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100 ANNI IN UN MESE - MARSABIT R DINTORNI PDF Stampa E-mail
Scritto da P. Francesco Viotto   

Note di un diario alla buona

Mentre tornavo da Marsabit a Nairobi su un piccolo aereo, il 26 ottobre scorso, ho intravisto per un istante da lontano, al di là del monte Kenya, il profilo della catena dell’Aberdare. Ho subito immaginato che da quelle parti si trovava Tuthu, la nostra prima missione, il punto di partenza per un glorioso cammino apostolico, che dura da 100 anni. Un secolo è lungo e costituisce un bel pezzo di storia delle missioni. Io, invece, in circa 30 giorni, senza alcun merito e persino con un senso di imbarazzo, ho avuto la felice occasione di ripercorrere le principali tappe di quel cammino. Non so come esprimere la mia riconoscenza.

Dopo Tuthu, seguendo la nostra storia, la meta obbligata è Murang’a (un tempo Fort Hall). Ed eccomi, il 26 settembre, a visitare la cattedrale, opera famosa di p. Casolati, con le due inconfondibili torri sulla facciata. Ho anche la fortuna di incontrare il vescovo mons. Peter Kihara. Qui, a Fort Hall, i nostri primi missionari erano stati obbligati, contro voglia, a trasferirsi da Tuthu, a pochi mesi dal loro arrivo, pare a motivo di gelosia da parte dei protestanti. Invece, grazie alla Provvidenza, Fort Hall si è subito rivelato un formidabile trampolino di lancio per l’apertura di numerose missioni ed ora è il centro di una fiorente diocesi, con un vescovo locale e per di più Missionario della Consolata!

Da Murang’a i passi si dirigono spontaneamente verso Nyeri. Dall’alto del Gethuri contemplo la marea di tetti rossi delle costruzioni del Mathari e cerco di individuare dove si trova il famoso campanile, la chiesa, la casa dei padri, quella delle suore, il magazzino, il laboratorio... È una visione che impressiona, tanto più se uno riflette su ciò che essa rappresenta. Entrando tra quelle case, mi vengono spontaneamente in mente i nomi di missionari di prim’ordine: mons. Perlo, mons. Perrachon, mons. Re, mons. Cavallera, mons. Gatimu... Questi sono i Vescovi, ma chi sarebbe in grado di ricordare tutti i nomi dei sacerdoti, delle suore, dei fratelli?

Purtroppo, oggi al Mathari non si incontra più nessun Missionario della Consolata, se non tre suore. Per non lasciarmi prendere dalla malinconia, entro subito nella chiesa parrocchiale, un tempo cattedrale, dove una suora africana insegna il catechismo ad un nugolo di bambini.

Ed ecco, sulla destra, il volto familiare e sorridente di sr. Irene. Inginocchiato davanti all’urna che contiene le sue spoglie, ringrazio Dio per averci donato dei missionari “santi”.

Anzitutto per lei, la “Nyaatha”, la mamma tutta buona, e poi anche per gli altri che, subito dopo, visito al cimitero, giù nella valletta tra cipressi ed eucalipti. Quante tombe di missionari e missionarie! Non mi pare vero di trovarmi di fronte a dei pionieri, per i quali nutro una sincera venerazione fin da giovane: p. Rolfo, p. Richetta, p. Maraviglia, p. Benedetto Pietro, p. Cagnolo, p. Massa, p. Bolla, p. Casolati e tanti altri. Qui incontro anche amici, come il mio compagno di noviziato p. Giacomino Camisassa, e i pp. Polet ed Aspesi. In questa terra benedetta riposa pure il nostro primo martire p. Stallone.

Mentre mi allontano, mi convinco che al Mathari, a dispetto delle apparenze, i Missionari ci sono ancora. Basta saperli cercare. Sono modelli e protettori per gli apostoli di oggi.

