|
Così potrebbe chiamarsi la partenza dei primi tre confratelli africani alla volta dell’Asia. P. Tamrat Defar, etiope, ordinato il 1° settembre 2001, p. Peter Njoroge Githaiga, keniano, ordinato il 4 agosto 2001 e p. Joseph Otieno Sijenyi, keniano, ordinato il 14 ottobre2001, sono partiti, il 21 marzo, per la Corea del Sud dove il Signore li chiama a svolgere il loro apostolato missionario. Nella ricorrenza del centenario della missione, questa partenza rappresenta un nuovo inizio per l’Istituto: nella loro persona, l’Africa che cent’anni fa ha ricevuto l’annuncio del vangelo, oggi ne fa dono all’Asia.
Come avete vissuto i primi mesi del vostro sacerdozio? Peter: Pur nella sua brevità, la mia è stata un’esperienza di grande gioia. Dopo aver atteso e desiderato per tanto tempo di diventare sacerdote, l’aver raggiunto la meta riempie il cuore di gioia. È come per il matrimonio: l’attesa è lunga, ma quando finalmente i due si sposano sono felici. Tra le esperienze più forti che come sacerdote ho vissuto c’è stata la confessione. Ho confessato molto nella mia parrocchia, ho confessato gente che conosco e devo ammettere che non è per niente facile. Trasmettere la misericordia di Dio a chi si confessa e aiutarlo a sentirsi perdonato è un compito davvero impegnativo che richiede a te, sacerdote, di essere familiare all’amore del Signore. Tamrat: Dopo la mia ordinazione sono andato prima a Modjo, dove si è svolto un festival dei giovani, e poi a Waragu per fare un po’ di esperienza prima di partire. Modjo è una piccolissima comunità fra gli ortodossi e non ci sono grandi possibilità di lavoro pastorale. Waragu, invece, è una bella parrocchia con molti cattolici. Due giorni dopo il mio arrivo c’è stata la festa patronale dove i fedeli partecipano numerosi anche dalle altre parrocchie. Così in questa circostanza ho fatto il mio battesimo come confessore. Un’altra esperienza che ho fatto riguarda la vita comunitaria. Da seminarista ero abituato a vivere in una grossa comunità, ora, da sacerdote mi sono trovato a vivere con pochi confratelli: un’esperienza nuova, a volte un po’ pesante, perché si avverte un senso di solitudine. Joseph: Ho sentito che essere prete, in Kenya, significa rivestire un ruolo importante nella società: ho avuto questa sensazione quando, dopo l’ordinazione, la gente veniva a cercarmi per salutarmi, per chiedere una benedizione… la gente è felice nel vedere un figlio della sua terra diventare prete. Da parte mia ho visto che come sacerdote c’è molto da fare. Due giorni dopo l’ordinazione ho cominciato a fare ministero a tempo completo. Nella mia parrocchia c’erano le prime comunioni: confessare in due preti 200 giovani e poi realizzare tutta la celebrazione… è stata una faticaccia. Al mio paese c’è un sacerdote solo, che deve attendere 30 comunità sparse in un vasto territorio: le ho visitate tutte portando il dono dell’eucaristia, della parola di Dio, della confessione… Sono rimasto impressionato dal numero di persone che muoiono: c’erano almeno tre funerali alla settimana e come prete mi sono trovato nel compito bellissimo, ma gravoso, di consolare la gente nel momento della sofferenza e della morte. Ho visto che essere prete è una missione che ti occupa dal mattino alla sera, le 24 ore del giorno. Era dura, ma è stata un’esperienza bella, che riempie la vita. Come è nata la decisione di partire per la Corea? Peter: Nel momento di esprimere le mie preferenze non avevo pensato alla Corea. Poi mi è stata fatta la proposta dicendomi che due miei compagni di noviziato, che studiavano a Londra, andavano in Corea e si desiderava che fossero almeno in tre. Non è stato facile scegliere. Quando, in passato, si parlava della Corea era sempre per sottolineare la difficoltà soprattutto della lingua. Ho riflettuto un po’ e mi sono detto che qualcuno doveva pur andare e non avevo ragioni per dire di no. Pensando che altri confratelli lavorano in Corea e sono riusciti ad inserirsi… alla fine ho accettato volentieri di andarci anch’io. Tamrat: Non avevo mai pensato di andare in