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Padre Diamantino Antunes, missionario in Mozambico da tre anni, ha iniziato il suo apostolato nell’antica missione di Mepanhira che poi, l’anno scorso, ha consegnato al clero locale. Ma, come si sa, “il primo amore non si scorda mai”. Il Niassa La Provincia del Niassa si trova al nord del Mozambico. Data la sua posizione geografica periferica, è sempre stata una terra abbandonata a se stessa e toccata solo marginalmente dall’interesse dei governanti di turno, sia nel tempo della colonia come dopo, durante l’indipendenza. La mancanza di vie di comunicazione non ha permesso il suo sviluppo economico per cui il commercio è ancora allo stato embrionale e il denaro circola poco. La popolazione raggiunge i 700 mila abitanti circa ed è molto dispersa. I centri urbani più importanti sono il capoluogo, Lichinga, e poi Cuamba e Mechanhelas. La tribù dominante è costituita dai Makua, un popolo pacifico e accogliente, dedito all’agricoltura, aperto fin dagli inizi all’evangelizzazione. Per molto tempo questa popolazione, dovuto alla sua indole pacifica, ha goduto di scarsa considerazione, ma ora si sta lentamente imponendo all’attenzione della nazione per il suo progresso in tutti i settori. Questa regione è diventata terra di reinserimento per molti profughi, che durante la guerra civile erano fuggiti sopratutto in Malawi. Vivono in condizioni precarie, nella mancanza di tutti i servizi (strade, scuole, centri di salute, ecc.). L’evangelizzazione I Missionari della Consolata sono stati i pionieri dell’evangelizzazione del Niassa. Vi sono giunti nel 1926 e ancor oggi portano avanti la gran parte del lavoro pastorale della diocesi. I cattolici sono circa 160 mila. L’evangelizzazione è stata sempre accompagnata da un grande sforzo di promozione umana con la creazione di una fitta rete di scuole e dispensari che hanno aiutato lo sviluppo della regione. La rivoluzione marxista-leninista del 1975, la nazionalizzazione di tutti i beni della Chiesa e la chiusura di tutte le sue opere sanitarie e di formazione (1978), con la successiva guerra civile che infuriò fino al 1992 hanno messo in crisi tutto il lavoro di evangelizzazione e promozione umana. La popolazione viveva nella paura e si spostava continuamente alla ricerca di luoghi sicuri. In quei frangenti, i missionari rimasero accanto alla gente condividendo con essa le difficoltà e le calamità della guerra durata 16 anni. Con la pace, stipulata nel 1992, si è assistito al miracolo del perdono, al prodigio di persone che prima si erano combattute e ora si trovavano a lavorare, a pregare e a progettare insieme un futuro di pace. La gente è tornata alle proprie case, si sono ricostruiti i villaggi e si sono ricostituite le comunità cristiane. Sia in tempo di guerra come in questi anni di pace, la nostra attività è stata coordinata da un’idea di base: la formazione dei laici, specialmente degli animatori di base, quotidianamente immersi fra la gente. Nel periodo della persecuzione e della guerra essi hanno dato un esempio luminoso di fedeltà fino al martirio. Così, oggi, ogni comunità cristiana ha i propri animatori e leaders nei diversi settori dell’attività ecclesiale (es. Caritas, sviluppo, salute, laici, famiglia, scuola, promozione della donna, ecc.) e la principale attività dell’équipe missionaria è quella di visitare le comunità cristiane e di formare i loro animatori e catechisti. La missione chiama altrove Verso la fine del ’99 sono arrivato a Mepanhira, una missione di rilevante peso storico nel contesto del Niassa e della presenza IMC in Mozambico. Fondata dopo Massangulo, è da considerarsi come la madre di tutte le missioni nel sud del Niassa. Avevo ricevuto il compito di preparare la parrocchia per la