Tra Nyeri e Meru c’è un legame inscindibile, come tra madre e figlia. Ma come è cresciuta questa figlia da quel lontano 1911, quando, dopo una perlustrazione di mons. Perlo, arrivarono i primi quattro missionari, i padri Tosello, Balbo, Aimo Bot e Olivero. Ed io, dal 7 al 9 ottobre, mi trovo proprio qui, ad Imenti, oggi Mujwa, dove essi si trabilirono, dopo un breve soggiorno a Keja.

Dall’insieme delle costruzioni si vede che questo è stato un centro importante. È addirittura conservata la prima turbina, che faceva funzionare un imponente laboratorio di falegnameria. Anche la grandiosa chiesa, che era la pro-cattedrale, ci parla di un passato glorioso, perché proprio da Imenti ha preso il via un progetto missionario molto efficiente.

Anche a Mujwa, tappa obbligata e desiderata è la visita al cimitero, dove riposano diversi missionari e missionarie. Questi li ho conosciuti tutti. Chi non ricorda il famoso p. Ciardo, che ha lasciato ad Imenti un’impronta indelebile? E poi i pp. Favaro, Umberto Bessone, Artero, Botto ed altri. Con commozione, incontro anche la tomba di p. Forestello, che è stato mio allievo a Torino. Soprattutto, qui riposa sr. Eugenia Cavallo, vittima della Mau Mau, il cui martirio è ufficialmente ricordato da una lapide, scoperta davanti alla chiesa, in occasione delle feste per il 90° anniversario dell’arrivo dei missionari nel Meru.

Durante il viaggio da Mujwa a Mukululu, dove intendo recarmi per respirare l’aria buona della foresta, rivedere le grandiose opere dell’acquedotto e riposarmi spiritualmente accanto al famoso santuario della SS. Consolata e del beato G. Allamano, che fr. Argese sta ampliando, faccio una sosta nella cattedrale di Meru. Qui riposa il nostro confratello mons. Umberto Bessone, al quale voglio rendere un omaggio speciale, perché, in tempi difficili, con lungimiranza e assieme a coraggiosi missionari, ha saputo imprimere una precisa e duratura fisionomia a questa bella Chiesa del Meru.

La “northern province” del Kenya si estende a vista d’occhio fino ai confini dell’Etiopia. Chi non ricorda, negli anni ’50, l’entusiasmo suscitato nell’Istituto dalle cronache dei primi viaggi di mons. Cavallera nel Nord? Dal nulla di quel lontano 10 luglio 1948, quando il vescovo di Nyeri pose per la prima volta piede a Marsabit, in questo sconfinato territorio, oggi possiamo contare tre diocesi: Marsabit, Isiolo e Maralal.

Il 6 ottobre, ho avuto la grazia di presenziare all’ordinazione episcopale di mons. Virgilio Pante. Come si poteva prevedere, è stata una celebrazione solennissima, nella quale si respirava aria di festa, di giovinezza e di novità. Nasceva, infatti, una nuova diocesi e Maralal aveva il suo primo vescovo. Impressionato da questo spettacolo, al termine della funzione, il card. Tomko mi ha detto: «Qui si vede la vera Chiesa».

In passato, per due volte, avevo visitato la parte occidentale della diocesi, spingendomi, oltre Wamba e Maralal, verso Baragoi, South Horr, fino a Loyangallani. Ma nutrivo il desiderio di visitare anche la parte orientale, quella che ora è la diocesi di Marsabit.

Ed eccomi accontentato. Il 16 ottobre, con mons. Ravasi, sono in viaggio da Nanyuki verso Marsabit. Durante la sosta ad Archer’s Post, mi raccolgo davanti al monumento molto semplice eretto sul luogo dove p. Andeni è stato ferito a morte. In questo Nord ci sono figure di missionari che, per il loro sacrificio, infondono coraggio e speranza: p. Stallone, p. Graiff ed ora p. Andeni. Come non ricordare il sommesso desiderio dell’Allamano: «Qualche martire lo desidero»?! Certo che il nostro Fondatore era serio quando diceva: «Un missionario deve essere sempre disposto al martirio».

