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L'ARRIVO DEI MISSIONARI DELLA CONSOLATA IN KENYA - I KIKUYU PDF Stampa E-mail
Scritto da Teol. Filippo Perlo   

Dalle lettere di mons. Filippo Perlo, pubblicate su “La Consolata”, novembre 1902. 22 agosto 1902 Le cose nostre in questa terra promessa, il cui unico male è il non essere cattolica, continuano ad andar bene senza merito nostro. Ripensare alle difficoltà d’ogni genere che ostacolarono la nostra venuta qui, e vedere come ora tutto proceda a gonfie vele, è cosa che fa stupire noi medesimi. Certamente l’atmosfera del santuario, satura di grazie, manda i suoi effluvii fino a noi. E forse, ormai assuefatti al buon andamento delle cose, all’aver favorevoli quanti incontriamo sul nostro cammino, non ci accorgiamo abbastanza che la mano di Dio e la Consolata spesso c’entrano più che in via ordinaria a guidare le nostre imprese. Il capo ci è sempre favorevolissimo; la popolazione non occorre andarla a cercare, dato che intorno a casa nostra è un assedio da mane a sera; nessun forestiero viene a vedere Karòli senza passare da noi. Sarà curiosità più che altro, ma certamente sarà pure un mezzo nelle mani della Provvidenza. La nostra esperienza qui è ancora troppo breve per poter dare un giudizio sicuro sul carattere di questi indigeni, ma la continua pratica con essi ci va sempre più persuadendo che, se non vi fosse il gravissimo male della poligamia, si lavorerebbe in un terreno naturalmente cristiano. Gli Akikuyu in generale dimostrano una naturale onestà, una rettitudine che non sempre s’incontrano nella massa di certe popolazioni cattoliche. Il furto, a quanto vediamo, è sconosciuto o almeno non praticato; non ci siamo mai accorti della mancanza della più piccola cosa, benché, all’uso del paese, essendo pressappoco libero l’ingresso nella nostra casa, inevitabilmente ogni cosa si trovi a portata di mano. Lasciando ognuno padrone di vedere e toccare oggetti, anche minuti e da loro desideratissimi, si è certi, ritornando di trovar tutto a posto. Il buon accordo fra loro ci pare ammirevole; anche tra i fanciulli non vedemmo mai alterchi, benché non avendo quasi nulla da fare, essi si trovino tutto il giorno insieme. Quando uno mangia, ce n’ha per tutti. Il sedersi attorno ad un buon fuoco è per gli Akikuyu una vera passione, e basta accendere un fuoco nella campagna per attirare mezzo mondo. Imbattersi per via in una comitiva seduta al fuoco, nel quale sempre vi sono patate ad arrostire, si è tosto invitati a mangiarne, invito che, i nostri compagni di viaggio non rifiutano mai. Quando a noi si porta, per vendercelo, qualche commestibile e noi non avendone bisogno dobbiamo rifiutarlo, quasi sempre viene dal proprietario diviso gratis fra i presenti. L’ospitalità, come in tutti i paesi dove non sono locande di nessuna specie, è in onore; i forestieri però generalmente vanno a casa di Karòli, che per gli Akikuyu ha sempre vitto ed alloggio. I giovani sono proibiti di bere tembe; i vecchi invece ne bevono in abbondanza, e se ne vede qualcuno allegro, mai però in stato di vera ubriachezza. Verso di noi giovani e vecchi mostrano il più grande rispetto e ci si vanno sempre più affezionando. Incontrando per via o nei villaggi dei fanciulli che non ci abbiano mai visti, dapprima fuggono per paura, ma poi chiamandoli, il rispetto la vince sul timore e vengono immediatamente. Quando usciamo di casa, giovanetti e fanciulli subito ci seguono e se partiamo soli, torniamo sempre bene accompagnati; godono e sono fieri di renderci piccoli servigi. Gli Akikuyu si meravigliano molto e seguono con grande interesse il nostro modo di lavorare il legno e soprattutto il ferro, e, se permettiamo, ripetono, qualche volta con successo, le nostre operazioni. I riccioli con la pialla e gli scarti della sega sono raccolti con ammirazione, e passano da mano a mano con infiniti commenti. È facile arguire che questa gente imparerebbe abbastanza rapidamente qualche arte o mestiere. Quello che ci attira maggiormente la generale ammirazione e benevolenza è l’esercizio della medicina e della chirurgia, specialmente di quest’ultima. Dal registro che teniamo delle cure fatte, rilevo che in un mese preciso dal nostro arrivo qui avevamo già fatto 92 cure, fra cui 70 di piaghe, ferite ecc., con piccole operazioni chirurgiche. Ora, corsa la voce all’intorno, il lavoro ci è di molto cresciuto e i malati vengono da paesi lontani più d’una giornata di viaggio. Per lo più sono ferite ai piedi e alle gambe prodottesi lavorando o per puntura di spina, che poi trascurate s’infettarono e divennero piaghe orribili, quasi sempre nelle donne le quali, a causa del maggiore lavoro vi sono più esposte. Malattie infettive od epidemiche non ne abbiamo ancora riscontrate. Di quanti furono curati finora nessuno è morto. Se vedesse come quelli guariti si sforzano di farci capire a segni la loro riconoscenza! Non avendo locale lavoriamo all’aperto, e ciò che più colpisce pazienti e spettatori, sempre numerosi, non è il valore dei rimedi da noi dispensati ed applicati, bensì quello della tela che si adopera per i bendaggi. Soffrono visibilmente al vederla stracciare per farne bende, essi che ne hanno tanta penuria, e non sanno capire come possiamo donarla con tanta liberalità. Questo, mentre ci fa crescere grandemente nella loro estimazione, deve certamente predisporli ad accogliere a suo tempo la nostra predicazione. Non si potrà però iniziare con frutto ed in grande il lavoro di conversione, finché non giungano in nostro aiuto nuovi manipoli di buoni operai: sacerdoti, confratelli e, possibilmente, anche suore. Non è necessario che i sacerdoti, i quali volessero venire con noi, siano tutti colossi di salute… e nemmeno si richiede in essi molto ingegno, purché la loro istruzione sia diretta ad hoc: acquistare facilità pratica per le lingue e per spiegare il catechismo con figure ed esempi alla buona, tratti delle cose naturali che ogni giorno colpiscono i sensi e la fantasia degli indigeni. Poi, come l’esperienza ci va ogni giorno dimostrando, occorre gran pazienza e dolcezza. Dolcezza e pazienza sono i primi requisiti assolutamente necessari per trattare ed accaparrarsi questi eterni fanciulli, i quali dai modi più o meno caritatevoli che si usano con essi, pare arguiscano la verità di quanto loro si insegna. … Alle preghiere di V. S., dei superiori e colleghi di Torino siamo certo debitori dei nostri progressi: tutti ricevano i nostri ringraziamenti e ricompensa di celesti benedizioni.

Teol. Filippo Perlo

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