|
1. Continua l’impegno educativo rappresentato dal grande centro CECIDIC “Centro di educazione, abilitazione e ricerca per lo sviluppo integrale della comunità”. È costituito da un liceo, una scuola di arti e mestieri, un centro di piscicoltura (produciamo 40 mila pesci, ogni 15 giorni, per i 363 laghi che già esistono a livello di famiglie), una scuola di comunicazione (abbiamo due radio: Radio Nasa e Radio Cuesquiue “nostra terra”) e una scuola agraria (agricoltura, cura del bosco e allevamento di bovini, ovini, suini e animali da cortile). Lo stato ci ha concesso 76 ettari di terra dove si possono svolgere tutte queste attività. Inoltre abbiamo tre facoltà universitarie: scienze sociali, etno-educazione, economia e sviluppo ed ora abbiamo in prospettiva di aprire la facoltà di diritto e amministrazione. 2. Nello stesso tempo stiamo fa-cendo un grande sforzo per rinnovare l’economia. L’economia indigena è sempre stata di sussistenza: “quello che ho bisogno e non di più” e, dato che il bisogno era elementare (mangiare), normalmente si lavorava due o tre giorni la settimana. Gli altri giorni venivano spesi in incontri, assemblee, o nel lavoro comunitario: aggiustare una strada, pulire un fiume, coltivare gli alberi attorno alle fonti d’acqua, ecc. Adesso è tutto molto cambiato. Sono cambiate le esigenze: tutti vogliono studiare e per studiare c’è bisogno di libri, di mangiare e mentre uno studia non può produrre. Quindi l’aumento delle necessità ha aumentato an-che l’esigenza di fondi. C’è poi la crescita della popolazione: la mortalità è diminuita molto. È vero che la media della vita non supera ancora i 40 anni: muoiono molto e molto giovani. Però muoiono meno bambini e quindi c’è stato un aumento della popolazione enorme: abbiamo migliaia e migliaia di giovani e non sappiamo come gestirli. Finora lo sfogo è stata l’emigrazione: dalla nostra zona la gente è emigrata in sette dipartimenti, ma questo impoverisce enormemente la comunità e in ogni caso non è una soluzione. Quindi, si sta facendo uno sforzo per rinnovare l’economia in tre direzioni: A - migliorare tecnicamente l’agricoltura passando da un’agricoltura di sussistenza a un’agricoltura di mercato, dove ci siano degli eccedenti. B - aumentare gli spazi dell’agro industria, per es. trasformando la frutta in succhi e marmellate, il latte in yogurt, creando centrali per la produzione di pesci a livello industriale, ecc. C - dare molto spazio all’artigianato incominciando da quello più elementare come la falegnameria, la carpinteria in ferro, la calzoleria, la sartoria ecc. Tutto ciò richiede l’investimento di grandi capitali. Tuttavia la cosa più importante non sono i soldi. Anche se sono indispensabili, la cosa più importante è cambiare la mentalità: come riuscire a portare delle persone, abituate a lavorare per la mera sussistenza, a lavorare tutti i giorni per otto ore al giorno? E poi come conservare una dimensione comunitaria a tutto questo? Cioè il prodotto, il guadagno di tutto questo in che forma va ridistribuito? Gli interrogativi che ci poniamo sono tanti, ma si tratta di un impegno assolutamente urgente. In questo momento poi, dovuto alla situazione di guerra, l’urgenza più pressante è il cibo. Tre sono le strade che portano a Toribio e alle nostre montagne. Può succedere che i paramilitari le chiudano per bloccare la guerriglia, che a sua volta usa queste strade per procurarsi le proprie derrate alimentari. Se ciò succedesse tutta la popolazione soffrirebbe la fame. Per esempio nel centro CECIDIC, tra liceali, animatori e universitari si muovono 700 giovani,… se ci chiudono le strade chi darà loro da mangiare? Bisogna mandarli a casa e a casa cosa trovano da mangiare?! 3. Dare attenzione a quelli che sono rimasti indietro. Molti sono andati avanti: i leaders sono più di 500. Inoltre, 260 e più sono già universitari. È tutta gente che ha già fatto delle specializzazioni: sono agronomi, insegnanti, medici ecc. Ciò dimostra che in questi 15 anni si è fatto un buon cammino. Però molta gente è rimasta indietro. Si tratta soprattutto di bambini ammalati, orfani, poveri e vecchi. L’obiettivo è che i programmi già ben avviati siano guidati da responsabili nominati dalla comunità affinché l’équipe missionaria possa dedicarsi a questi ultimi che sono rimasti indietro. Un aspetto di questo nuovo impegno è rappresentato dal programma delle adozioni a distanza che abbiamo stipulato con “Italia Solidale”. All’inizio non ero favorevole ai programmi di adozione a distanza. Ma “Italia Solidale” ha una metodologia interessante fondata su una base spirituale molto forte e sul coinvolgimento della gente locale, che mi ha convinto. Inoltre, i soldi che manda non si devono spendere necessariamente tutti per il singolo bambino. Il 50% serve per comprargli i pantaloni, i quaderni ecc. Ma l’altra metà può servire per finanziare piccoli progetti produttivi per cui l’adozione lascia una grande libertà di movimento. In questo momento abbiamo circa 700 adozioni a distanza e il programma può arrivare a 1500. La nuova fase del nostro lavoro implica l’insegnamento della misericordia e della compassione in una cultura che, per essere di sussistenza, è crudele: chi può lavorare vive, chi non può lavorare muore! Come sosteneva Darwin, si realizza una vera selezione naturale: il vecchietto che non può più lavorare si lascia morire di fame perché chi produce non ne ha a sufficienza per lui. Abbiamo avuto molte perplessità e discussioni nell’équipe su questo punto, perché si vede il pericolo di cadere in una forma di assistenzialismo che crea dipendenza. Tuttavia, a un bambino cieco, a un bambino sordomuto, o con attacchi epilettici, a un bambino che nasce con deformazioni invalidanti cosa fai? Non è sufficiente proclamare la giustizia, bisogna anche dare spazio alla carità. Da sempre, nella Chiesa, si è dato grande spazio agli ospedali, ai manicomi, agli orfanotrofi ecc. Questa non è la soluzione del problema. L’ideale è che la stessa famiglia fosse in grado di rispondere, ma se la famiglia non risponde e se lo Stato non dà un centesimo per queste persone… ecco allora la necessità di intervenire con azioni concrete in favore di chi rimane indietro. Per me, il futuro dell’équipe missionaria sta nel consegnare nelle mani della comunità le centinaia di cose che abbiamo fatto e che già possono camminare da sole e incominciare a riempire questi nuovi spazi: gli spazi della carità. P. Antonio Bonanomi
|