|
Paolo Damosso, giovane regista di Venaria Reale (Torino), non conosceva né l’Allamano e né i Missionari della Consolata. Dopo l’esperienza, durata ben due anni, per la preparazione e la realizzazione del lungometraggio sull’Allamano, dal significativo titolo “La Partenza”, assieme ad una familiare vicinanza con diversi nostri confratelli, confessa di essere stato toccato nel profondo: “Voi siete persone speciali”. Questa è la spontanea confessione con cui il regista si presenta alla “prima” del nuovo film, la sera del 14 dicembre, nel salone G. Allamano di Casa Madre. Oltre a noi e alle suore, erano presenti moltissimi amici, soprattutto giovani. Il salone era letteralmente gremito, con molti spettatori in piedi. Rappresentavano i due Istituti il vice superiore generale, p. Antonio Bellagamba e sr. Cesariana, superiora della Regio-ne Europea delle Missionarie della Consolata. Per il Santuario era presente l’immancabile mons. Franco Pe-radotto, che ci tiene a definirsi settimo successore dell’Allamano. Nel saluto iniziate, ha voluto precisare che l’Allamano era legato in modo inscindibile alla Con-solata e che questo legame, oggi, deve continuare inalterato nei suoi figli e figlie. La proiezione è stata introdotta dal regista stesso, il quale ha così manifestato il suo stato d’animo: «L’Allamano è stato un genio della missione. Parlava delle missioni come se le avesse viste. Possiamo dire che era in giro per il mondo attraverso i suoi missionari. Anche lui, pur rimanendo a Torino, è partito. Ecco il perché del titolo scelto per questo film: “La partenza”. In esso c’è un po’ della storia del-l’Allamano e molto del suo spirito, che viene espresso soprattutto dalle sue parole dirette. È lui che parla e si fa capire. Ho anche dato spazio alla figura dell’amico e collaboratore, Giacomo Camisassa, che è presente con la voce affascinante, fuori campo, di Arnoldo Foà. Senza il Camisassa, l’Allamano non sarebbe stato quella figura che conosciamo. Così, nel film emerge bene la Consolata, evidenziata da riuscite sequenze, girate durante tre lunghe notti, nel santuario. La Consolata è la luce che fa risaltare la vera identità dell’Allamano, il punto di vista da cui lo si deve guardare, pena non poterlo capire. Le persone che hanno lavorato a questo film, dagli attori, ai fotografi, agli sceneggiatori, ai costumisti, agli elettricisti, nessuno escluso, me compreso, ci hanno creduto. Hanno messo entusiasmo, passione. Vorrei che questa passione si trasmettesse. Anche noi, in questo lavoro, abbiamo cercato di seguire il suo insegnamento: “Fare bene il bene”. Confidiamo di esserci riusciti almeno un po’». La proiezione, durata oltre un’ora, è passata in un baleno. Alla fine, si notava una generale soddisfazione. Ne ho parlato con diversi confratelli, anche nei giorni seguenti, e per tutti noi l’impressione è stata altamente positiva. La personalità dell’Al-lamano emerge essenziale e completa. Non è stato dimenticato nessuno degli aspetti che lo caratterizzano sia come uomo, che come sacerdote, maestro di spirito e fondatore. Sono evidenziati la sua delicatezza, la sua calma e capacità di riflettere, il suo costante impegno per la perfezione, la lungimiranza apostolica, la dimensione missionaria, la spiritualità mariana, il realismo operativo, la capacità di collaborare, l’innata idoneità ad essere educatore, ecc. Anche le sue principali caratteristiche di vita e di azione apostolica, che proponeva ai suoi missionari, sono ben evidenziate, come: il “bene fatto bene, senza rumore”, il “prima santi e poi missionari”, l’essere “tutti di prima qualità”, l’impegno per “sollevare l’ambiente”, il “rispetto per gli africani”, ecc. Anche noi, suoi figli e figlie, che lo conosciamo bene, ci siamo