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L’ARRIVO DEI MISSIONARI DELLA CONSOLATA IN KENYA: LA NASCITA DELLA MISSIONE DI TUTHU PDF Stampa E-mail
Scritto da Teol. Filippo Perlo   


Dalle lettere di mons. Filippo Perlo, pubblicate su “La Consolata”, novembre 1902.

17 luglio 1902

Questi cari indigeni fanno davvero fin troppo per mettersi in relazione con noi: da mane a sera la nostra casa (composta per ora dalle nostre tende) è un vero porto di mare. Uomini, donne e fanciulli vengono in folla ad offrirci le derrate di cui sanno che abbiamo bisogno, come patate, fagioli, miglio, legna spezzata, ed in cambio per lo più ricevono cotonate di cui facemmo larga provvista a Zanzibar. La base di misura, detta mecomo, è la lunghezza dell’avambraccio a partire dalla punta del gomito sino all’estremità del dito medio.

Nei giorni passati qualcuno domandava di acquistare cotonate, sale, coperte, ecc. con rupie, ma noi invariabilmente ripetevamo che non siamo commercianti, che non sappiamo che fare delle rupie e che quelle cose non le diamo se non in cambio dei generi che ci occorrono per il vitto ed in compenso di servizi che ci si prestano. E la lezione fu presto capita. Tutto il giorno era un assedio di gente con carichi di patate o cereali, tanto che abbiamo dovuto limitare il mercato ad una sola ora del mattino.

Gli uomini, in generale, misurano il mecomo preciso; le donne, invece, spesso cercano di avvantaggiarsi di qualche palmo. E non hanno poi tutti i torti, poverette, perché, piccole di statura, hanno il braccio più corto.

Più di un terzo delle nostre giornate è da noi speso nel fare i medici ed i chirurghi. Sono per lo più povere donne con larghe piaghe ai piedi ed alle gambe: talora il piede è quasi interamente consunto. Abbiamo pure in cura un indigeno col cranio spaccato da una sciabolata ed un altro feritosi con una freccia avvelenata. A quest’ultimo, per salvarlo fu amputata una gamba, ed ora tocca a noi fare che questa operazione, eseguita da un indigeno, non abbia conseguenze fatali. Tenteremo una gamba di legno per farci onore. Molti poi sono coloro che vengono a chiedere medicine per il mal di capo e per le bronchiti.

Questa nostra quasi ininterrotta comunicazione con gli Akikuju ci è buona scuola per apprendere il linguaggio, di cui cominciamo a pronunciare qualche parola, sollevando alternativamente grida d’ammirazione e risa senza fine. Si fanno un piacere di ripeterci le loro frasi; il guaio sta nei verbi, nei sostantivi astratti e nei pronomi. Ma con lo studio e con la pazienza progrediremo anche in questo, e allora sarà possibile parlare d’altro che di montoni e di patate.

In questi giorni D. Gays ed io abbiamo continuato ad esplorare il paese all’intorno. In una di queste escursioni, saliti su d’una alta vetta in un momento in cui il cielo era sgombro affatto di nebbia potemmo vedere quasi tutto il Kikùju dal Kenya, detto qui Kerenjaga, alla catena Aberdare, ai monti Mumòni e giù giù per il piano dell’Ukamba o Barrareta Galla. La vista era incantevole: ci pareva di contemplare gli enormi cavalloni di un mare dal verde colore in gran burrasca. In lontananza sfumavano le colline che si succedevano alle colline, in linee vaghissime di creste con rari alberi disegnati sullo sfondo del cielo. Ma ben presto dalle valli cominciò ad alzarsi una lieve bruma, formando bianche nuvole che posero fine all’incanto di quella veduta.

In queste varie esplorazioni il Kikùju ci apparve formato da innumerevoli vallette, correnti generalmente da ovest ad est lateralmente al Kenya. Ogni valletta è separata dalle contigue da due linee di colline, alte da 200 a 300 m sul fondo della valle stessa. Il dorso delle colline è quasi sempre a cresta; su di essa corre un sentiero che unisce i diversi villaggi e serve egualmente alle due valli laterali. I fianchi delle colline sono accidentati in sommo grado.

Il terreno vegetale, rossiccio e friabile, è assai profondo; la vegetazione è perciò assai rigogliosa: vi s’incontra flora europea e specialmente alpina. Al basso delle valli il terreno è in gran parte coltivato a canna da zucchero, banani, patate; più in su ai tratti coltivati s’inframezzano spazi incolti.

I villaggi, numerosissimi, quasi tutti orientati ad est, godono il primo sole; essi sono tenuti assai puliti e, a differenza di quelli attorno a Nairobi, non sono cinti da palizzate. Sono composti di capanne rotonde, costruite con tronchi d’albero e coperte d’erba, in ciascuna delle quali abita una donna con tutti i suoi figliuoli. In altre capanne, a forma di canestro e sollevate dal suolo, si conservano le provvigioni. Gli abitanti dormono su pelli alzate da terra e collocate attorno al fuoco, il quale per loro, senza vesti né coperte, nella notte è assolutamente necessario.

