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BEATA MADRE TERESA DI CALCUTTA PDF Stampa E-mail
Scritto da P. Aquiléo Fiorentini, imc   

Carissimi Missionari,
La beata Madre Teresa di Calcutta è la protettrice dell’Istituto per l’anno 2006. La sua è una santità contemporanea, la quale ci aiuta a vivere bene il nostro essere consacrati al servizio di quanti il Signore ci affida oggi.

Uno sguardo alla biografia
Madre Tersa si presenta da sola: «Sono albanese di sangue, indiana di cittadinanza. Per quel che attiene alla mia fede, sono una suora cattolica. Secondo la mia vocazione, appartengo al mondo. Ma per quanto riguarda il mio cuore, appartengo interamente al Cuore di Gesù». O più semplicemente: «Io sono una piccola matita nelle Sue mani, nient’altro. È Lui che pensa. È Lui che scrive. La matita non ha nulla a che fare con tutto questo. La matita deve solo poter essere usata».

Nacque il 26 agosto 1910 a Skopje, Albania, l’ultima di cinque figli, in una famiglia cattolica. Fu battezzata col nome di Gonxha Agnes. Orfana di padre a otto anni, fu educata, con fermezza e amore dalla madre Drone, che incise notevolmente sul suo carattere e anche sulla vocazione.
Nel 1928, a diciotto anni, mossa dal desiderio di diventare missionaria, Gonxha Agnes entrò nell’Istituto della Beata Vergine Maria, o “Suore di Loreto”, a Dublino, la cui Regola attinge alla spiritualità di S. Ignazio. Qui matura il desiderio “di aiutare tutti gli uomini” a trovare la via del Cielo.

Data la sua passione missionaria, nel 1929 venne mandata in India, a Darjeeling, per il noviziato. Dopo la professione temporanea, nel maggio 1931, fu destinata ad Entally, dove iniziò ad insegnare nella scuola per ragazze “St. Mary”. Finalmente, il 24 maggio 1937, suor Teresa emise la professione perpetua, definendosi “la sposa di Gesù per tutta l’eternità”. Da quel giorno fu sempre chiamata “Madre Teresa”.

La data fatidica della sua vita fu il 10 settembre 1946, quando, durante il viaggio in treno da Calcutta a Darjeeling per il ritiro annuale, Madre Teresa ricevette una speciale “ispirazione”, o come la definiva lei, una “chiamata nella chiamata”. Quel giorno, in quale modo non lo raccontò mai, il desiderio ardente di saziare la sete di Gesù per le anime si impossessò del suo cuore e divenne il cardine della sua esistenza. Fu come se Gesù le rivelasse il suo dolore per l’indifferenza verso i poveri, come pure il suo ardente desiderio di essere da essi conosciuto ed amato.

Madre Teresa sentì una spinta interiore a fondare una comunità religiosa, le Missionarie della Carità, dedite al servizio dei “più poveri tra i poveri”. Il 17 agosto 1948, indossò per la prima volta il sari bianco bordato d’azzurro, tipico vestito delle donne povere, e oltrepassò il cancello del suo amato convento di “Loreto” per entrare nel mondo dei poveri. Il 7 ottobre 1950 la nuova Congregazione delle Missionarie della Carità veniva riconosciuta ufficialmente dall’Arcivescovo di Calcutta e, nel 1965, riceveva l’approvazione pontificia.

Il 5 settembre 1997 la vita terrena di Madre Teresa giunse al termine. Gesù la riportò a casa. Il suo corpo fu seppellito nella cappella della Casa Madre, a Calcutta. La sua tomba, una semplice lastra di cemento bianco, divenne ben presto luogo di pellegrinaggi e di preghiera per gente di ogni credo, poveri e ricchi, senza distinzione alcuna.

La vocazione: una chiamata d’amore
Secondo Madre Teresa, la vocazione si comprende e si realizza solo alla luce di una comunione di intenso amore con la persona di Gesù, che perdura tutta la vita. Parlando ai giovani, li sfidava proprio sul piano della vocazione e diceva senza mezzi termini: «La vocazione è appartenere a Gesù così profondamente, che nulla ci separi dal suo amore. Voi e io non dobbiamo fare altro che dare vita al nostro amore per Cristo. L’amore prende tutto e dà tutto, come Dio si è dato totalmente a noi. Dio non chiederà quanti libri ha letto, quanti miracoli ha fatto una Missionaria della Carità, le chiederà invece se ha fatto del suo meglio per amore di lui».

