa benedizione, che di cuore invochiamo. Riverenti ossequi. Teol. Filippo Perlo
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