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PROTETTORE ANNUALE PDF Stampa E-mail
Scritto da P. Francesco Pavese   

SPAZZATI VIA GLI ULTIMI  AVANZI DEL GIANSENISMO

Il rapporto tra il Cafasso e l’Allamano assume una colorazione speciale se teniamo conto che, fin da chierico, il nipote ha iniziato a scrivere una biografia dello zio, che però non ha terminato, interrompendola all’inizio del libro secondo. Le ragioni dell’interruzione sono state spiegate da lui stesso nella deposizione al processo canonico di beatificazione del Cafasso: «Se non ché per ragione delle mie molte occupazioni come Direttore Spirituale del Seminario Metropolitano, e poi Rettore della Consolata, dovetti sospendere quel lavoro. Un motivo anche di questa sospensione fu di non sentire in me quell’entusiasmo che osservava in quanti l’avevano conosciuto, verso il Servo di Dio». In realtà, l’Allamano si rendeva conto di non essere uno scrittore dalla penna facile e, quindi, di non essere in grado di compiere un’opera proporzionata alla stima di cui era circondato lo zio.

Questo “pezzo” di biografia del Cafasso si suddivide in due libri. Il primo è così intitolato: «Dalla nascita al suo ingresso nel Convitto Ecclesiastico di S. Francesco d’Assisi in Torino». Il secondo, che non ha un titolo proprio, inizia subito con il capitolo 1°: «Giansenismo: - sua natura; - male che fece specialmente in Francia; ed in stretta forma nell’antico Piemonte; - S. Vincenzo de’ Paoli lo combatté nascente, S. Alfonso è suscitato a spegnerlo».
È interessante domandarsi: perché il Fondatore, volendo descrivere la personalità apostolica del Cafasso, prima di parlare di altri aspetti importanti, ha voluto mettere in luce, anzitutto il suo contributo decisivo a debellare il Giansenismo? Anche se non si è sentito in grado di descriverlo, perché proprio lì si è fermato, tuttavia sembra evidente che l’Allamano riteneva questo uno dei meriti più grandi del Cafasso. E, quando è toccato a lui insegnare la teologia morale nel Convitto, si è posto, senza titubanze, sulla stessa linea del Cafasso, rifiutando i trattati dell’Arcivescovo, che proponevano una morale più rigida.


IL CAFASSO DIEDE UN GRAN COLPO AL GIANSENISMO

Per comprendere pienamente l’azione del Cafasso contro il rigorismo morale, è necessario tenere conto del suo insegnamento sulla speranza e confidenza in Dio. Come maestro di teologia morale, il Cafasso ha seguito la dottrina di S. Alfonso ed ha lottato con tutte le forze contro il Giansenismo. In pratica, in campo di giudizio morale, ha abbracciato la “benignità” e la “misericordia”, ripudiando la ”durezza” e la “rigidità”.
Questa sua prerogativa è stata universalmente riconosciuta ed, effettivamente, è uno dei suoi meriti principali come maestro del clero e guida di coscienze. Uno dei testimoni al processo ha deposto che la speranza del Cafasso fu l’arma con cui «diede un gran colpo al Giansenismo».

L’Abate L. N. Di Robilant, nella biografia scritta su incarico dell’Allamano, ha un capitolo intero su questo argomento, intitolato: “Il Giansenismo”. In esso, oltre alle testimonianze, riporta molte espressioni del Cafasso in difesa della “benignità” e contro il “rigorismo” morale. Ecco le parole stesse del Cafasso: «Queste anime il diavolo non le può vincere con gli allettamenti del mondo, e guarda di superarle con chiudere il loro cuore; […] l’uomo tanto fa quanto spera, la speranza è quella che dà la vita, e non è meraviglia, se si vive male quando si spera poco».


L’ALLAMANO EREDITÒ LO SPIRITO DEL CAFASSO

Al Fondatore piaceva questo capitolo sul Giansenismo della biografia dello zio. Nel suo manoscritto per la conferenza sulla “Speranza” del 3 novembre 1912, annota: «La speranza e confidenza in Dio fu la caratteristica di D. Cafasso. Basta leggere il capo della di lui vita sul Giansenismo». E nello svolgimento è stato altrettanto preciso: «Così possiamo dire del Ven. Cafasso per la speranza e confidenza in Dio. Questa è la sua virtù specialissima, la sua virtù eroica. Rileggete quel capitolo della sua confidenza in Dio, dategli uno sguardo». Notiamo che il capitolo del Di Robilant sul “Giansenismo” per il Fondatore è diventato il capitolo sulla “Confidenza in Dio”.

Che cosa significhi questo atteggiamento del Cafasso lo ha spiegato il Fondatore alle suore, in un modo elementare, nella conferenza del 15 dicembre 1918 sulla “Speranza e confidenza in Dio”: «La caratteristica del Ven. Cafasso era la confidenza, perciò egli combatté molto il Giansenismo. Il Giansenismo era destinato a scoraggiare le anime. Allora si diceva: Andare alla Comunione? Ah! Guai a te; e se si facesse una confessione, una Comunione mal fatta? – E così con quelle paure, con quei timori, allontanavano la gente dai Sacramenti. Il nostro Venerabile era destinato a staccare le ultime tracce del Giansenismo in Piemonte».

Anche con gli allievi missionari il Fondatore ha trattato questo aspetto nella conferenza del 22 agosto 1915 su “Fede – Speranza – Carità”: «Possiamo farci santi e non dobbiamo aver paura di sperare molto. Il carattere del Venerabile era la confidenza in Dio. E l’ho deposto anch’io nei processi. Il Signore voleva cancellare per mezzo suo gli ultimi avanzi del giansenismo e perciò lui aveva questa virtù e ne aveva tanta da infonderla anche negli altri, e l’infondeva anche nei disperati, e lui li faceva andare dritti in Paradiso».
Di questo influsso positivo del Cafasso si erano accorti anche a Roma. Il Fondatore, parlando alle suore, ha riportato il pensiero ammirato del Card. G. Van Rossum, Prefetto di Propaganda Fide: «Mi disse che Don Cafasso è il S. Alfonso del Piemonte».

P. Francesco Pavese
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