sua consegna al clero locale. Ciò risponde al programma di ridimensionamento della nostra presenza in Mozambico. Iniziare a lavorare con questa finalità poteva rappresentare un handicap, ma anche una sfida perché penso che, come missionari, dobbiamo avere l’ansia di consegnare la terra evangelizzata alla Chiesa locale. La parrocchia è stata fondata più di 60 anni fa e tutt’intorno la regione è cristiana pressoché nella sua totalità. Essendoci, nel contesto del Niassa, altre regioni di prima evangelizzazione, dove ancora non siamo presenti, questa consegna doveva farsi quanto prima. Per noi Mepanhira rappresenta “le ragioni del cuore”, rese ancora più forti dal profondo legame di riconoscenza e affetto che la gente coltiva verso l’Istituto, per cui questo passaggio bisognava prepararlo con molta delicatezza. Missionario ricostruttore La missione era distrutta. Il mio predecessore aveva iniziato a ricostruirla un po’, ma la maggior parte delle strutture non era ancora agibile. In considerazione del lavoro dei nostri prini missionari, di quello che avevano costruito e sofferto, non si poteva lasciare così: sarebbe stato un tradimento. D’altra parte, neppure il vescovo e il clero locale l’avrebbero accettata in quelle condizioni, perché non avevano i mezzi per ricostruirla. Anche da parte della gente c’era un forte desiderio di vedere la propria missione tornare ad essere quella di un tempo e soffriva nel vederla mutilata e sfigurata. La chiesa, dopo l’indipendenza, era stata trasformata in magazzino e luogo dove si praticava lo sport e la danza. Le pareti erano scrostate e screpolate, i vetri non esistevano più e il tetto era in condizioni disastrose. Così, come primo lavoro, ho restaurato la chiesa rifacendo il tetto, rimettendo i vetri alle finestre, dipingendo le pareti e ricostruendo i banchi sfasciati. Quindi ho cominciato a ricostruire altre strutture fondamentali per una parrocchia. C’era già la scuola primaria, ma bisognava preparare degli ambienti dove accogliere gli studenti che venivano dai villaggi più lontani e dar loro la possibilità di fermarsi a dormire. Così ho recuperato due antiche e malandate strutture e le ho adibite a internato maschile e femminile. Oggi sono 65 i ragazzi e 25 le ragazze che vivono in parrocchia. Portano da casa il loro cibo, ma cucinano insieme. Abbiamo costituito anche una piccola biblioteca, così possono studiare in un luogo dignitoso ed essere seguiti nella loro formazione umana e cristiana. Fra questi ragazzi sono già sorte diverse vocazioni. Tra le altre strutture ho preparato il magazzino, il recinto degli animali, l’orto e un pozzo dove tutta la gente può attingere acqua. Nei villaggi circostanti ho ricostruito quattro chiese in muratura, di cui rimanevano solo poveri mozziconi, ho sistemato alcune scuole, ho fatto ex novo un dispensario e, per ultimo, ho ricostruito la residenza di padri. Io arrivavo, giovane prete, senza esperienza e ho cercato di imparare dalla gente: le ho dato fiducia ed essa mi ha aiutato. Mi sono avvalso di quelle generazioni di falegnami e muratori che i missionari avevano formato prima dell’indipendenza. Gente che aveva costruito la missione stessa e poi, con tristezza, l’aveva vista decadere per l’incuria e la guerra, per cui vi era molto legata e nutriva il desiderio di ricostruirla. Così, tutti questi lavori materiali non mi hanno impedito di dedicarmi all’evangelizzazione. Uscivo quasi tutti i giorni, visitavo i villaggi, radunavo le comunità, celebravo l’eucaristia, amministravo i sacramenti, tornavo alla sera e il lavoro andava avanti. Tempo di prova Ricordo che sono arrivato nel periodo delle piogge ed ero ansioso di visitare tutti i villaggi per conoscere la gente e così, nonostante il fango e l’acqua che rendevano