|
DIOCESI DI WAMBA Il Centro Pastorale della diocesi di Wamba, diretto da p. Alonso Alvarez Q., ha lanciato una campagna per la prevenzione dell’AIDS. Un ufficio, due maestri a tempo pieno e una moto costituiscono l’unica struttura di un progetto ambizioso, che si propone di vincere la corsa sul tempo contro la diffusione della terribile malattia che, attualmente, è diffusa in una percentuale che va dal 12 al 18%. La campagna è strutturata in tre tappe: l’informazione, la formazione e l’assistenza. La prima tappa prevede di giungere a tutti con un’informazione sul problema del-l’AIDS, la prevenzione, i rischi, ecc. Si tratta di fare opera di sensibilizzazione per far emergere il problema a livello di coscienza, dato che la malattia esiste, ma si tende a esorcizzarla non pensandoci o negando la sua presenza. Per realizzare questa informazione ci serviamo della scuola dove si diffondono le notizie con il metodo del “passa parola” e si fa opera di volantinaggio. Altri mezzi sono i posters, la musica, le opere di teatro e il gioco dei bambini. Anche Avakubi, la rivista diocesana edita dal Centro Pastorale, dedica in ogni numero uno spazio significativo al problema. Prossimamente, un aiuto formidabile verrà dalla radio diocesana che, dopo due anni di forzato silenzio a causa della guerra, dovrebbe tornare a funzionare. La seconda tappa della campagna è di carattere formativo e si rivolge innanzitutto agli educatori della comunità: gli insegnanti e i catechisti e a quanti svolgono un lavoro sociale come medici e infermieri. Per loro si organizzano dei seminari sulla realtà della malattia come tale e sulla sua prevenzione. La metodologia di insegnamento è impostata secondo la cultura Wabudu, che nel suo modo di ragionare procede per affermazioni contrapposte (legge dei contrari). Così, a proposito della malattia, si parla di “brutta notizia e bella notizia”: la brutta notizia è la presenza della malattia, mentre la bella notizia è la possibilità di prevenirla, ecc. Il programma formativo si rivolge anche ai genitori. Per questo abbiamo creato un movimento che si chiama PEVI (Pour nos enfants la vie: per i nostri figli la vita). Per ora è circoscritto alla città di Wamba, è interreligioso e riservato a coppie di genitori che hanno dei bambini piccoli. L’obiettivo è di preparare i genitori a dare un’educazione sessuale ai loro figli, in modo che crescano coscienti del problema dell’AIDS e soprattutto avendo ben chiaro tutto ciò che si riferisce alla prevenzione della malattia. Il movimento effettua tre incontri annuali di una giornata, caratterizzati da momenti di formazione, di condivisione, di fraternità e di svago. Inoltre è previsto un vero e proprio corso di educazione sessuale, di 72 ore, da svolgersi in un periodo di sei mesi. Questo corso viene dettato da un gruppo di ricerca guidato da un missionario del Sacro Cuore, psicoanalista, coadiuvato da alcuni insegnanti. PEVI ha anche una sua spiritualità che si esprime tutti i mercoledì quando ogni famiglia si impegna in un momento di preghiera per la pace e la salute. Gli aderenti al movimento hanno poi la missione di “contagiare” gli altri: come l’AIDS contagia in senso negativo, così PEVI si prefigge di “contagiare” la prevenzione fra la gente. Si tratta di una vera e propria attività di coscientizzazione, realizzata di porta in porta, a tappeto, nei vari quartieri della città. In genere, sono due coppie di genitori che visitano le famiglie e parlano dell’AIDS. Quindi presentano il movimento e cercano di ottenere nuove adesioni. A tutt’oggi le coppie che vi aderiscono sono 250. La terza tappa si propone di giungere a dare assistenza ai malati terminali di AIDS. E' la parte più difficile perché esigerebbe delle disponibilità economiche che in realtà non abbiamo. L’assistenza riguarda innanzitutto l’aspetto medico e coinvolge l’organizzazione sanitaria della diocesi: gli ospedali e i piccoli dispensari sparsi nella selva. Così sono previsti dei corsi di formazione per i nostri medici e infermieri. Un missionario Comboniano, medico, si sta già dando da fare in questo settore. Ma l’assistenza vera e propria è quella che dovrebbero offrire le coppie di PEVI agli ammalati terminali, con i mezzi che abbiamo. Si tratta di superare ogni discriminazione, le difficoltà che a volte la stessa famiglia dell’infermo frappone, venire incontro ai bisogni materiali dell’infermo e aiutarlo a morire con dignità e serenità. Abbiamo a disposizione l’elemento umano, non i mezzi economici. Tuttavia siamo convinti che questa testimonianza di carità sarà in grado di “provocare” la Provvidenza e di suscitare i mezzi di cui abbiamo bisogno. I membri di PEVI si sentono animati e incominciano già ad emergere i doni che Dio ha concesso a ciascuno per il bene di tutti. Il movimento, però, non rimane circoscritto alla città: infatti ci sono già una quarantina di coppie animatrici che si stanno preparando per diffondere PEVI in tutte le parrocchie della diocesi. Anche i giovani sono invitati a partecipare a questa campagna di prevenzione dell’AIDS. Per loro si è studiato un’iniziativa, chiamata SERFI e che consiste in circoli di formazione infantile impartita dai giovani. L’iniziativa partirà a giugno. Venti giovani, dieci ragazzi e dieci ragazze, si trovano e preparano un SERFI, cioè un’attività formativa per i bambini. Essa può consistere, per esempio, in un gioco da realizzarsi durante un pomeriggio della domenica per i bambini di un quartiere. Si tratta di un gioco con finalità educative, attraverso il quale si cerca di veicolare un messaggio. Una volta può riguardare la costruzione della comunità, un’altra la cultura e un’altra ancora l’AIDS. Abbiamo già preparato un SERFI sperimentale: si chiama “passa, passa”. Ci sono tante cose che passano: con una batteria d’auto si dimostra come la corrente elettrica passa attraverso tutta una catena umana…, così passa anche l’AIDS. Come si fa ad impedire questo passaggio? Bisogna rompere la catena! E così i giovani insegnano ai bambini come utilizzare delle piccole prevenzioni concrete (non raccogliere lamette usate, non lavarsi con la spugna degli altri, ecc.) che se pure non preservano da un contagio, diffondono l’idea della prevenzione e mantengono desta l’attenzione sul problema. Per ogni SERFI si coinvolgono nuovi gruppi di giovani i quali devono prepararsi, durante tutto un mese, nella realizzazione dell’attività educativa proposta. Così, mentre si preparano a insegnare qualcosa ai bambini, essi stessi prendono coscienza del problema. P. Alonso Alvarez Q.
|