ritrovati a nostro agio con il personaggio Allamano proposto dal film e lo abbiamo considerato autentico, senza alterazioni, veramente il “nostro Padre”. L’organizzazione della tra-ma e il suo svolgimento scenico sono originali. Il film è articolato. Alterna momenti di fiction a monologhi teatrali e parti documentaristiche. Non mancano spezzoni di filmati d’epoca, presi da nostri antichi documentari (specialmente da “Croce sul Kenya”), che aiutano a calarsi nella storia centenaria IMC. L’Allamano non si vede, ma è sempre presente attraverso le sue frequenti parole dirette, riportate da uno o l’altro degli attori, oppure nel ricordo di chi parla con passione di lui e ripropone i suoi dialoghi con Don Bosco, con il Camisassa o con l’Arcivescovo. Per comprendere la trama come l’ha immaginata il regista, con il quale ho avuto il piacere di conversare a lungo dopo la proiezione, si tenga presente che chi racconta l’Allamano, nella finzione scenica, è un vecchio ultranovantenne, un certo Tullio (nella realtà il noto attore Franco Giacobini), il quale, da giovane, aveva conosciuto l’Allamano ed era stato affascinato dalla sua straordinaria personalità, fino a provare la tentazione di partire per le missioni, senza peraltro averne il coraggio. Il ricordo della magnifica esperienza giovanile e, forse, anche il rimorso di essersi tirato indietro, rendono questo vecchio un po’ “fissato”. Come tutti coloro che, da vecchi, vivono soprattutto di ricordi giovanili, Tullio parla sempre e solo dell’Allamano sia con la moglie Anna (la rinomata attrice Angela Goodwin, che nella vita è davvero sua moglie) che con il figlio Bruno (il famoso attore Flavio Bucci). Legge tutte le riviste dell’Istituto e guarda in continuazione filmati missionari. Il suo ricordo dell’Allamano e dei suoi incontri con lui è insistente, appassionato, quasi maniaco. Ma lo si deve comprendere - pare suggerire il regista -, come sanno fare moglie e figlio che, sorridendo e quasi assecondando le sue manie, completano ciò che lui non dice dell’Allamano. Il figlio Bruno, poi, dovendo rappresentare un recital proprio sull’Allamano, accompagna lo spettatore nei luoghi originari, da Castelnuovo a Valdocco, al seminario diocesano di Torino, al santuario della Consolata, all’Istituto, contribuendo così a situare la persona dell’Allamano nei principali ambienti che lo hanno visto crescere, vivere ed operare. Indubbiamente un cast simile, assieme alla voce di Foà fuori campo, assicura l’esito di questo film, che merita di essere visto e divulgato. Alla fine, il p. Francesco Bernar-di ha posto ai due attori presenti una domanda: «Dopo questa esperienza, chi è per voi l’Allama-no?». La Goodwin ha risposto: «Per me, è l’ultimo incontro con un uomo speciale, che mi ha impressionato e che non dimenticherò più. Davvero mi sento non solo di stimarlo, ma di volergli bene». E il marito Giacobini: «Il mio personaggio rimpiangeva di non aver avuto il coraggio di partire. Per me l’Allamano è un uomo forte, che ha saputo infondere a molti giovani il coraggio di partire per le missioni». Un plauso speciale e un ringraziamento sentito ai nostri confratelli, p. Gottardo Pasqualetti, p. Giacomo Mazzotti e p. Francesco Bernardi, per avere tenacemente voluto questo film ed aver collaborato alla sua realizzazione, come pure al p. Candido Bona e al p. Igino Tubaldo per la loro preziosa consulenza. Un grazie riconoscente alla Direzione Generale per aver fatto sua questa iniziativa ed averla sponsorizzata. Concludendo la manifestazione, il p. Antonio Bellagamba, dopo i dovuti ringraziamenti, ha fatto questo semplice e significativo commento: «Davvero un grande dono ai nostri due Istituti ed a quanti sono vicini a noi e alle missioni». P. Francesco Pavese
|