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Dalle lettere di mons. Filippo Perlo, pubblicate su “La Consolata”, novembre 1902. 28 luglio 1902 Il 21 luglio mentre tutto il paese era in allegria ob adventum regis, per l’arrivo dell’ormai famoso Karòli, anche noi eravamo in festa, perché egli era latore delle loro desideratissime lettere del 30 maggio, le quali da Zanzibar inviate a Nairobi, ivi attesero il ritorno del p. Hémery. Karòli arrivò oggi alle tre, mentre noi eravamo intenti a fabbricare la cucina, e la pioggia veniva a catinelle, nonostante che i suoi sudditi dicessero che quando Karòli sarebbe a Tuthu splenderebbe sempre un bel sole, perché egli è, secondo essi, il padre della pioggia e del bel tempo. Arrivò sotto il suo parasole, drappeggiato in una gran coperta rossa, con un berretto da ciclista in capo, a piedi nudi, naturalmente. Era preceduto e seguito da guerrieri, da servi in tenuta europea (cioè con giubba sulla camicia ed un berretto rosso), da un fanciullo vestito in swahili portante un mazzetto di chiavi ordinarie da lucchetto, e poi da portatori di generi acquistati a Nairobi, fra cui due casse in ferro simili alle nostre. Prima ancora di andare a casa sua passò da noi con tutto il suo seguito; la nostra veranda ed i pressi della nostra dimora erano perciò stipati di folla, ansiosa di rivederlo. Io, per primo gli mossi incontro colla destra alla visiera e gli strinsi la mano, domandandogli sue notizie; e così fecero tutti i nostri. Egli mi ripeté l’ormai solita domanda: se i fratelli fossero nostri figli. Gli risposi che non avevamo figli, come egli intendeva, ma che volevamo aver come figliuoli tutti gli Akikuju e che perciò avremmo loro insegnato a leggere e scrivere e anche curati i loro mali. Ed egli ripeteva: nemuega, nemuega (bene, bene). Fattolo sedere, lo ristorammo con un bicchiere di vino, che bevette d’un fiato. Ne ofrimmo anche al principe ereditario presente, ma Karòli non gli permise d’accettarlo, non volendo che egli fosse partecipe di un tanto onore. Quindi il segretario (non so come qualificarlo diversamente) estrasse le lettere di V. S. e me le consegnò. Appena io ne ebbi aperte le buste, Karòli me le richiese, le esaminò ad una ad una attentamente, come un censore di collegio, figurando davanti al suo popolo di leggere quello che i musùngu (europei) sanno scrivere. È vero che lesse tenendo lo scritto ora capovolto, ora in posizione laterale, ma la serietà era perfetta e l’effetto grande… Ci offerse frutti assai rassomiglianti per la forma a quelli del pino, dal gusto di limone, ma più profumato; quindi, presone uno, ne morse un boccone e poi ebbe la degnazione di passarlo a noi, che facessimo altrettanto. Ricordai che da ragazzo, coi miei coetanei facevo così delle mele, e con disinvoltura ripetei l’operazione; D. Gays ed i fratelli mi imitarono. Dopo, più non sapendo io che dire, o meglio avendo molte cose da dire, ma non sapendo ancora esprimermi, passammo alcuni minuti a guardarci scambievolmente. Poi Karòli andò nel nostro magazzino e, fatti entrare noi e il suo segretario, ne chiuse la porta, e volle che tutti sedessimo quasi a consiglio segreto. Esaminò parecchi dei nostri strumenti, allargando gli occhi alla vista degli effetti della pialla. Volendo vedere anche il funzionamento delle forbici da latta, io gli tagliai con esse le lunghe e nere unghie delle mani; gli provai delicatamente le pinze dentarie; col grosso bisturi gli raschiai un po’ il braccio ed infine lo profumai col jodoformio. Allora, soddisfatissimo, con posa solenne, regalò a me ed a D. Gays tre rupie cadauno e due cadauno ai fratelli. Noi, naturalmente, volevamo rifiutarle, ma non ci fu verso. Arrivò intanto un montone, che egli aveva mandato a prendere e ci regalò anche quello. A nostra volta, presa una delle più belle coperte da beduini, gliel’appuntammo indosso. Nel frattempo, avendo cessato di piovere, andammo a vedere l’orto: ci espresse con grandi segni la sua ammirazione per il modo com’è