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Cari Missionari e lettori di Da Casa Madre, Mentre si avvicina la festa annuale della Madonna Consolata, sorge in noi spontaneo il desiderio di sostare a riflettere sul significato della consolazione e sul modo più idoneo con cui possiamo realizzare questo ministero nella realtà missionaria o in qualsiasi altra situazione in cui viviamo. E mentre il nostro sguardo si sposta impercettibilmente dall’immagine dolce della Consolata alla realtà del mondo d’oggi, tragica e complessa, ci pare di poter individuare con chiarezza il cammino che il Signore ci chiede di percorrere per rendere vero e credibile ogni atto di consolazione a favore di chi è visitato dalla sofferenza e dal dolore. A un’umanità che procede a tentoni... A nessuno sfugge il fatto che viviamo in un mondo che corre all’impazzata alla ricerca di nuove frontiere in tutti i campi della scienza, dove le conquiste continue in campo scientifico e tecnologico lasciano meravigliati e, a volte, perfino sconcertati per la loro arditezza. Eppure queste sorprendenti conquiste in tanti campi dello scibile umano sembrano andare di pari passo con una crescente insicurezza da parte di tutta l’umanità, che si esprime in incertezza davanti al presente e in paura di fronte al futuro. Gli uomini del nostro tempo sembrano procedere ormai senza quelle bussole orientatrici che erano chiaramente presenti in un passato non lontano e che trovavano il loro humus nelle sane radici familiari di una società cristiana o in una robusta e convinta fede religiosa. L’angoscia pare essere ormai la compagna inseparabile di tante persone. Non sorprende pertanto il fatto che molte persone si mettano alla ricerca affannosa di àncore di aggancio che diano loro almeno una parvenza di sicurezza e un senso al loro vivere. Ci chiediamo allora che senso possa avere la nostra offerta di “consolazione” a questa nostra umanità che è ansiosamente alla ricerca di appoggi e riferimenti sicuri per la propria vita. Coniughiamo il verbo “consolare”... La Bibbia insegna che l’acqua della consolazione la si può attingere soltanto all’unica sorgente che è quella di Dio. In altre parole, solo chi ha sperimentato la consolazione divina può permettersi di diventare lui stesso consolatore dei suoi fratelli e sorelle. Anche il contesto linguistico può fare luce sui modi concreti con cui noi possiamo praticare il ministero della consolazione. Così il termine greco parakaléin (consolare) significa invocare aiuto, ma anche incoraggiare e dire una buona parola. Chi è nella sofferenza sente il bisogno di incoraggiamento e di sostegno. Sente il bisogno di una persona amica che si metta al suo fianco e lo sostenga con la sua parola. Le parole di consolazione avranno un effetto sicuro se nascono da un cuore sincero e fraterno, aperto e sensibile alla sofferenza altrui. Esse, infatti, devono penetrare nell’intimo della persona sofferente e non limitarsi a sfiorarla. Le semplici parole che pronuncio, se non sono accompagnate da una mia partecipazione personale, risultano di poco effetto. Consolo quando dico parole che partono dal mio cuore e vanno al cuore dell’altro. Consolari (consolare) è il termine latino che significa “stare con chi è solo”. Esprime inoltre prossimità a chi è nel dolore e partecipazione alle sofferenze altrui. Consolare indica pertanto bussare alla porta di chi si è chiuso in se stesso e nella sua pena a causa del dolore, per poter versare su di lui il balsamo che solleva e rinfranca. Consolare è rimanere costantemente vicino a chi è nel dolore, restare nella sua casa senza cedere alla tentazione di ritornare ben presto sui nostri passi verso luoghi più salubri. Non posso infatti consolare dal di fuori delle situazioni concrete, accontentandomi di parole pie e distaccate, ma soltanto immergendomi in esse. Come una Madre sa fare L’evangelista Giovanni, pur nella sobrietà di ogni sua narrazione storica, riporta due episodi in cui Maria, la madre di Gesù, appare come modello perfetto di consolazione, sia nell’accezione greca di parakaléin che in quella latina di consolari. Innanzitutto vediamo Maria presente alle nozze di Cana (cf. Gv 2, 1-12), attenta e solerte, assieme a Gesù e ai suoi discepoli. L’episodio mostra quanto le parole che nascono dal cuore possano essere eloquenti e capaci di generare consolazione. “Non hanno più vino”: le parole di Maria non solo svelano la momentanea carenza di un elemento tanto importante per una festa di nozze, ma diventano supplica e preghiera a favore di persone che si trovano in difficoltà. Ogni preghiera e ogni azione di intercessione può diventare consolazione quando sono espressione di amore. «Qualun-que cosa vi dica, fatela»: Maria sa dove si può trovare la sorgente di ogni bene e addita il Figlio suo. Come non vedere in queste parole di Maria la funzione consolatoria della nostra missione e in particolare dell’evangelizzazione? L’altro episodio, narrato da Giovanni, mostra Maria ai piedi della croce mentre il figlio Gesù consuma il suo sacrificio per la salvezza dell’umanità (19, 25-27). È una scena drammatica dove il silenzio diventa più eloquente di qualsiasi parola. È la presenza della Madre “Desolata” che partecipa intimamente al dolore del figlio, lo sorregge nei suoi patimenti, e con il proprio sguardo lo consola e lo conforta. Qui Maria mostra quanto potere di consolazione abbia ogni presenza vissuta con amore e ogni partecipazione alle sofferenze altrui! Prendo a prestito dall’apostolo Paolo l’augurio per la nostra Festa della Consolata: «Benedetto sia Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione, affinché, mediante la consolazione con cui noi stessi siamo da Dio consolati, possiamo consolare gli altri in qualsiasi loro tribolazione» (2 Cor 1, 3-4). Il Beato Allamano interceda per tutti noi. Fraternamente vi saluto, P. Piero Trabucco, IMC (Padre Generale)
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