Corea. Anche a noi, che studiavamo a Londra, è stata presentata questa possibilità: «Nell’anno in cui l’Istituto celebra il centenario della missione – ci è stato detto - la Corea è pronta per ricevere i primi missionari africani». Studiando teologia abbiamo parlato spesso di un nuovo modo di essere missionari: essere missionari non soltanto nel “fare”, ma nell’“essere” puntando sulla testimonianza. Questo argomento mi ha sempre interessato molto. Ho pensato che in Corea i nostri confratelli sono presenti da 12 anni e il loro lavoro si caratterizza come un modo nuovo di essere missionari e mi son detto perché non avrei potuto andarci anch’io? Anche il mio compagno Joseph Otieno pensava come me e così un giorno abbiamo offerto, insieme, la nostra disponibilità all’Istituto. Tutti i nostri compagni sono rimasti sorpresi dalla scelta che abbiamo fatto; in effetti abbiamo dovuto prendere il coraggio con le due mani e dire: «partiamo!». Dopo, ho cominciato ad informarmi sulla realtà di quel paese ed ora parto sereno mettendomi fiducioso nelle mani del Signore. Joseph: Andare in Asia è una sfida che ci è stata presentata solo alla fine, ma per me innanzitutto si è sempre trattato di disponibilità. La nostra scelta iniziale era diversa, ma dopo aver riflettuto a lungo abbiamo accettato la sfida della Corea. È stata una scelta davvero difficile, ci è voluto coraggio e disponibilità, ma anche con l’aiuto della preghiera, siamo riusciti a farla nostra. Quali sono le difficoltà che prevedete di incontrare in Corea? Peter: Anche se la lingua costituisce, indubbiamente, una grossa sfida, - bisognerà, infatti, studiarla per 5 anni -, la difficoltà più grande, credo, sarà lo sforzo di inserirci in una cultura così diversa dalla nostra. Subito dopo viene il “che fare”, ossia come essere missionari in Corea perché, da quanto sappiamo, la Chiesa coreana, apparentemente non ha bisogno di preti ed è autosufficiente. Allora, come essere sacerdoti e missionari in modo nuovo? Noi africani abbiamo l’esperienza della missione in Africa come di un “fare”: costruire chiese, scuole, dispensari…, mentre in Corea non ci sarà bisogno di tutto questo. Pertanto la nostra missione non consisterà tanto in un “fare” quanto in un “essere”. Ossia, si tratterà di testimoniare con la vita il vangelo di Gesù. Lo faremo come africani diventando strumenti di comunione e di arricchimento reciproco tra la cultura africana e quella coreana. Joseph: La prima sfida sarà quella di realizzare una vera inculturazione. La difficoltà potrebbe riguardare l’adattamento agli usi e costumi di un mondo completamente diverso da quello da cui proveniamo. Poi, come sappiamo, in Corea l’Istituto è impegnato a fare la missione in un modo nuovo o diverso: si tratta, allora, di sottolineare soprattutto l’aspetto della testimonianza umana e cristiana. Tamrat: Andando in un paese diverso dal mio, comprendo di dover realizzare una profonda conversione in me stesso, cioè non partire con l’animo di “dare o insegnare” come, forse, un tempo si intendeva il ruolo del missionario. In realtà c’è molto da imparare, specialmente in un paese come la Corea che vanta una cultura così antica e ricca. Noi, figli di un’altra cultura, possiamo imparare molto dal loro modo di pregare, di intessere relazioni, di vivere la filosofia della vita, ecc. Penso che, innanzitutto, dovremmo fare il massimo sforzo nell’imparare a conoscere, apprezzare e fare nostri i loro valori. Il passo successivo consisterà nel condividere con loro la nostra cultura africana e i nostri valori, così la missione potrà esprimersi davvero in modo nuovo come incontro, dialogo, comunione, condivisione. Peter: Abbiamo coscienza di essere i primi sacerdoti africani dell’Istituto che partono per la Corea e, per quanto abbiamo udito, non sarà facile essere accettati in una cultura che si considera all’avanguardia in tanti campi. Sarà una cosa bella e un grosso passo in avanti nella costruzione del Regno, se i coreani sapranno accettare che degli africani possano portare loro l’annuncio di Cristo.
|