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Si avvicina la partenza per la Mongolia dove i Missionari e le Missionarie della Consolata inizieranno una nuova missione insieme. Il 20 luglio prossimo, quattro missionarie e due missionari partiranno alla volta di quel Paese. Del gruppo faceva parte anche p. Paolo Fedrigoni, ma problemi di salute hanno sconsigliato la sua partenza. Lo sostituirà p. Ernesto Viscardi che raggiungerà il gruppetto di testa qualche mese dopo. Il 31 maggio i partenti hanno trascorso la giornata in compagnia delle due Direzioni Generali, poi, alle ore 18, a Nepi, presso la Casa delle Missionarie della Consolata, si è svolta la celebrazione del “mandato missionario”. All’appuntamento erano presenti confratelli e consorelle, i teologi di Bravetta, alcuni famigliari e tanti amici. Padre Francisco Lerma, del Segretariato della Missione, funge da cerimoniere e, introducendo la celebrazione, ricorda le parole che il Padre Fondatore ha pronunciato in occasione di altre partenze, a cui questa molto rassomiglia: «L’opera è sua, il Signore l’ha benedetta…, io non vedrò, ma forse andrete anche in Giappone, Tibet… Giunti in Missione baciate quella terra che dovrete bagnare coi vostri sudori e santificare colle vostre virtù…». L’eucaristia è introdotta da una danza liturgica, ritmata dal canto, in lingua kiswahili: “Sifa yake Bwana, Mungu wetu…” (Gloria a te, Signore, Dio nostro). Il coro, formato dalle suore e dai teologi, anima la celebrazione creando una suggestiva atmosfera missionaria. Presiede il Padre Generale affiancato da p. Antonio Bella-gamba, vice superiore generale e dal diacono Jonas Cassiano. Concelebrano i confratelli della Casa Generalizia e altri sacerdoti amici. La liturgia dell’ascensione è quanto mai appropriata per spiegare il senso del mandato missionario: «…avrete forza dallo Spiri-to Santo che scenderà su di voi a mi sarete testimoni a Gerusa-lemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra» (Atti 1,8). «An-date in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15). Le parole dette da Gesù agli apostoli prima di salire al cielo, oggi risuonano per questi confratelli e consorelle che stanno per partire. Il Padre Generale e la Madre Generale li chiamano per nome ed essi rispondono con l’eccomi della propria vita fatta dono. Quindi li presentano con brevi note essenziali. Segue l’omelia che Padre Trabucco offre ai partenti come ricordo da portare in Mongolia. Facendo riferimento all’apostolo Paolo che, nella lettera agli Efesini, invita i credenti ad essere “un solo corpo e un solo spirito”, il Padre Generale li esorta ad iniziare la nuova missione come comunità. «La vostra forza sarà l’amore vicendevole. Siate un cuor solo e un’anima sola. Andate per servire gli altri, ma prima andate come servi gli uni degli altri». Vanno per testimoniare Gesù risorto di cui hanno fatto esperienza nella loro vita missionaria. Lo sapranno fare in modo ottimale se porteranno con loro il carisma della consolazione rappresentato da Maria nostra madre. Ma il vero attore della missione è lo Spirito: è lui che dà la parola per annunciare, l’intelligenza per capire e soprattutto un cuore per amare. «Rivolgetevi allo Spirito per avere la luce, per discernere il meglio: con la sua guida potrete riempire la Mongolia della buona notizia». Simbolo per eccellenza della missione è la croce che oggi viene consegnata ai partenti. «Ogni volta che la mettete essa vi ricorderà che “missione è dare la vita”. In altre parole, il crocifisso vi ricorda che ciò che conta è l’amore ed è proprio l’amore che trasforma qualsiasi iniziativa, qualsiasi opera, in azione missionaria». «Il vangelo – conclude il Padre Generale – dice che gli apostoli “partirono e predicarono dappetutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano” (Mc 16,20)… Ed è proprio questa la nostra preghiera: che il Signore accompagni la vostra missione di evangelizzatori con i prodigi del suo amore». Segue il rito del mandato missionario. I partenti si accostano all’altare mentre il celebrante invita tutti alla preghiera. Poi, stendendo le mani, pronuncia la preghiera di benedizione: sono parole di lode a Dio Padre per il suo disegno di salvezza realizzato nel Figlio e continuato dagli apostoli. E la lode diventa supplica affinché guardi ai suoi servi che, investiti del segno della croce, sono inviati come messaggeri di salvezza e di pace: «…Risuoni nelle loro parole la voce di Cristo e quanti li ascolteranno siano attirati all’obbedienza del vangelo». Lo Spirito infuso nei loro cuori li aiuti a farsi tutto a tutti per condurre al Padre gli uomini. A questo punto ognuno di loro riceve la croce, segno della carità di Cristo e della nostra fede. È una croce povera, di legno e senza il crocifisso per indicare che il crocifisso deve essere colui o colei che la porta, chiamato a sacrificare tutta la propria vita per la causa del vangelo. È un momento di grande intensità spirituale e commozione umana che fa rivivere gli inizi dell’Istituto, quando i primi missionari partivano, armati di fede e di coraggio, dopo aver ricevuto dalle mani del Fondatore il crocifisso e portando nel loro cuore le sue parole come un tesoro prezioso da conservare e a cui attingere nel momento della prova. La preghiera si eleva spontanea per questi fratelli e sorelle, per la Mongolia, per tutti i missionari e per la causa del vangelo. L’offertorio della messa è aperto da una danza simbolica dove sei lampade, una per ogni partente, vengono deposte ai piedi dell’altare. Sono il segno del cuore che arde della carità di Cristo, sono il segno di quel fuoco che il beato Allamano richiedeva ai suoi missionari: “Ci vuol fuoco per essere apostoli!”. Sul fronte dell’altare campeggia un simpatico pentagramma sul quale ogni partente appone una nota. L’insieme delle note forma una melodia: è l’impegno di lavorare insieme, padri e suore, fratelli e sorelle per comporre la melodia della fraternità, l’unico canto del vangelo, la vera buona notizia che rallegra il cuore. «Tu sarai profeta di salvezza, fino ai confini della terra. Porterai la mia parola, risplenderai della mia luce», canta il coro alla comunione, sulle note di una toccante melodia che esalta la poesia della missione e commuove al pensiero che essa significa partire lasciando tutto e tutti. La celebrazione si conclude con un altro gesto simbolico: una coppia di giovani cattolici mongoli offre ai partenti una sciarpa azzurra e una ciotola da cui ognuno sorbisce un sorso di latte. È il gesto tradizionale dell’accoglienza che la Mongolia offre ai suoi ospiti. Un gesto semplice che indica condivisione e ringraziamento. Un gesto – speriamo – beneaugurante per la nuova missione della Mongolia. La festa esplode nei riti dei saluti, degli abbracci e degli auguri che tutti offrono ai partenti attorno ai tavoli di un ricco e invitante buffet.
P. Sergio Frassetto
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