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MISSIONARIO E MEDICO PDF Stampa E-mail
Scritto da Da Casa Madre   

Padre Hélder Martins de Melo, il cui nome deve a dom Hélder Câmara, il compianto vescovo di Recife, è il settimo di otto fratelli di una famiglia emigrata da Itanhomi-Minas Gerais a Cafelândia. Qui, nel 1985 è entrato nel seminario minore dei Missionari della Consolata. Ha fatto il noviziato in Argentina e la teologia a Bogotá, in Colombia, dove tra l’altro ha studiato anche medicina, laureandosi come medico. Il 16 dicembre del 2000 è stato ordinato sacerdote e quindi è tornato in Colombia per completare la sua formazione medica. Il 23 novembre è partito per Kinshasa dove studierà il francese, per poi raggiungere la missione di Neisu, dove lavorerà come missionario e medico nell’ospedale fondato dal compianto p. Oscar Goapper.

Perché hai deciso di essere medico? Che cosa ti ha spinto a intraprendere questa carriera?
Sono sacerdote e medico. In primo luogo mi definisco come missionario perché mi sono consacrato a Dio per la missione. Vedendo le necessità della missione dal punto di vista della promozione umana, sono diventato anche medico del corpo. Non vedo la mia opzione come una duplicità di professioni, ma come una vocazione qualificata per il servizio del Regno di Dio e della vita. Come dice Aristotele: «Dove una necessità del mondo e i talenti si incrociano, lì sarà la tua vocazione».
Mentre ero in seminario, i missionari che operano nelle zone più lontane e marginali della Colombia inviavano ammalati con ogni tipo di trauma, bisognosi di interventi chirurgici e cure particolari. Così li ospitavamo in casa nostra e li aiutavamo a trovare posto in ospedale e ad avere quei servizi di cui abbisognavano. Il dolore della gente mi ha reso sensibile alla realtà della missione e al ministero della consolazione che siamo chiamati ad esercitare.
Ma ciò che mi ha spinto a diventare medico fu soprattutto l’esperienza vissuta in Caquetá (Colombia) quando portarono alla missione una persona morsa da un serpente il cui veleno provoca la morte in poche ore. Conoscevo l’antidoto per quel tipo di veleno e lo iniettai al malcapitato che, in due giorni reagì positivamente e poté tornare a casa. Questa ed altre esperienze, assieme al grave problema dell’ingiustizia e della violenza che attraversa quel Paese, mi ha spinto a prepararmi nel modo più appropriato per offrire un servizio qualificato e specifico alla missione ed essere così un segno di speranza e consolazione.
Ho intrapreso gli studi di medicina non per dare corda al mio orgoglio, ma per la missione. Ho poi completato la mia preparazione professionale lavorando in due ospedali, come medico interno, visitando gli ammalati, praticando operazioni chirurgiche e assistendo le partorienti.

Quali difficoltà hai incontrato nel tuo cammino di preparazione ad essere medico?
Non è stato facile percorrere questa strada: molti non comprendevano il significato di questo mio impegno; le mie assenze dalla comunità, le notti in bianco a motivo della professione suscitavano la domanda: «Come può un missionario fare anche il medico? Se deve specializzarsi in qualcosa ciò dovrebbe essere nelle materie teologiche!». Così, sentendo forte la spinta di aiutare coloro che soffrono, in un certo senso, ho disobbedito ai superiori per obbedire alla vita. A dire il vero, non mi è mai mancato l’appoggio dei superiori e formatori locali, che ringrazio con tutto il cuore, ma certo, non avevo chiesto il permesso ai superiori maggiori. Oggi non posso che essere riconoscente a Dio per il dono che mi ha dato, per i confratelli che mi hanno capito e per i colombiani che nel loro dolore mi hanno aiutato a scoprire il volto consolatore di Dio.

Lavorerai in Congo, a Neisu: come ti immagini il tuo apostolato missionario? Che cosa significherà per te il ricordo e la tomba di p. Oscar Goapper nello stesso ospedale dove lavorerai? Senti il peso di questa responsabilità che l’Istituto innanzitutto e poi la gente, pongono sulle tue spalle?
Vado a lavorare in Congo, un paese tormentato dalla guerra. Non ho paura della missione e non ho paura della guerra…, ho paura solo delle persone dal cuore arrogante, chiuse alla verità e alla vita. Vado come missionario al servizio del Regno, mettendomi a disposizione dei più bisognosi, con un servizio qualificato per difendere e offrire vita ad un popolo che considero già come “mio popolo”.
So che p. Oscar fu un grande ed eroico missionario, straordinario nell’ordinario, capace e qualificato, difensore della vita e della missione e mi dispiace moltissimo che non sia più tra noi. Non sarà facile sostituirlo, anche se nessuno è insostituibile: egli fu “Padre Oscar” e continuerà ad essere tale nella memoria storica della gente.
Io vado con molta disponibilità a fare ciò che bisogna fare, in comunione con i confratelli della missione. Come Missionari della Consolata siamo chiamati a vivere insieme, nello spirito di famiglia, mettendoci al servizio della missione, per “fare bene il bene”, come ci chiede il beato Giuseppe Allamano.
È naturale che mi senta un po’ timoroso: questo è il mio primo lavoro come missionario e fino ad oggi mi sono soltanto preparato, anche se non saremo mai pienamente preparati e ci sarà sempre qualcosa di nuovo da imparare. Sono contento per questa opportunità che i superiori mi concedono; spendere la mia vita per quanti soffrono rappresenta il mio “primo amore”, il motivo per cui mi sono fatto missionario.

Forse la realtà della missione sarà diversa, più dura di quanto ti aspetti: quali sono i valori o le motivazioni che in ogni caso sostengono la tua vocazione e il tuo lavoro come missionario?
È vero: la realtà è sempre diversa da quella che ci presentano o che ci immaginiamo… Ripeto: la realtà non mi fa paura. Non ho paura delle difficoltà: se i miei fratelli sopportano le stesse situazioni, con l’aiuto di Dio e le mie risorse personali, pen-so di poterle sopportare anch’io.
Mi sostiene la certezza delle mo-tivazioni che stanno alla base della mia vocazione: mi sono consacrato a Dio per il servizio dell’altare e della mensa dei poveri, nell’annuncio del Regno, per portare consolazione ai fratelli, secondo gli insegnamenti del Padre Fondatore, con spirito comunitario, lavorando in équipe e rendendomi disponibile alle esigenze della missione.
Parto per andare a lavorare in una terra nuova, diversa da quella che ho conosciuto finora, ma soprattutto parto da me stesso per aprirmi ad un altro popolo e ad un’altra cultura. Penso a Dio che cammina in mezzo agli uomini e mi rendo disponibile a seguirlo là dove lui mi vuole condurre. Per questo, come evangelizzatore mi sento un itinerante, un ospite, un pellegrino, uno straniero.
So che non sarà facile, per questo cerco di spogliarmi di me stesso, delle mie idee, della mia cultura, del mio microcosmo per sintonizzarmi col cuore di Dio: è in lui e con lui che potrò andare incontro ad ogni fratello e aprirmi all’accoglienza delle religioni e delle culture, per essere sale, luce e lievito del Regno.

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