Il nostro ingresso nei villaggi dove non fu mai visto alcun bianco, produce un momento di panico e di confusione: i fanciulli fuggono; il capo ed i suoi guerrieri tremano, impotenti a rendere il saluto. Ma trascorsi alcuni minuti, visto che non saccheggiamo, né facciamo loro alcun male, i più animosi incominciano a parlarci; alcuni entrano frettolosi nelle capanne e ne vengono fuori con patate cotte, con miglio pesto, con latte acido, insomma con ciò che hanno di meglio e ce lo offrono.

Poco a poco il circolo intorno a noi si fa più fitto, e quando usciamo dal villaggio il capo ed i suoi figli ci accompagnano per un tratto di via, in segno d’onore, e nel lasciarci ci stringono con effusione la mano, non senza aver prima sputato sulla propria palma, in aggiunta all’ocra e al grasso di cui è ricoperta.

Tutti i villaggi rigurgitano di fanciulli d’ambo i sessi. Ora che le guerre intestine tra capo e capo, come quelle contro i Massai, sono finite, è probabile che la popolazione aumenti straordinariamente.

Gli strumenti agricoli sono, quasi esclusivamente, un lungo coltello che gli indigeni portano sempre con sé ed un grosso chiodo schiacciato in punta ed infisso in un manico, usato a mo’ di zappa dalle donne. Queste, come già ho accennato, compiono i lavori più rudi e portano i carichi più pesanti. Noi, non molto distanti dalla foresta, a volte sul sentiero vediamo passare centinaia di donne curve e ansanti sotto i fasci di legna spaccata, avviate verso il piano. I guerrieri, all’incontro, se ne vanno in giro cantando, sempre colla lancia in mano.

Ora che essi hanno visto che noi paghiamo l’opera loro con rupie o con stoffe (e non con fucilate a mo’ di certi esploratori africani), tutti cercano avidamente lavoro da noi: lo prova, fra altri, il fatto dei 500 portatori offertisi per l’ultima nostra carovana. Conviene aggiungere che, oltre i scelti, circa 300 indigeni vollero egualmente andare per conto loro fino a Naivasha, nella speranza di avere anch’essi qualche carico, tanto che i soldati del forte, vedendo arrivare quella gran turba, credettero sulle prime ad un’invasione nemica e poco mancò che la ricevessero a fucilate.

Ora siamo ancora attendati, ma a giorni smonteremo le tende per abitare due capanne [preesistenti]. Con l’aiuto di operai indigeni le abbiamo unite, costruendovi frammezzo una cappella, sulla quale abbiamo inalberata una gran croce biaccata. Davanti, a ponente, un giardinetto di banani; dietro, tutto cintato di bambù, un cortile rustico con tre capanne ad uso di cucina, refettorio e magazzino, annessi che debbono essere separati dalle capanne in cui si dorme, per non avere anche queste invase dalle terribili formiche africane. Poco lungi dal recinto abbiamo cominciato un orto, dove mettemmo i semi d’ortaggi e legumi portati dall’Italia. Ho scritto a Nairobi per avere semi di caffè: aspettiamo pure il grano che domandai a V. S., per provare se attecchisce.

Aspettiamo intanto il ritorno di Karòli, per acquistare il terreno sul quale abbiamo fatto i nostri progetti per il definitivo nostro stabilimento. Se non vi sono difficoltà, acquisteremo il tratto della collina su cui stiamo, che è tutto in pendenza eccetto un tratto relativamente piano, assai adatto per costruirvi la chiesa, la nostra casa, la scuola ed il dispensario medico-farmaceutico; dei due ultimi pare si incaricherebbe lo stesso Karòli.

In questi climi si può far senza tante cose, ma colle notti fredde e umide, a conservare sani e validi noi europei, è indispensabile una casa ben riparata. Per la sua costruzione non vi è da pensare a calce e mattoni. Ho saggiato tutte le qualità di terreno qui attorno; nessuno presenta tracce di calce. C’è bensì una terra bianca, che sciolta nell’acqua tinge meglio della calce pura, ma non è assolutamente un calcare.

Per i mattoni ho provato diverse qualità di questa terra tutta rossa, ma non argillosa, e nulla mi è riuscito. Si trova pietra da taglio, molto friabile e che si lavora assai facilmente, ma occorrerebbe legare le lastre con terra battuta, il che rende la casa molto umida. Perciò, tutto considerato, ritengo che dovremo pensare a costruzioni in legno e ad uso Svizzera. Per lavorare il legno gli indigeni non hanno che un lungo coltello di ferro e cunei. Ci occorrerebbero perciò diverse qualità di seghe a mano ed altri attrezzi da carpentiere e da falegname, non bastando i pochi che abbiamo portato con noi.

Appena le occupazioni urgenti me lo permettano e si presenti propizia l’occasione, organizzerò una piccola spedizione, affine di andare cercare una via migliore di collegamento alla ferrovia. Una procura ad una stazione ferroviaria è di vera necessità, sia per ricevere le merci, sia per la posta in partenza ed in arrivo, sia per altre urgenti occorrenze.

I progetti sono molti, la buona volontà non manca, ma V. S. ci assista colle preghiere e col consiglio, e sempre ci raccomandino gli amatissimi colleghi alla comune Madre, che continui a sorridere amorosamente all’opera nostra.
Teol. Filippo Perlo

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