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Dal 27 aprile al 31 maggio quattro Missionarie e tre Missionari della Consolata hanno condiviso la loro vita dal mattino alla sera, prima a Nepi, nella casa delle suore e poi nell’entroterra di Genova dove hanno fatto gli esercizi spirituali. Dopo aver pellegrinato ai luoghi storici dei nostri Istituti ed essersi trattenuti a Caprie per qualche giorno di formazione, sono giunti a Roma, in Casa Generalizia. Nella preghiera, nella comunione e nella formazione si sono preparati ad un grande progetto: l’inizio della missione congiunta MC-IMC in Mongolia, previsto per il 20 luglio 2003. La loro carta d’identità - Sr. Maria Inés Patiño Giraldo, colombiana, la più giovane delle suore; infermiera ostetrica, è stata per tre anni in Kenya. - P. Juan Carlos Greco, argentino, ha lavorato in Brasile, per cinque anni, fra pastorale parrocchiale, formazione e animazione. - Sr. Lucia Bartolomasi, italiana, ha lavorato per cinque anni nell’animazione missionaria e nella formazione, nella casa di Caprie. - P. Giorgio Marengo, italiano, ordinato da due anni, è il più giovane in assoluto del gruppo; l’anno scorso ha conseguito la licenza in missiologia e poi si è dedicato allo studio dell’inglese. - Sr. Giovanna Maria Villa, italiana: ha lavorato per un oltre un decennio in Tanzania e, dal ’94, in Kenya, come infermiera e nella formazione. - P. Paolo Fedrigoni, italiano: ha lavorato cinque anni in Kenya. Chiamato in Italia nel 1988, ha conseguito la laurea in giurisprudenza e, dal 1993 ha svolto la funzione di rappresentante legale dell’Istituto. - Sr. Sandra Garay, argentina: è stata 10 anni negli USA, di cui cinque per studi e cinque come coordinatrice dell’ufficio di pastorale della diocesi di Grand Rapids. Il senso di questa preparazione Sr. Lucia e sr. Sandra fanno notare che «questi giorni di convivenza sono stati una bella occasione per conoscerci e amalgamarci reciprocamente. La prima settimana, dedicata alla riflessione su noi stessi, ci ha permesso di condividere le nostre esperienze e di presentarci per quello che siamo. La seconda settimana si è parlato dei nostri Istituti e del nostro carisma. Dato che andiamo in un posto dove lavorano anche altri religiosi, è importante che ci presentiamo con la nostra fisionomia di Missionari e Missionarie della Consolata, avendo molto chiari il nostro carisma e la nostra identità. C’è da aggiungere il fatto della “comunione” in sé, intesa come sfida: essa è il segno o la testimonianza più importante della missione. Il Signore ha detto: “Da questo sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). L’amore non si improvvisa, bisogna coltivarlo e questo tempo di preparazione ci serve per iniziare un vero cammino di amore fraterno. Sappiamo che non è facile: vivere in comunità è una sfida sia in Italia sia nelle missioni. Lo sarà anche in Mongolia e ne siamo coscienti, per questo ci impegniamo fin d’ora a vivere la comunione». Una diversità che arricchisce Notevoli sono le differenze di età, nazionalità, formazione e di esperienza fra i componenti di questa équipe, tuttavia, pur ammettendo che ciò potrà essere motivo di difficoltà, se ne coglie soprattutto la grande possibile ricchezza. È questo il pensiero di Maria Inés che aggiunge: «La diversità di età e di nazionalità per noi missionari è una ricchezza. A questo ci siamo preparati fin dalla formazione che è avvenuta in gruppi internazionali. Quindi è sempre una sfida, ma è un cammino di complementarietà che arricchisce. La diversità certamente non ci separa, ma ci unisce». «Questo gruppo, così eterogeneo – dice Juan Carlos – nasce dal discernimento dei nostri Consigli Generali, quindi è qualcosa di espressamente voluto, anche per dare un senso profetico a questa nuova apertura in Asia». Giovanna Maria e Sandra, dal canto loro, sottolineano che le differenze ci sono. «Tuttavia la sfida non è vedere quanto siamo diversi, ma quanto siamo capaci di accogliere le nostre diversità. Imparare ad accoglierci così come siamo trasformerà le nostre debolezze in ricchezza e in testimonianza. Per questo fin d’ora abbiamo cercato di evidenziare i tanti punti in comune che abbiamo ed è a partire da questi che vogliamo costruire la nostra vita comune». Una “fondazione” comune La Mongolia è un progetto che vede come protagonisti Missionari e Missionarie della Consolata insieme, padri e suore, uomini e donne. Anche se le differenze psicologiche, di sensibilità, di formazione, ecc. non sono da sottovalutare, p. Giorgio da questa sinergia vede molti vantaggi: «Le difficoltà, nella convivenza, sono scontate. Tuttavia credo che “l’andare