TUTHU, 29 GIUGNOIl 29 giugno 1902 i Missionari della Consolata celebravano la prima messa nel villaggio di Tuthu. È la data che segna l'inizio dell'opera di evangelizzazione da cui è nata una grande Chiesa, che oggi celebra il suo centenario, nell'esultanza dei Missionari che per essa hanno dato e continuano a dare la loro vita. Quanti erano il 29 giugno scorso a Tuthu? 25.000, 50.000, 60.000 o addirittura 70.000 persone come scrissero alcuni giornali locali? Misurando col contapassi elettronico, ho avuto la conferma che 60.000 persone - qualche mille in più o in meno non fa molta differenza -, erano là quel giorno in quello sperduto angolo di mondo a celebrare con i Missionari della Consolata i cento anni di evangelizzazione della regione attorno al Monte Kenya. Il 29 giugno era un bel giorno di sole, cosa rara dalle parti di Tuthu in questa stagione. Un giorno santo. Due gruppi erano già arrivati il giorno prima: i 2500 giovani che avevano camminato per 46 chilometri da Murang'a e le Suore della Consolata (novizie e juniores) che con mons. Virgilio Pante avevano attraversato i 42 km della foresta dell'Aberdare, da Njabini a Tuthu, sulle orme dei primi missionari. La notte c'era stata una gran vigilia nella chiesa e attorno a decine di fuochi, mentre la gente di Tuthu era indaffarata a sfamare migliaia di giovani bocche fameliche. Il giorno della festa, centinaia e centinaia di matatu (taxi), mescolati a camion, pulmini e auto private, hanno fatto la spola su e giù per i nove chilometri che separano Kanyanyaine da Tuthu, lungo la stretta strada sterrata che serpeggia nella valle seguendo i capricci del fiume Mathioya. All'inizio passavano baldanzosi tra una doppia fila di gente che camminava veloce in file compatte, ma verso le nove e mezzo tutto si bloccò perché non c'era più un francobollo di terra dove parcheggiare. La strada era diventata un lunghissimo parcheggio e tantissimi, vescovi compresi, hanno dovuto farsi gli ultimi chilometri a piedi, arrivando trafelati e impolverati per la celebrazione che cominciò necessariamente con quasi un'ora di ritardo. La processione d'inizio si organizzò a fatica attorno al tempietto memoriale, ancora in costruzione, sul sito dove i primi missionari celebrarono la famosa messa del 29 giugno 1902 e cantarono il Magnificat. Curiosi, a centinaia, volevano vedere il tempietto, preti volevano salutarsi, fans volevano la foto col loro vescovo e bambini si intrufolavano dappertutto. Finalmente le trombe della banda dei Salesiani di Embu squillarono e la processione si mise in moto aprendosi a fatica un varco tra la folla di fedeli entusiasti e centinaia di ambulanti che approfittavano dell'occasione per vendere oggetti religiosi e soprattutto cibi e bevande. Davanti avanzava la croce accompagnata dai chierichetti, seguita dai diversi gruppi di ragazze danzanti, da donne e uomini di Azione Cattolica, da lettori e ministranti vari; infine la lunga fila di oltre cento preti e i vescovi, quindici in tutto, con il superiore generale dei Missionari della Consolata, p. Piero Trabucco, e il nuovo superiore regionale del Kenya, p. Luigi Brambilla. Presiedeva la celebrazione mons. Nicodemus Kirima arcivescovo di Nyeri. Mons. Peter Kihara, anima di tutte queste celebrazioni, faceva la parte del padrone di casa. La celebrazione si svolse in kiswahili e inglese, con abbondanti iniezioni di kikuyu, soprattutto nei canti. Ogni angolo dell'ampia conca naturale era pieno di gente. Quasi impossibile muoversi. Una tenda offriva riparo ai preti e un'altra, enorme, alle suore. Li riparava non solo dal sole, ma anche dalla possibilità di vedere qualcosa. Suppliva l'udito. Il coro sembrava instancabile, toccando momenti di grande intensità con i canti tradizionali in kikuyu. In quei momenti anche la terra sembrava vibrare all'unisono con i cantori e la gente. Erano presenti i rappresentanti ufficiali di tutte le diocesi della regione, e tantissima gente comune, venuta con ogni mezzo da ogni parte Kenya, dall'Uganda e anche