Dal caldo torrido di Laisamis giungiamo al fresco di Marsabit, cittadina graziosa, cresciuta al margine di una foresta “riserva nazionale”. Al centro della città spicca la cattedrale. La residenza del vescovo è ancora quella fatta costruire da mons. Cavallera, semplice, senza lusso e funzionale. A Marsabit trascorro 10 giorni di sogno. Con mons. Ravasi, il 18 ottobre, ho il piacere di festeggiare, in privato, il 20° anniversario della sua ordinazione episcopale (la celebrazione ufficiale sarà la domenica successiva, nella cattedrale). Mi sembra ieri che predicavo il triduo in preparazione all’ordinazione, nella parrocchia di Bellusco, suo paese.

Attualmente la diocesi di Marsabit, dopo la creazione di quella di Maralal, si è ridimensionata. Peccato che i Missionari della Consolata siano rimasti solo a Loyangallani. Qui a Marsabit c’è una comunità di Comboniani, della quale fa parte il vicario generale, il simpatico sacerdote portoghese p. Alex.

Mi è impossibile esprimere tutta la ricchezza delle esperienze fatte a Marsabit con mons. Ravasi, sia al centro della diocesi, che a Maikona, attualmente senza sacerdoti fissi, che a North Horr, ove lavorano due sacerdoti tedeschi, p. Hubert e p. Anton, assieme alla missionaria laica Hildegard Helmer, che festeggia il 35° anno di permanenza in Kenya.

Mi è facile concludere che al Nord la Chiesa c’è ed è molto viva! Ricordo che in una conversazione a Nairobi, nel lontano febbraio 1967, mons. Cavallera mi confidava: «La gente viene per interesse, ma non importa. Noi conquistiamo il loro cuore con la bontà. Intanto si istruiscono ed educano spiritualmente». Aveva ragione!

Durante il viaggio di ritorno da North Horr, mi imbatto in due gioielli d’arte sacra, che non avrei mai immaginato di trovare da queste parti. Il primo è il santuario dedicato a “Cristo sorgente d’acqua viva”, che sorge nell’oasi di Kallacha, al centro del deserto di Chalbi. Qui c’è una sorgente, alla quale i pastori gabra conducono le mandrie ad abbeverarsi. Si tratta di una costruzione in stile nord-europa, con mura di pietre vulcaniche a vista, raccolte nei dintorni.

All’interno, il pittore etiope Allmayehu Bizuneh ha dipinto due strisce di 72 scene dell’Antico e Nuovo Testamento, nel caratteristico stile etiopico, con occhi grandi e colori vivaci. È come la “Biblia Pauperum” di me-dioevale memoria, molto interessante, che figurerebbe be-ne anche oltre i confini di Kallacha.

Il secondo gio-iello artistico è la chiesa dedicata alla “Familia Ntakati-fu”, che sorge a po-chi kilometri dalla città di Marsabit. È una costruzione cir-colare, di medie di-mensioni, molto at-traente, perché all’interno i muri sono affrescati dal pittore kenyota Charles Osama con scene dell’Antico e del Nuovo Testamento. Lo stile è molto raffinato, sia nel disegno preciso che nella colorazione delicata. Sono opere che figurerebbero bene anche in Europa! Questo pittore ha lavorato molto qui al Nord ed ha persino affrescato la cappella dell’Allamano House, il seminario teologico di Nairobi.

I nostri missionari, oggi, sono impegnati in tanti altri posti, oltre a quelli da me ricordati. Mi riferisco, per esempio, alle parrocchie in Nairobi e nella periferia, a quelle di Mombasa, di Embu, di Kisumu. Penso anche ai centri vocazionali, ai seminari, al noviziato, alla Bethany House, al Resurrection Garden, al Nazareth Hospital, alla Mary Mother of Grace, alla Familia ya Ufariji...
Quanta strada ha fatto la Chiesa del Kenya in 100 anni!
P. Francesco Pavese

SAGANA - NOTE DAL NOVIZIATO
Nei giorni 2-3 gennaio abbiamo ricevuto la visita del nostro superiore regionale p. Francesco Viotto. In questi due giorni abbiamo potuto dialogare con lui e condividere i nostri sentimenti.