impossibile la strada, ci andavo lo stesso. L’arrivo in una comunità è sempre una festa perché le visite sono così rare. La gente è lì che ti aspetta e ti accoglie con grande gioia anche se sei nuovo e non ti conosce. Essa, infatti, non guarda a chi sei, ma a chi rappresenti, cioè tu sei il prete, il missionario che giunge al villaggio per loro e questo è l’importante. Al mio arrivo le comunità erano 61, quando ho consegnato la parrocchia erano 74. Alcune di queste sono nate dal niente, nel senso che la gente si è spostata in un’altra regione creando un nuovo villaggio. Altre sono nate dalla suddivisione di comunità numerose. È stato un periodo duro, ma è servito a farmi le ossa, a sapermi sbrigare da solo, a non aver paura e a non retrocedere davanti alle difficoltà. Nelle condizioni in cui sono arrivato, durante le piogge, senza una abitazione e senza mezzi, era forte la tentazione di dire: «me ne vado! Perché devo essere io, che sono nuovo e non ho esperienza, a sobbarcarmi questa responsabilità?!». Invece ho accettato la sfida, ho pregato e non mi è mancato l’aiuto. Persone amiche mi hanno aiutato economicamente. Padre Franco Gioda, parroco di Mecanhelas, da cui Mepanhira dipendeva, mi ha sostenuto molto, anche economicamente e ce l’ho fatta. Ero isolato rispetto alla comunità IMC, ma non mi pesava la solitudine perché vivevo tutto il giorno in mezzo alla gente. Certo, alla sera mi sentivo un po’ solo, ma ciò mi ha dato la possibilità di cominciare a scrivere la storia delle nostra presenza in Mozambico, di leggere e pregare. Il passaggio Nel mese di ottobre del 2000 vengo nominato parroco di Mecanhelas e continuo ad attendere anche a Mepanhira. Nel 2001 il vescovo viene a visitare la parrocchia e si convince che il passaggio alla Chiesa locale è possibile, così manda un suo sacerdote a fare comunità con noi a Mecanhelas e a collaborare nella pastorale di Mepanhira. All’inizio del 2002 manda un altro sacerdote, appena ordinato e i due cominciano a vivere a Mepanhira. Io rimango ancora il parroco, ma loro, pian piano, si prendono cura della missione. Il primo ottobre 2003, festa patronale di Santa Teresina, avviene il passaggio e i due assumono direttamente la cura della parrocchia. Si è trattato di passaggio preparato e graduale. Il clero locale, da parte sua, è contento di ricevere una parrocchia ben organizzata e di un certo peso nell’ambito della diocesi. Mepanhira, infatti, è la prima grande parrocchia di cui il clero locale si assume la responsabilità diretta. Una parrocchia che conta 74 comunità cristiane, 16-17 mila cristiani e dove ogni anno ci sono circa 1000 battesimi rappresenta una bella sfida per il clero diocesano. Il segreto di questo passaggio è stato il lavorare insieme. Il primo amore… Mepanhira è una missione simbolo per l’Istituto nel senso che è stata la nostra prima missione nella regione; da lì sono venute le nostre prime vocazioni, lì sono nate le “Suore dell’Immacolata Concezione”, la prima congregazione di suore mozambicane, fondate dal nostro p. Oberto Abondio…; quindi lì ci sono le nostre radici, lì si riflette bene la nostra identità e lì la gente nutre un grande affetto per noi. Se a questo si aggiunge che è stata la mia prima missione e – come si dice – “il primo amore non si scorda mai”, allora devo ammettere che non è stato semplice per nessuno consegnare questa parrocchia. Tuttavia questo passaggio è stato fonte anche di una grande gioia perché è la prova che è stato fatto un buon lavoro, che il seme gettato ha portato frutto, che la Chiesa ha raggiunto la sua maturità e che i Missionari della Consolata hanno compiuto la loro missione: costruire una Chiesa per darla alla Chiesa locale. A cura di Sergio Frassetto
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