Oltre quattro anni di guerra, 3 milioni e 300 mila morti (chi li può contare con precisione?), 16 mesi di incontri con l’aiuto (la spinta) della comunità internazionale, la firma di cinque o sei trattati con l’impegno di finire la guerra (poi sempre regolarmente ripresa qua o là) e di collaborare alla ricostruzione del Paese e finalmente il 2 aprile 2003, a Sun City, in Sud Africa, l’accordo di tutte le componenti del dialogo intercongolese di comporre un governo di transizione. In un forte documento del 13 febbraio scorso i vescovi del Congo avevano ricordato ai politici che “trop c’est trop” e, osservando come la situazione drammatica del Congo non fosse una fatalità, esortavano i belligeranti e i politici a cessare di essere la vergogna del Congo e a divenire veri leaders politici.
Il 7 aprile il presidente Joseph Kabila ha giurato secondo la nuova Costituzione ed ha avviato il processo di costituzione di un governo di transizione che ha il compito di preparare elezioni “libere e trasparenti” (le prime dal 1960). Speriamo e preghiamo che questo sia l’inizio di una nuova era per questo sfortunato Paese. Ma proprio mentre ci apriamo alla speranza ecco giungere la notizia che all’est del Congo, nell’Ituri, giovedì 3 aprile, due tribù si sono affrontate in un combattimento durato tre ore e si sono massacrate: si parla di centinaia di morti a colpi di machete e bastoni (non occorre la bomba atomica o i bombardamenti aerei per uccidere). Si spera che questa tragedia non scoraggi il proseguimento del processo di pace e ricostruzione. E' certo che il cammino della pace è sempre difficile e pieno di ostacoli.
La gente non osa credere che il processo di pace e di ricostruzione del Paese sia veramente avviato: è troppo delusa da tante parole e pochi fatti in tutti questi anni. E certamente non ci sono parole per descrivere la situazione di sofferenza in cui si dibatte. C’è da meravigliarsi che abbia ancora voglia di vivere e continui ad arrabattarsi con tutte le forze per tirare avanti giorno per giorno, affrontando il problema della fame, dell’educazione, della sanità... E tutto questo in un Paese potenzialmente così ricco.
Nonostante questo sfondo, anche la vita dei Missionari della Consolata, nella Delegazione di Kinshasa, continua. Nel mese di settembre p. Nestor Nkulu ha sostituito p. José Tolfo alla parrocchia di St. Mukasa, mentre quest’ultimo è diventato superiore del seminario teologico. Col ritorno di p. Stefano Camerlengo, superiore delegato, dalla Consulta, la casa di Mont Ngafula (Casa Bianca) è tornata ad essere la sede della Delegazione. In essa, oltre a p. Stefano e fr. Paolo Ferrari, vive anche fr. Renzo Bourcet, giunto da poco dall’Italia. Tutti i lunedì i padri che lavorano nelle parrocchie e nei seminari si incontrano nella Casa Bianca per attività di formazione permanente, per dialogare e fare pranzo insieme.
Il programma della Delegazione per il prossimo triennio recita “Nous aussi pour la paix”: vogliamo contribuire anche noi alla pace. Le parrocchie di Mater Dei, di St. Mukasa e di St. Hilaire sono impegnate, ciascuna nella sua realtà, in una ricca programmazione pastorale. Il seminario filosofico “P. Antonio Barbero” conta 20 studenti di filosofia e nove del propedeutico. Il seminario teologico “Giuseppe Allamano” conta 15 studenti, un fratello studente infermiere e due studenti kenyani alle prese con lo studio della lingua francese prima di iniziare la teologia all’Institut St. Eugene Mazenot. Inoltre ospita un fratello e un padre destinati al nord, ma che studiano la lingua francese a Kinshasa. Come ama dire p. Stefano, la nostra è “una piccola grande Delegazione”.
P. Mario Barbero