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PROTETTORE ANNUALE BEATO PAOLO MANNA - IL SANTO PDF Stampa E-mail
Scritto da Da Casa Madre   

L’esistenza di Paolo Manna è modello di vita cristiana non perché ha fondato l’Unione Missionaria del Clero, o è stato superiore generale del PIME, o ha scritto libri di grande successo e valore profetico, ma perché ha vissuto in modo eroico le virtù cristiane e umane.
Questa santità era basata su un ardente amore per Gesù Cristo. Ma anche su una speciale devozione a Gesù Eucaristia. I testimoni dichiarano: «Verso l’Eucarestia ebbe un amore serafico e celebrava la Messa con convinzione profonda… Particolarmente l’attirò l’Eucarestia, “perché - diceva - c’è da impazzire al pensiero dell’amore che ha spinto Gesù a rinchiudersi in quel tabernacolo… Davanti a Gesù in Sacra-mento, com’è facile per il missionario rinnovare l’offerta di tutto se stesso».
A questo egli univa un tenero amore per la Madonna. «Lungo era il ringraziamento dopo la Messa e con la corona tra le mani lo continuava quasi a farlo passare attraverso il Cuore Immacolato di Maria… Recitava ogni giorno l’intero rosario: quella corona gli era cara come il breviario e non poteva mai distaccarsene».
P. Gheddo afferma che «il fondamento della santità di P. Manna era: la vocazione missionaria vissuta con fede, nell’entusiasmo di una fede viva». I testimoni dichiarano: «Visse sempre un’intensa vita di fede… La fede fu per P. Manna vita vissuta… Egli fu un raro esempio di fede nel suo parlare e nei suoi atteggiamenti».
Aveva un grande amore alla Chiesa e, come scrive il P. Martino, «ne riconosceva l’elemento umano e ne soffriva, ma la venerava e si esaltava nella contemplazione del suo elemento divino… Anche se P. Manna scopriva qualche ruga negli uomini che la compongono, o qualche lentezza nei movimenti storici, era sempre la Madre, la Sposa diletta del suo Cristo».
Aveva sviluppato un’umiltà profonda anche se per lui questo fu difficile. Lo stesso P. Martino racconta che «nel capitolo generale del 1947 (P. Manna) fu attaccato con veemenza da P. Liberatore e accusato di aver voluto portare nell’Istituto la divisione (cosa affatto falsa)…, Manna non reagì e accettò umilmente lo sfogo del Confratello… e osservò che quella umiliazione era utile. Qualche anno dopo il P. Liberatore avendo incontrato difficoltà con i superiori… si rivolse al Manna per conforto, e lui con la stessa carità e affetto di un tempo, gli fu di grande aiuto».
Praticò la mortificazione che viene dalla vita in un modo eroico. P. Gheddo afferma: «Accettò le molte malattie (vertigini, disturbi circolatori, mal di fegato, malaria, prostatite acuta) che fin da giovane lo colpirono», la tubercolosi che fece sospendere la sua vita missionaria in Birmania, le incomprensioni, accuse e calunnie dei confratelli, ecc., e a giudizio dello stesso autore, tutto per sviluppare una «santità finalizzata alla missione fra i non cristiani».
La sua ascesi alla santità lo porterà a scrivere che «la mia lunga esperienza di oltre 50 anni di vita missionaria… mi porta a dire che è soprattutto lo spirito che conta: se manca lo spirito a nulla servono l’organizzazione, le belle case, il denaro, la propaganda e tutto il resto».

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