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BENEDITO SORGENTI IL SIGNORE PDF Stampa E-mail
Scritto da P. Cornelio Dalzocchio   

Il 22 marzo di ogni anno si celebra la Giornata Mondiale dell’Acqua, voluta dall’ONU, per richiamare il problema della mancanza di acqua, che mette a repentaglio la sopravvivenza di intere popolazioni e favorisce numerose patologie. L’acqua, ancor più del cibo, è un diritto di tutti e va gestito a beneficio della collettività.

Osservando la geografia della sete, appare evidente che l’Africa è il continente che più soffre per la mancanza d’acqua. Gli esperti elencano mille cause, tutte giuste: scarsità di piogge, mancanza di canalizzazioni, acqua contaminata, ecc.

A questo si aggiunge la realtà culturale del lavoro che ricade quasi completamente sulle spalle della donna, anche e soprattutto quello di attingere l’acqua, per cui l’uomo si disinteressa del problema e non si preoccupa di organizzare le risorse idriche del territorio affinché possano offrire un effettivo beneficio alla famiglia e alla collettività.

A Nyabula il tempo delle piogge va da Natale a Pasqua. L’acqua piovana si perde in mille rivoli che, a causa dell’erosione, rovinano campi e strade. Le riserve naturali, come fosse, torrentelli e pozzi scavati a mano, sono lontane dai luoghi abitati. Schintomiasi, dissenteria e tifo sono le malattie più diffuse nella zona e derivano fondamentalmente dalla mancanza d’acqua.

All’inizio dell’anno, visitando a piedi i villaggi, in una piccola conca, formata dall’incrocio di alcune collinette, ho notato una sorgente di acqua continua e abbondante. Si trova a circa 14 km da Tagamenda, un villaggio di 2500 abitanti, che da sempre patisce la sete.

L’idea di canalizzare quell’acqua è scattata immediatamente. Ho cercato i fondi, arrivati tramite la Caritas italiana e un amico delle missioni, di nome Nuccio Scatena, di Borgaro Torinese, deceduto per infarto proprio qui, a Nyabula, lo scorso 25 luglio.

La realizzazione dell’opera non poteva avvenire se non grazie al coinvolgimento delle donne: sono esse che avvertono tutta l’importanza dell’acqua, soprattutto per uso domestico; sono loro che si sobbarcano ogni giorno l’improba fatica di andare ad attingere acqua a chilometri di distanza; sono loro che conoscono le malattie causate dalla mancanza d’acqua o dall’acqua contaminata.

Così, l’idea fu lanciata in chiesa durante la messa domenicale e la risposta fu davvero corale. Per circa tre mesi le donne hanno preparato il canale dove andava deposta la tubatura, scavando con strumenti rudimentali. Uno scavo che ha dovuto cambiare di percorso per ben tre volte per consentire all’acqua di scorrere per caduta naturale. Ci fu anche chi portò tutti i giorni mais e fagioli, cuocendoli sul posto di lavoro per sostenere le forze di quante ci davano dentro a colpi di zappa e piccone.

Oggi l’acquedotto è una bella realtà e le donne attingono acqua da sei fontane sempre aperte, canterellando di gioia come facevano le nostre nonne quando andavano alla fontana del paese ad attingere acqua.

La realizzazione di questo progetto ha dimostrato ancora una volta, alla nostra gente e soprattutto agli uomini, che con un po’ di fantasia e lavorando sodo si possono raggiungere dei buoni risultati e che il progresso economico non piove dal cielo, ma va cercato adoperando le risorse locali: acqua sorgiva e sudore di braccia.

Ho letto che anche in Italia l’acqua diventa in fattore commerciale, oggetto di appropriazione indebita da parte dei cosiddetti “mercanti dell’acqua”, per cui viene razionata e pagata a peso d’oro da parte della gente, pur trattandosi di un bene di consumo a cui ognuno dovrebbe avere accesso gratuitamente.

A Tagamenda, le donne non hanno di questi problemi: basta un secchio, vanno alla fontana e attingono acqua a piacimento. Accanto ad ogni fontanella metterò una scritta: “Chemchemi za maji msifuni Bwana” (Benedite sorgenti il Signore).

P. Cornelio Dalzocchio

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