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Scritto da Sergio Frassetto   

Padre Giuseppe Mina
MOMENTI
Per dire grazie al Dono.

In occasione del 60°anniversario della sua ordinazione sacerdotale, avvenuta il 28 giugno 1942, il sempre fecondo p. Giuseppe Mina dà alle stampe “Momenti per dire grazie al Dono” (pp. 95) dove, come in una mostra fotografica, attraverso una carrellata di rapidi flash, ci rende partecipi di ampi sprazzi della sua lunga vita. È una vicenda che viene illustrata con ricordi autobiografici, racconti appartenenti alla storia dell’Istituto, riflessioni sulla realtà socio-religiosa attuale e poesie che esprimono l’elevazione dell’anima a Dio. Il tutto nel contesto di un’azione di grazie che abbraccia l’intero arco degli oltre 90 anni che il Signore gli ha concesso di vivere fino ad oggi.
«Rendermi presente a quanti ho incontrato nel corso della mia vita, quali che siano, mi è sembrato una cosa buona. Ho pensato via via a questo, mettendo in rilievo una serie di “momenti”, quasi per un bisogno di renderne conto. Queste pagine si rivolgono ai Confratelli e alle Consorelle missionarie, innanzitutto, ai novizi incontrati alla Certosa di Santa Maria, ed a quant’altri sono venuto a contatto nel ministero sacerdotale e missionario. Ho anche fatto un cenno dei “Miei”, sangue del mio sangue…, tanto vivi nel sempre della vita.
Presunzione la mia? Potrà anche essere tale. Per me è una umile supplica di preghiera per dire grazie a Dio ed alla Consolata ed all’Istituto che mi ha accolto. È un cammino verso la sera, verso il dies natalis, e non intendo barare… (pp. 92-93).
Padre Mina si racconta in una vita scandita dalla chiamata di Dio, a 18 anni e l’ordinazione sacerdotale avvenuta nel 1942. Una vita dove i piani del Signore non sempre corrispondono alle aspettative personali, ma dove tutto viene visto nella calda luce dello spirito di famiglia. L’unico rimpianto è quello di non aver potuto gustare più a lungo (6 anni) l’Africa, perché chiamato in Italia a svolgere altre mansioni. Tra queste la formazione dei Fratelli e poi dei novizi. I nove anni trascorsi alla Certosa di Santa Maria, svolgendo questo delicato compito, rimangono nel cuore di p. Giuseppe che – con legittima soddisfazione – può dire di aver creduto in quei giovani. Di essi, 79 padri e 19 fratelli sono in servizio attivo alla missione.
Giunto alla soglia dei 90 anni, riafferma il suo amore incondizionato all’Allamano il cui “amen” finale, al soffio dell’“Ave Maria” con cui si è presentato al Padre «sono sintesi di una vita che mi ha segnato e cerco sempre più che sia in simbiosi con la sua di Padre, di uomo di Dio, della Chiesa, della missione universale di salvezza» (p. 36).
Dal suo buen retiro di Alpignano, tutt’altro che tagliato fuori dal mondo, continua ad osservare la vicenda umana, che cresce attorno a sé, facendone motivo di riflessione e di lode al Signore. Così gioisce per il rilancio missionario della diocesi di Torino e per la canonizzazione di Santa Edith Stein, che nella sua vita evidenzia la centralità della croce come via di salvezza. Legge Susanna Tamaro e si identifica nella “Conversione” di Leonardo Mondadori, come strada sempre da percorrere per giungere a Dio. Si apre con meraviglia al “vangelo della tenerezza”, come una terra sempre da scoprire, capace di generare un mondo migliore. Di questo mondo ne ammira la bellezza attraverso le cime dei monti della sua Certosa, cantate in varie liriche che trasformano in poesia il suo anelito di Dio.
E proprio qui, nel ritornare, dopo molti anni, alla Certosa di Santa Maria, teatro di lunghi anni di appassionato apostolato al servizio dell’Istituto, ritrova la sua vita, rivive la sua gioventù, dono dello Spirito e riconosce la grande verità: al di là dell’essere giovani o vecchi, la vita è bella quando si ama:
«Oggi così diverso dal mio ieri
di novant’anni
non so perché tutto ritrovo alla Certosa
… pur nel passo stento. Non nella mente.
E godo per ritmi giovani
in chi li canta e io li odo:
son nacchere e cembali dello Spirito.
Sento che è bello il giorno quando più conta se non amare» (p. 44)

Sergio Frassetto
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