La visita si è conclusa con un incontro comunitario durante il quale p. Viotto ha manifestato la sua soddisfazione per il cammino percorso e ci ha esortato a continuarlo con lo stesso zelo. In questa occasione ci ha anche presentato la Santa protettrice, per quest’anno, del nostro Istituto: s. Edith Stein, di cui ci ha raccontato brevemente la vita.

Prima di cominciare la seconda fase del noviziato abbiamo fatto 8 giorni di esercizi spirituali alla Be-thany House, che si trova vicino al noviziato. Gli e-sercizi sono stati diretti da p. Pietro Baudena e da sr. Efrem MC.

È stata una settimana molto speciale per noi, che è coincisa con tre importanti ricorrenze del nostro Istituto: la nascita del nostro Fonda-tore (21 gennaio), la festa di S. Francesco di Sales (24 gennaio) e la fondazione del-l’Istituto (29 gennaio).

Davvero una bella coincidenza! Gli esercizi sono iniziati il 20 gennaio e si sono conclusi il 29.

All’inizio della seconda fase abbiamo cambiato i nostri luoghi di apostolato: ora offriamo il nostro servizio in posti diversi, per cominciare da capo, con nuovi compagni. Preghiamo che il nostro apostolato ci aiuti a essere contemplativi nell’azione come ci voleva il Padre Fondatore.

Vi auguriamo un anno pieno delle benedizioni di Dio; santa Edith Stein ci protegga e interceda per noi.
Daniel Mkado

GIOIA PER UN NUOVO CONFRATELLO
Il 20 febbraio scorso, i confratelli della zona nord (diocesi di Maralal e Marsabit) si sono riuniti per celebrare la festa del beato G. Allamano. Padre Tobias Oliveira, come già ha fatto per tutti gli altri gruppi della Regione, ha proposto una profonda e ricca meditazione sull’eredità del Padre Fondatore. Durante la solenne celebrazione eucaristica, presieduta da mons. Virgilio Pante, vescovo di Maralal, p. Paolo Tablino ha emesso la sua professione perpetua. Oltre ai confratelli erano presenti tutti i sacerdoti e tutte le Missionarie della Consolata della diocesi di Maralal. La celebrazione è stata molto sentita e intensamente vissuta da tutti i presenti, pieni di ammirazione e profonda stima verso il novello professo, che ha voluto coronare la sua lunga e ricca vita missionaria in Kenya con questo nuovo dono di se stesso al Signore.

Padre Tablino, proveniente dalla diocesi di Alba, arrivò in Kenya come sacerdote fidei donum nel gennaio 1960. Dopo i primi quattro anni dedicati all’insegnamento nel seminario maggiore di Nyeri, seguì mons. Cavallera nell’incipiente diocesi di Mar-sabit e fondò, con un altro alfiere della sua stessa diocesi - don Bartolomeo Ven-turino - le missioni di Mai-cona e North Horr.

Nel 1980 fu richiamato in Italia e per tre anni lavorò come responsabile del Centro Ecclesiale Italiano Africa e Asia (CEIAS). Nel 1984 era di ritorno nella diocesi di Marsabit, sempre impegnato nel lavoro pastorale diretto e, per tre mesi all’anno, nell’insegnamento nel seminario maggiore di Maralal.

Profondo studioso della tribù dei Gabra, ha scritto il libro “I Gabra del Kenya”, pubblicato anche in versione inglese. Dopo avere vissuto, lavorato e sofferto per tanti anni accanto ai Missionari della Consolata, spinto da una profonda conoscenza e venerazione del beato Allamano, ha chiesto di fare parte della nostra famiglia.

Al caro p. Tablino, attualmente impegnato nella cura pastorale della missione di Archer’s Post, e mentre lavora pure alla pubblicazione di una storia della diocesi di Marsabit, rinnoviamo i più fervidi auguri di ogni bene.
P. Francesco Viotto

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