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16 maggio 2003 RECITIAMO IL ROSARIO CON L’ALLAMANO Maggio è il mese di Maria. Non c’è dubbio che la onoriamo, specialmente in questo “Anno del Rosario”, con la recita fedele e fervorosa di questa preghiera, che il Papa ha vivamente raccomandato con la Lettera Apostolica Rosarium Virginis Mariae del 16 ottobre 2002. 1. “La vostra preghiera quotidiana di tutta la vita” Il Fondatore era un innamorato del Rosario. Il suo pensiero lo conosciamo bene. Nella sua pedagogia, più che la dottrina, che pure è abbondante, emerge il suo cuore di Padre che insegna ai figli e figlie a pregare la Madonna e li incoraggia ad essere fedeli. Non è solo un teologo che parla, ma un santo, che propone ciò che vive. L’Allamano mette in guardia contro la possibile “noia”, data la ripetitività delle preghiere: «[…] che non venga in testa che esso (il Rosario) sia una ripetizione noiosa. È noioso dire alla Madonna che le vogliamo bene?» (Conf. MC, II, 149); «Quando io dico che voglio bene alla Consolata, che cosa devo dire… dirò sempre quello» (Conf. MC, I, 183); «Prendete amore, stima, affezione al S. Rosario, non credetelo un peso, ma un peso soave» (ibid.). Per il Fondatore il Rosario è “preghiera del cuore”: «Nel Ro-sario vi sono tante Ave Maria, tutto uguale, una dopo l’altra […]. Quando dicono così è segno che non la recitano con il cuore» (Conf. IMC, II, 687); «Mai stancarsi di ripetere: Ave Maria […]. La Madonna non si annoia a sentirlo» (Conf. MC, III, 406). Ne consegue che il Rosario «deve essere la vostra preghiera quotidiana di tutta la vita; mai lasciarlo» (Conf. MC, III, 461); «Dunque oggi (era il 7 ottobre 1917) desidero che facciate il proponimento di dire sempre il Rosario in Chiesa coi Confratelli più che è possibile: mai che si vada a letto senza aver recitato il Rosario» (Conf. IMC, III, 168); «Bisogna fare in modo che il Rosario ci sia di soddisfazione per tutta la vita» (Conf. IMC, III, 138). 2. Recitiamo il Rosario
Il Fondatore ha insegnato anche praticamente a recitare il Rosario, enunciando, con parole sue, ogni singolo mistero. Però, più che illustrare i misteri in sé, egli sottolineava il loro significato pedagogico. In ogni mistero, se siamo attenti, possiamo scoprire virtù proprie di Maria e di Gesù, che dobbiamo chiedere per ottenerle e poi sforzarci di metterle in pratica. Gesù e la Madonna diventano, così, i nostri principali modelli e maestri di vita. Ecco perché l’Allamano insisteva sul valore della parte meditativa del Rosario: «Come (preghiera) mentale è la migliore meditazione sulla vita di N.S. e della SS. Vergine; meditazione che rende soave tutta la recita» (Conf. IMC, II, 371); «E la preghiera mentale? È quella che fa preziosa (la vocale); quel quarticello d’ora se si meditano i misteri passa come il fumo […] e così noi meditiamo una volta una cosa e una volta l’altra» (Conf. IMC, II, 373). Credo di fare cosa grata, proponendo per questo mese la recita del Rosario comunitario o individuale, usando le parole dirette del Fondatore per annunciare i singoli misteri. Siccome il 16 maggio del 2003 cade di venerdì, mi fermo su quelli dolorosi, nei quali il modello è Gesù. Riporto le espressioni tratte prima dalla conferenza del 7 ottobre 1917 ai missionari (cf. Conf. IMC, III, 169) e poi dalla conferenza dello stesso giorno alle suore (cf. Conf. MC, II, 150). Troveremo ripetizione e varianti. Può essere utile, per la recita del Rosario, l’opuscoletto di 12 pagine (fotocopia), che circola nell’ambiente delle Missionarie della Consolata, preparato dalla postulante Stefania, dal titolo: “Il Rosario con il Beato Giuseppe Allamano”. In esso, i 20 misteri sono enunciati con parole del Nuovo Testamento e corredati da espressioni del Fondatore, concernenti quel particolare mistero, per lo più desunte dalla “Vita Spirituale”. Misteri del dolore (cf. Conf. IMC, III, 169; MC, II, 150). Primo: «Gesù nell’orto. Immaginatelo là che dice: Quae utilitas in sanguine meo? (quale utilità nel mio sangue?). Tanti nel mondo non ne fanno profitto. Ebbene questo sangue scenda su di me»; «Gesù nel Getsemani soffre, suda sangue. Quae utilitas in sanguine meo? Immaginiamo che il Signore rivolga queste parole a noi…È un rimprovero di cui dobbiamo approfittare per noi e per le anime». Secondo: «La flagellazione. Quando io ho un piccolo bubù (male) oh!…vorrei che tutti mi fossero attorno. No, voglio d’ora in avanti soffrire con coraggio»; «Dite in questo mistero al Signore: Ma anch’io vorrei essere così generoso da soffrire qualche cosa per voi». Terzo: «La coronazione di spine. Io non son capace a soffrire un po’ di mal di testa; e quando (mantengo) delle storie cattive per la testa penso che sono tante spine a N.S. perciò via…»; «Il Signore così sensibile soffrì molto; ed io non sono capace a cacciare certe storielle… Domandate pensieri robusti». Quarto: «La condanna a morte. Signore son io che ho meritata la morte, non voi; io che non son capace a sopportare una parola di un mio compagno»; «Gesù porta la croce; ed io porto la mia croce, come? O la faccio grossa perché ho una cosetta da portare?». Quinto: «Gesù in croce. La croce c’è sempre in Chiesa; pensate di essere sotto: È così che bisogna fare meditazione»; «Morte di Gesù. Alla morte di Gesù potremmo pensare alle sette parole di Gesù in croce, e dire: Signore, versate il vostro sangue su di me». P. Francesco Pavese Postulatore Generale
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