coltivato. Infine ci salutammo, e mentre egli si avviava maestoso verso casa sua, noi corremmo a leggere le nostre lettere. Non le descrivo la figura di Karòli perché la vedrà nella fotografia che le manderò; per ora noto soltanto che fra la sua popolazione, più che rispettato, egli gode venerazione ed è veramente amato. Già alcuni giorni prima del suo arrivo se ne parlava come di una festa comune, e bastava dire ad un fanciullo: verrà Karòli, per fargli emettere grida di gioia. E tale effetto ben si può dire meritato. Oltre all’essere il capo più importante del Kikùju, giacché è riconosciuto per almeno venti vallate a destra e altrettante a sinistra fino al piano ukambese, Karòli è anche un uomo intelligente, di capacità superiore assai alla generalità della gente ed è naturalmente buono e giusto. Tutti lo possono avvicinare, tutti gli possono parlare, e presso di lui le ragioni dei piccoli sono vagliate e pesate come quelle dei grandi. Ha ancora suo padre e sua madre, vecchi, ma di cui non si potrebbe precisare l’età. Due giorni dopo l’arrivo di Karòli andammo a restituirgli la visita, portandogli in dono un orologio da £ 6,50 con catenella di ferro nikellato. Ne fu oltremodo contento e lo racchiuse subito fra i suoi tesori. Quindi ci diede da bere del tembe, s’intende, a tutti nello stesso recipiente. Poi ci espresse il desiderio di avere anch’egli una tenda per i suoi viaggi, e ci offrì 150 rupie (£ 250 circa) per una delle nostre. Io, co-gliendo la palla al balzo, gli dissi che il giorno in cui fosse concluso il contratto per il terreno della missione, co-me compenso gli avrei regalato la tenda. Fu contentissimo della proposta e spero manterrà la sua parola. Dopo la nostra visita egli venne già più volte a trovarci, intrattenendosi a lungo con noi e mostrandosi sempre più ben disposto a nostro riguardo. Speriamo di acquistare sempre meglio la sua fiducia. D. Gays ed io fummo dichiarati suoi fratelli, ed i nostri confratelli laici i suoi mitotu (figli di adozione), con gli stessi diritti dei veri; tant’è che uno di questi giorni inviò loro un montone, affinché lo mangiassero essi soli, come talvolta usa fare con i figliuoli suoi. Egli s’interessa molto di questioni religiose, però da quanto, a piccolissime dosi, gli veniamo esponendo trae spesso conclusioni diverse da quelle che noi vorremmo. Un giorno, per es., dicendogli che Ngai (Dio) è giusto, potente, ricco, ecc. Karòli mi domandò: - Dio ha molte vacche e molti campi? - Più che non ne abbiano tutti gli uomini, risposi io. - Ed è anche buono? - Oh, sì, moltissimo. - Allora, concluse Karòli, anch’io sono Dio, perché sono giusto, buono e possiedo molte vacche e molti campi. Gli Akikuju co-minciano a dire che essi crederanno ciò che crederà Karòli e che se Karòli si farà come i musungu, cioè cristiano, saranno cristiani anch’essi. Preghino e facciano pregare molto, affinché la Consolata ottenga da Dio questo miracolo: la conversione del capo sarebbe una grande spinta a quella di tutto il suo popolo. Così siamo si-curi che ad un cenno di Karòli tutto il paese verrà a scuola. Anche per consiglio dei Padri dello Spirito Santo, apriremo quanto prima una scuola, anche se non conosciamo ancora perfettamente questa lingua; inizieremo con i più intelligenti tra i numerosissimi figli dello stesso capo. Gli dissi che gli avrei regalata una tromba per chiamare a scuola (a questo scopo ci mandi una tromba marina), ed egli promise che al mattino la suonerà lui stesso: così tutti verranno, non permettendo Karòli che alcuno disobbedisca ai suoi ordini. Sarebbe però urgente l’aprire non una ma molte scuole: tutti dimostrano un desiderio vivissimo d’imparare il mallòa (cioè leggere e scrivere), compreso lo stesso Karòli, il quale davanti al suo popolo finge di sapere benissimo. Gli ho formalmente promesso che, appena di ritorno dal mio prossimo viaggio, gli insegnerò per prima cosa a fare la sua firma. Teol. Filippo Perlo
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