da altre nazioni. I mezzi di trasporto avevano dovuto fermarsi sempre più lontano, ma la gente no, niente poteva fermarla e continuava ad arrivare. Gli ultimi, come quelli di Kangeta e Mukululu, rallentati da problemi di traffico, riuscirono ad arrivare solo a celebrazione finita, ma arrivarono, per poi viaggiare ancora tutta la notte seguente per tornare a casa. E la celebrazione cominciò. Mons. Kirima era assistito dal suo coadiutore, l'arcivescovo John Njue (ex-vescovo di Embu) e dall'arcivescovo di Nairobi, Ndingi Mwa-na'a Nzeki. La danza per la presentazione del Libro della Parola offrì un primo momento denso di significato. Iniziarono la processione tre anziani missionari: p. Attilio Ravasi, fr. Giovanni Comaron e sr. Carmelangela Carlino. Dalle loro mani il Libro passò a tre anziani kikuyu, tra cui Prassede, figlia ultranovantenne del capo Karuri e Consolata Wanjiku sua ultima moglie. I tre anziani passarono il Libro a tre giovani Kikuyu: un religioso della Congregazione dei Fratelli di San Giuseppe, un sacerdote della diocesi di Embu e una suora della Congregazione di Maria Imma-colata di Nyeri. Il momento era accompagnato dalle danze di decine di ragazze delle scuole cattoliche della diocesi di Murang'a. Al salmo responsoriale spuntarono le donne dell'Azione Cattolica di Othaya cantando e danzando al ritmo di un antico motivo kikuyu. 60 mila bocche, 120 mila piedi accompagnarono quel canto facendo vibrare l'intera collina. L'omelia vide l'estro, l'inventiva e la gioia di mons. John Njue al suo meglio. Alternando inglese, kiswahili e kikuyu, l'arcivescovo, in dialogo continuo con la folla, riepilogò gli avvenimenti che si stavano celebrando, tesse in abbondanza le lodi dei Missionari della Consolata, celebrò la bontà della nostra Madre Consolata e del suo servo Giuseppe Allamano, e indicò vie di futuro per la Chiesa della Regione del Monte Kenya, nata dalla fede e dall'opera dei primi quattro pionieri. "Siamo venuti da lontano, siamo arrivati lontano, ma c'è ancora molto cammino da fare per arrivare ancora più lontano". Con queste parole, quasi cantate in kiswahili e ripetute a iosa nel dialogo con la folla, mons. Njue riuscì a riassumere il cammino della Chiesa nata a Tuthu e ora lanciata nella prospettiva missionaria dei prossimi cento anni. L'offertorio si protrasse a lungo, mentre le donne passavano a raccogliere le offerte. La preghiera dei fedeli vide coinvolti rappresentanti di tutte le diocesi che pregarono nelle loro rispettive lingue: kikuyu, kiembu, kimeru, kiswahili, turkana, samburu e borana. Alla comunione decine di preti solcarono la folla cercando di portare il pane consacrato a tutti, impresa che si rivelò fisicamente impossibile. Dopo la comunione esplose il Magnificat, cantato e danzato in kiswahili. Ed erano già passate oltre tre ore. Seguirono poi i vari discorsi e i ringraziamenti. Anche il Padre Generale ebbe un breve spazio per ringraziare tutti in nome dell'Istituto e ricordare la presenza gioiosa del Beato Fondatore ("sono sicuro che Lui ci guarda dal cielo"). Furono date informazioni sul futuro delle celebrazioni giubilari in Kenya che continueranno nella fasi del ringraziamento, rinnovamento e missione fino ad ottobre 2003. A conclusione ci fu la consegna delle bandiere alle varie diocesi, la benedizione finale e il taglio della torta. Erano passate oltre quattro ore. Allora cominciò il lentissimo esodo della gente sull'unica stretta strada, intasata come un'autostrada italiana a ferragosto. I più pazienti ebbero tempo di mangiare un boccone, offerto dalla parrocchia e dalla diocesi di Morang'a, per poi farsi lo stesso due o tre ore di coda su quei nove chilometri di strada serpeggiante nel verde dei campi di tè. Non tutti riuscirono a tornare a casa quella notte e alcuni rimasero a dormire a Tuthu. È difficile in queste pagine rendere l'idea di cosa sia stato Tuthu quel giorno. Uno dei più insignificanti villaggi del Kenya è diventato il cuore di tutta una Chiesa. Davvero si poteva applicare a