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Intervista a p. Armando Olaya 1° PARTE
Quali sono state le difficoltà che avete trovato nel vostro inserimento? Siamo giunti a Gibuti poco più di un anno fa, nel settembre 2004 e, a parte le difficoltà normali degli inizi, come l’adattamento al clima, piuttosto forte, o il non conoscere nessuno, devo sottolineare piuttosto la buona accoglienza riservataci dal vescovo e il fatto che, a differenza di quando abbiamo iniziato la missione in Costa d’Avorio, qui c’era già una casa preparata per noi. E quando si è trattato di guardarci attorno per conoscere la realtà che ci circondava, il vescovo ci ha affidati al suo unico sacerdote diocesano, il quale ci ha fatto conoscere la città e ci ha aiutato ad introdurci nella nuova realtà della nostra missione tra i musulmani.
Non ho trovato particolari difficoltà: eravamo alla fine dell’estate, il clima era ancora caldo e molto umido, ma sopportabile. La prima vera difficoltà, per me, è stata la nomina a direttore della Caritas diocesana, appena 15 giorni dopo il nostro arrivo, senza aver avuto la possibilità di conoscere la realtà del Paese, le situazioni, la gente. Per fratel Maurizio il problema non si è posto: destinato a dirigere una scuola cattolica, ha avuto tutto l’anno per introdursi al suo lavoro accompagnando la direttrice della stessa.
Certo, a Gibuti non abbiamo trovato una comunità cristiana ad accoglierci: a parte il vescovo e i pochi sacerdoti che operano in questo paese, nessuno ci è venuto incontro, nessuno ci ha dato il benvenuto e questo ci ha fatti sentire un po’ soli. Rilevante è la presenza dei francesi, ma si tratta di persone sempre di passaggio, che cambiano ogni uno o due anni. Poi, la gente, all’inizio, non è molto affabile: sembra distante e non dà subito confidenza. C’è da aggiungere il problema della lingua perché la maggioranza non parla il francese, ma il somalo e un po’ l’arabo. Se vogliamo, queste sono state le nostre difficoltà iniziali.
A distanza di un anno siete riusciti a stabilire delle relazioni di amicizia con la gente del posto? Ognuno si è inserito nel suo ambiente di lavoro: p. Mathieu Kasinzi si è messo a studiare l’arabo e segue la comunità etiope; fr. Maurizio Emanueli, da parte sua, ha fatto amicizia soprattutto con gli insegnanti della scuola e con i genitori degli studenti. Infine, il sottoscritto ha tessuto relazioni con quelli che lavorano alla Caritas, che sono musulmani, e con i responsabili delle associazioni locali che vengono a chiedere aiuti da noi. Sono nate delle belle relazioni personali, non so ancora se di vera amicizia o per interesse, tuttavia ho avuto l’opportunità di entrare nelle loro case e di prendere il tè o una bibita con loro, godendo di un’ospitalità semplice, ma genuina.
Succede anche questo: un signore molto gentile mi ha invitato a conoscere il porto, suo luogo di lavoro e, il giorno in cui siamo andati, con molto rispetto, mi ha chiesto di mettere la croce che portavo al petto dentro la camicia. Abbiamo parlato un po’ di questo: con il mio crocifisso io mi dichiaravo pubblicamente cristiano mentre tutti sapevano che lui era musulmano, così i suoi amici avrebbero pensato male di lui e cioè che volesse convertirsi al cristianesimo.
Lo stesso mi è successo con un giovane che lavora con me alla Caritas. Un giorno, avendomi accompagnato a cercare dei ragazzi di strada, mi ha chiesto di nascondere il crocifisso sotto la camicia, perché altrimenti la gente l’avrebbe criticato. Di solito io porto la croce sul petto e nessuno mi ha mai detto niente perché sono un europeo. C’è anche un sacerdote africano e, in passato, pure lui portava la croce, ma la gente lo criticava perché, essendo africano, nell’immaginario comune, doveva essere anche musulmano.
Alla Caritas vengono molte persone a chiedere degli aiuti, persone che poi ritornano, e con le quali cerco di attaccare bottone. Così, spesso, ne nasce un dialogo amichevole, che riprende ogni volta che tornano. C’è uno che viene spesso e un certo giorno mi ha detto: «mi piace davvero venire a chiacchierare con te, tuttavia mi sento tanto triste al sapere che tu non andrai in paradiso». «Ma come - dico io -, perché non andrò in paradiso?». «Si, - dice lui - perché tu non sei credente». Sono parole sincere di persone che ti apprezzano. Prima di venire in Italia mi ha salutato secondo il loro costume: ti baciano la mano, poi ti offrono la loro perché tu la baci e poi la porti sul petto; un saluto che mi ha sorpreso perché riservato solo alle persone considerate vicine e amiche. Questo vuol dire che mi sente vicino, che mi considera amico e, da vero amico, desidera che anch’io vada in paradiso come lui.