insieme” arricchisca la missione. Abbiamo lo stesso carisma e la stessa spiritualità, ci unisce la stessa vocazione e missione e quando si evangelizza separatamente di solito si presenta un solo aspetto, al maschile o al femminile, della nostra identità. Nel nostro caso, invece, c’è la possibilità di esprimere la totalità del carisma che ci identifica nella Chiesa. Rispetto a tanti altri istituti in cui i rami femminile e maschile si distinguono già dai nomi, noi ci riconosciamo come Missionari e Missionarie della Consolata, senza differenze. Non di meno siamo realisti e sappiamo che certi modi, certi approcci, certe dinamiche sarebbero più automatici se si fosse solo uomini o solo donne. Quindi, forse, una difficoltà può essere rappresentata dal fatto che bisognerà tener conto di tutte le sensibilità e di tutte le sfumature, ma credo che questo nasconda un germe di fecondità». «Non bisogna minimizzare le differenze – dice Sandra – ma neppure sopravvalutarle: noi abbiamo una vocazione comune ed è questa la forza che ci unisce. L’abbiamo sperimentato già in questi giorni ed è qualcosa che dà tanta energia». Un altro elemento che viene sottolineato è il rispetto di ciascuno, in quanto uomo e donna, evitando di cadere in certi modi stereotipi di pensare che danneggiano le relazioni reciproche. La Mongolia Se ne è parlato molto, ma tutti confessano di saperne così poco… Tuttavia, da “nebulosa” iniziale, oggi appare come un sogno che, giorno dopo giorno, diventa realtà e come un desiderio che cresce dentro, di vedere, di conoscere, di sperimentare… Anche le paure iniziali scompaiono di fronte alla presa di coscienza «che la missione della Mongolia non è nostra e, come ogni missione, è la missione di Cristo, che egli ha affidato alla Chiesa e la Chiesa affida all’Istituto e l’Istituto a noi. Noi siamo i collaboratori di un progetto che è di Dio e questo ci dà molta pace e serenità interiore». A questo punto, allora, è lecito sentirsi liberi e sognare di poter vivere in pienezza la propria vocazione spendendo la vita per la missione della Mongolia. Gli occhi puntati I confratelli e le consorelle dei nostri due Istituti guardano con interesse a questa “avventura” in Mongolia, che suscita critiche in alcuni e approvazione nella grande maggioranza. I partenti ne hanno coscienza, ma più che gli occhi puntati «sentiamo – dice Giorgio – dei cuori sintonizzati». «Una sensazione – aggiunge Paolo – che ho avvertito soprattutto negli anziani, negli ammalati e nelle suore in generale». Essi offrono la loro preghiera e la loro sofferenza per la nuova missione della Mongolia e in primo luogo per la salute di p. Paolo, che rimane sotto osservazione medica e sulla quale speriamo di avere risposte confortanti quanto prima. «Sentire che non andiamo soli – annota Lucia – ma ci accompagna l’interesse, l’affetto, la fede e la preghiera delle nostre due famiglie religiose, ci dà una grande energia interiore». Non manca una nota di realismo missionario per cui si evidenzia come «le sfide che dovremo affrontare non sono superiori a quelle che tanti nostri confratelli e consorelle vivono in altre latitudini come, per esempio, in Colombia, in Liberia, in Congo, in Costa d’Avorio ecc… loro rischiano più di noi e ne siamo coscienti. Ognuno ha le proprie sfide da affrontare e, se si affrontano con onestà e impegno, sono tutte gravi e importanti». Il Padre Fondatore La nostra chiacchierata si conclude con un pensiero a Giuseppe Allamano che ci ha voluti Missionari di Maria Consolata. «È lui – ricorda Juan Carlos - che un giorno ha profetizzato che saremmo andati anche in Asia. Ebbene, la missione in Mongolia realizza pienamente questa sua profezia». Per Giorgio «Il Fondatore è stato un uomo così illuminato e aperto che, pur avendo un suo particolare legame con l’Africa, dovuto anche al fermento di quegli anni verso l’Africa, tuttavia non ha limitato la missione dell’Istituto a un posto piuttosto che ad un altro. Alla radice del suo zelo c’era il grande desiderio di far conoscere il Signore agli uomini e quindi, credo che la missione in Mongolia sia pienamente in sintonia con questo fuoco che ardeva nel suo cuore». I primi missionari partenti furono formati dallo stesso Padre Fondatore, così i nostri sette confratelli e consorelle si sentono uniti nella stessa preghiera «perché il Fondatore venga con noi in Mongolia, continui a formarci come missionari e missionarie e ci guidi sui sentieri di questa nuova patria di adozione per essere portatori della consolazione di Maria e annunciatori della gloria di Dio. A cura di Sergio Frassetto
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