Tuthu quello che la Scrittura dice di Betlemme, la più piccola delle città di Giuda. Eppure è da essa che è uscito il Salvatore. Così è per Tuthu. Villaggio raramente segnato sulle carte geografiche, è arroccato lassù sulle montagne appena fuori dalla foresta dell'Aberdare. Per arrivare là, bisogna proprio volerci andare, perché è più rifugio in tempi di pericolo e luogo di ritiro che un crocevia di popoli e affari. Eppure è da lì che è partito il fuoco che ha illuminato e trasformato un'intera regione. Dopo cent'anni ci sono ora ben otto diocesi e mezza (Malindi sarebbe la nona, ma è per metà frutto anche degli Spiritani da Mom-basa), con oltre tre milioni di cattolici che vivono o provengono da quella stessa regione. Davvero la Chiesa della regione del Monte Kenya è arrivata lontano! Chi c'è dietro queste celebrazioni? Hanno collaborato due forze, animate da due persone: la Chiesa locale animata da mons. Peter Kihara, con l'appoggio dei vescovi locali, e i Missionari della Consolata, coordinati dal sottoscritto sostenuto in pieno dal nostro Consiglio Regionale. Si è cominciato da molto lontano, con una serie di incontri mensili iniziati ancora prima della Pasqua del 2001. Lo scopo era quello di formare un comitato rappresentativo delle diocesi nate dall'opera evangelizzatrice dei Missionari della Consolata (Padri, Fratelli e Suore) e degli istituti religiosi fondati dai medesimi. Attraverso una lunga opera di convincimento lo slogan 'Cent'anni di Consolazione' ha sintetizzato lo spirito delle celebrazioni. Da qui è nato un logo che ne esprime gli elementi fondamentali: evangelizzazione e missione; centralità di Gesù, la vera Conso-lazione, e ruolo della Vergine Consolata; località e universalità, unità e individualità ... Il comitato ha poi elaborato un piano di animazione per il centenario. Tre le tappe principali: ringraziamento, rinnovamento e missione. Ringraziamento: dal 29 giugno 2002 all'Epifania 2003, con tema centrale "Gesù nostra Consolazione". Dall'Epifania a Pentecoste 2003 è tempo di rinnovamento, con il tema "Chiesa come Famiglia" (lo stesso del Sinodo africano). Da Pentecoste alla Giornata Missionaria Mondiale 2003 è il tempo della missione, che si concluderà con i mandati missionari a livello locale e universale. Tema del periodo è: "Sarete miei testimoni". Anche qui uno slogan già collaudato e ben conosciuto, perché si vorrebbe che tutto il processo fosse sulla linea della continuità. Dal Sinodo africano, e attraverso questo giubileo, la Chiesa del Kenya entra nel nuovo millennio con un rinnovato slancio missionario. Il cammino di preparazione è stato lungo e a volte scoraggiante, perché più che una festa intima dell'Istituto, si voleva che il 29 giugno fosse una festa di tutta la Chiesa. E così è stato. Avvicinandosi la data della festa anche i preparativi si sono accelerati. Una delle incognite era la strada tra Kanyanyaine e Tuthu: quando piove può diventare un incubo. Il vescovo Kihara ha insistito in tutte le maniere con le autorità locali e la compagnia del tè, e quel giorno la strada era percorribile perfino da macchine normali. Poi c'erano i cori e i danzatori da organizzare e tutta la liturgia, bisognava preparare il palco, trovare il posto giusto per la celebrazione, stampare i libretti, avere una lettera pastorale comune di tutti i vescovi della provincia, lanciare una preghiera multilingue per il centenario, preparare dei poster per far conoscere l'avvenimento, pensare alla cena per gli ospiti illustri..., insomma un'infinità di piccoli dettagli che sono andati a posto grazie alla collaborazione di centinaia di persone. Il Signore ha poi coronato il tutto con una splendida giornata di sole. Ed è stata festa, a gloria di Dio e della Consolata e, perché no, anche dei suoi missionari. C'è ancora molto lavoro da fare prima di arrivare alla fine di quest'anno di celebrazioni. A suo tempo ci siamo rimboccati le maniche e sono ancora sù...
P. Gigi Anataloni
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