Direttore della Caritas In linea di massima la Caritas si impegna nella realizzazione di progetti che si riferiscono a situazioni umane di povertà nel senso più ampio della parola. In questi ultimi anni si sono moltiplicate le associazioni locali con scopi culturale, sanitario, per lo sviluppo della donna, ecc. Molte di esse sono riconosciute dallo Stato e, anche se sono realtà interamente musulmane, vengono a chiedere aiuto alla Chiesa cattolica tramite la Caritas. Mi presentano dei progetti, e insieme discutiamo sulla loro fattibilità. Per esempio, ultimamente abbiamo preso in considerazione la formazione di una cooperativa di pesca, la costituzione di una biblioteca di quartiere, l’alfabetizzazione di ragazzi che hanno abbandonato la scuola. Presento quindi questi progetti al comitato direttivo della Caritas, presieduto dal vescovo, che decide l’approvazione o meno del progetto. Queste associazioni nella capitale sono circa 2 mila e tutte conoscono e apprezzano la Caritas perché sanno che aiuta e finanzia i loro progetti.
In passato la Caritas ha svolto un programma di formazione per i rappresentanti delle associazioni, dove si insegnava lo spirito associativo, come fare un progetto, come mantenere la contabilità dell’associazione, ecc. Negli ultimi anni sono sorte nuove associazioni, così le ho convocate e sono venute una sessantina di persone a cui ho chiesto se erano interessate a continuare questo programma e tutti si sono dimostrati d’accordo. Un assenso che sottintende il loro vero interesse: ossia che la Caritas sostenga i loro progetti. Ciò non sempre è possibile perché manca una base che possa garantire il successo del progetto. Il mio compito, dunque, è di osservare e discernere quali sono le situazioni di povertà nelle quali la Caritas può intervenire e studiare i contorni, la fattibilità e lo sviluppo di ogni progetto.
I bambini di strada C’è il programma per dare assistenza ai bambini di strada: sono quasi tutti etiopici, arrivati nel paese illegalmente, che cercano di sopravvivere chiedendo l’elemosina o facendo qualche piccolo lavoretto. Quando la polizia li prende, li picchia, li mette in prigione per qualche giorno e poi li porta alla frontiera dove vengono espulsi, ma dopo poco tempo ritornano. In passato, la Caritas si era impegnata a farli studiare in Etiopia e a trovare qualche lavoretto nel loro Paese affinché non tornassero a Gibuti. Ma la cosa ha dato scarsi risultati. Ora questi ragazzi vengono a cercare aiuto alla Caritas. Qui c’è ne sono sempre una ventina che dormono, mangiano ecc. Noi, come Caritas, ci impegniamo soprattutto a dare loro assistenza sanitaria nella nostra sede o portandoli all’ospedale se ne hanno bisogno. Se sono presentati dalla Caritas, l’ospedale li riceve gratuitamente. Suor Anna svolge molto bene questo lavoro. C’è una specie di accordo tra un ospedale militare, che riceve solo francesi, e suor Anna, per cui lei può entrare, chiedere di ricoverare qualcuno o cercare medicine per il nostro ambulatorio. Suor Anna lavora tutti i pomeriggi alla Caritas e si occupa soprattutto di questo aspetto sanitario.
Ogni giorno c’è la processione di persone che vengono a chiedere aiuti: vestiti, medicine, soldi per pagare l’affitto ecc. Parlano in amarico, oromo e altre lingue ed è difficile intendersi per cui bisogna cercare qualcuno di passaggio che parli la loro lingua per capirsi. Il fattore linguistico è uno dei problemi più sentiti nel nostro lavoro perché impedisce il dialogo diretto e limita la possibilità di creare relazioni con le persone. La Caritas non ha un fondo per questi casi e, dietro mia insistenza, solo da poco tempo, il vescovo ha stabilito una piccola riserva a cui posso attingere per venire incontro a queste richieste di aiuto spicciole. Con me, alla Caritas lavorano due persone stipendiate, a tempo pieno. Fine prima parte
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