Una proposta forte: cammino di santità
Non c’è dubbio che Madre Teresa abbia creato attorno a sé un clima che puntava dritto alla santità della vita. L’intelligenza dei santi è di non sentirsi speciali o straordinari. «La santità non è un lusso di pochi – diceva -. È semplicemente un dovere vostro e mio. La santità è accettare ciò che Gesù ci dà, e dare ciò che Gesù ci chiede, con un sorriso. In questo consiste il fare la volontà di Dio. Per divenire santi, si deve soffrire molto. La sofferenza genera l’amore... Genera la vita nelle anime».

Gesù nei poveri: missione d’amore
Madre Teresa era più che convinta che «i poveri non sono affamati soltanto di cibo, hanno anche il desiderio di venire considerati esseri umani. Hanno fame di dignità e desiderano essere trattati come siamo trattati noi. Sono affamati del nostro amore». Il suo amore per Gesù e per i più poveri tra i poveri spiega alle radici la sua personalità e il suo messaggio. Assicurava che non avrebbe toccato un lebbroso per mille sterline, ma che lo avrebbe curato volentieri solo per amore di Gesù.

Madre Teresa è stata colpita in modo speciale da due passi del Vangelo. Il primo è il grido di Gesù sulla croce riportato da Giovanni: «Ho sete» (Gv 19,28). Queste parole sono scritte sopra il crocifisso in tutte le cappelle delle Missionarie della Carità. E nelle loro costituzioni, Madre Teresa ha fatto scrivere: «Il nostro scopo è saziare l’infinita sete d’amore delle anime di Gesù Cristo sulla croce. Serviamo Gesù nei poveri». Il seconda passo evangelico che ha inciso in modo decisivo in Madre Teresa è la risposta di Gesù ai beati durante il giudizio finale: «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25, 40).

La preghiera: sostegno della missione
Questa missione d’amore così elevata trae forza e vigore da una intensa vita di preghiera. Madre Teresa è modello e maestra di preghiera. La sua era la preghiera di un’anima mistica e, nello stesso tempo, di un apostolo impegnato tutto il giorno al servizio dei poveri. Iniziava la sua giornata vedendo Cristo nel pane consacrato; e per tutto il giorno continuava a vederlo nei corpi straziati dei poveri. Pregava per mezzo del suo lavoro compiendolo «con Gesù, per Gesù, in Gesù».

Nella sua vita c’era unità ed equilibrio tra cielo e terra. Non trovava opposizione tra preghiera e lavoro. Diceva: «Il lavoro non deve necessariamente fermare la preghiera, né la preghiera deve fermare il lavoro. Ricordo sempre alle sorelle e ai fratelli che la nostra giornata è fatta di ventiquattro ore con Gesù. Se facciamo il lavoro con Gesù, per Gesù e in Gesù, il lavoro diventa preghiera, perché per 24 ore allora lo tocchiamo, lo amiamo e siamo in sua presenza. Ed è questo che ci rende contemplativi in mezzo al mondo; perché così siamo in sua presenza per 24 ore: nell’affamato, nel nudo, nel senzatetto, nell’indesiderato, nel non amato e nel negletto». La preghiera era davvero il suo cibo e sostegno, perché, come diceva: «Senza preghiera non riuscirei a lavorare nemmeno per mezz’ora».

Conclusione
Madre Teresa, come grande missionaria, ci fa ritornare spontaneamente all’ispirazione originale che ha avuto il nostro Fondatore e al nucleo centrale del nostro carisma missionario. Per il Fondatore, l’essere missionari significa essere dei “collaboratori” della Redenzione che Gesù continua ad operare. Il Fondatore, parlando della “vocazione apostolica” del missionario, si esprimeva così: «Il missionario è chiamato a cooperare con Dio alla salvezza di quelle anime che ancora non lo conoscono: a prendere parte attiva a consacrare la sua persona alla grande opera della conversione del mondo. È questa quindi un’opera essenzialmente divina» (Conf. IMC, I, 650). E concludeva con S. Paolo: «Siamo collaboratori di Dio» (1Cor 3,9).
Mentre affido tutto l’Istituto e ognuno di noi alla protezione della SS. Consolata, del Beato Fondatore e della Beata Madre Teresa, vi saluto cordialmente augurando a ciascuno ogni bene nel Signore.

P. Aquiléo Fiorentini, imc
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