AI CONFRATELLI MISSIONARI DELLA CONSOLATA Torino, 7 settembre 2002Carissimi, Da Mileto, Paolo chiamò i suoi collaboratori delle chiese da lui fondate, per offrire loro la testimonianza della sua vita missionaria. Da Torino, Giuseppe Allamano ha chiamato i suoi figli vescovi, per rinfrescare nei loro cuori il suo carisma missionario. È stata per noi un’esperienza simile a quella del ritorno. In certi momenti importanti della vita, la gente sente il bisogno di tornare al paese di nascita, per riprendere il sapore del contatto con le proprie radici ed essere più coscienti della propria identità. Anche per noi, il momento era assai significativo. In occasione dei 100 anni di vita dell’Istituto e su invito della Direzione Generale, siamo tornati alla sorgente stessa, dove si bevono abbondantemente le acque fresche della spiritualità che ci è propria. Il Beato Giuseppe Allamano ci ha parlato in diverse maniere. Da una parte, si è rivolto a noi come Padre e Fondatore. Ci ha ricordato l’impegno della santità e della missione; dell’evangelizzazione e della promozione umana; della dimensione locale e, allo stesso tempo, universale delle chiese che ci sono state affidate; dell’incarnazione nella vita del popolo e della consolazione come presenza nella loro sofferenza; di essere padri e maestri con il nostro clero e con i fedeli, come anche lui è stato per noi. Dall’altra parte, ci ha parlato come figlio della Chiesa. Egli si è presentato sotto una nuova luce: quella del suo atteggiamento interiore per l’ordine episcopale. Infatti, il Fondatore concepì la fondazione dell’Istituto come un esplicito atto di obbedienza al suo vescovo. Quando fu nominato il primo vescovo dell’Istituto, e così presto, l’evento fu da lui interpretato come una garanzia per l’Istituto: tale garanzia continua ancora. Oggi come ieri, la scelta di un missionario della Consolata come vescovo costituisce un atto di riconoscimento, da parte della Chiesa, dello zelo apostolico e missionario dell’Istituto. Giuseppe Allamano ha onorato con fede la pienezza dell’ordine sacro. Per questo aveva una speciale cordialità per i vescovi e voleva che i suoi missionari fossero sempre in comunione con il proprio Pastore. Al vescovo raccomandava sempre una cura speciale per i missionari e consigliava comprensione e moderazione nell’esigere la loro collaborazione. Tali indicazioni erano date nell’atmosfera cordiale di una sostanziale sintonia tra vescovo e missionari, a tal punto che si chiedevano e scambiavano consigli a vicenda, sia riguardo alla comunità che al metodo apostolico. Infine, il Fondatore ci ha parlato attraverso i segni, i simboli e i luoghi della sua storia. Siamo stati nel luogo della sua nascita e infanzia. Abbiamo pure visto com’è vero che i santi chiamano i santi. Dalla radice di una santità speciale, quella di Giuseppe Cafasso, germogliò la santità del suo nipote e fondatore nostro, come quella di Giovanni Bosco e i suoi figli. Gli uni e gli altri formati poi sacerdotalmente nel Convitto ecclesiastico di Torino, sotto l’ispirazione della Consolata. L’evento conclusivo della nostra esperienza d’incontro episcopale col Padre Fondatore, è stata l’Eucaristia nel santuario della Consolata. Missionari vescovi, eucaristici e mariani, che portano la consolazione di Cristo nel mondo d’oggi: è questo il quadro finale del nostro incontro. Così, alla sorgente del nostro carisma, abbiamo ripulito la nostra identità, perché appaia con chiarezza anche nel ministero episcopale. Due visite specialissime ci hanno impegnato e commosso: l’incontro con le suore anziane e malate nella loro casa di Venaria e la visita ai missionari anziani di Alpignano. È proprio vero: essere missionari nel tramonto della vita porta tanto frutto, come all’alba della donazione missionaria. La duplice offerta a Dio, degli anni passati in missione, e ricordati con intensità, e delle proprie forze sfinite nel presente, sono una testimonianza meravigliosa del potere dello spirito missionario sull’umana debolezza. Quanti insegnamenti per noi in questi simboli viventi di fedeltà missionaria, in questi confratelli e consorelle chiamati e inviati da Gesù, missionario del Padre. Ringraziamo Dio per la grazia concessa. Ringraziamo la Direzione Generale per la bella iniziativa e tutti i missionari che ci hanno accolto. C’impegniamo ad essere missionari vescovi con quello spirito datoci dal Fondatore che è slancio deciso verso la santità e verso la missione. Giovanni Paolo II ha detto a tutti noi con le parole di Gesù: «Duc in Altum». È l’invito, all’inizio del nuovo millennio, a prendere il largo per la pesca in profondità. Per attuare queste parole, Pietro ha dovuto passare da professionista della pesca a professionista della fede: «Sulla tua parola getterò la rete». Il nuovo metodo implica la fiducia in Dio e nella sua parola. È il primato della fede sulla cultura, della santità sulla missione, dell’evangelizzazione sulla semplice promozione umana. È il primato che splende nel carisma del nostro Fondatore e che c’impegniamo a vivere con la guida del suo insegnamento, della sua testimonianza e con la forza dello Spirito. Il Papa ci chiede che facciamo di tutto perché risplenda il volto di Cristo davanti alle generazioni del nuovo millennio. In altre parole ci chiede di attuare quanto ha guidato l’Istituto sin dalla sua fondazione: «Annunzierò la mia gloria alle nazioni». Con questi sentimenti diamo un saluto a tutti i membri dell’Istituto con i quali ci sentiamo in comunione e fratellanza, quella propria di chi ha uno stesso Padre, Maestro e Fondatore.
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