|
Dovuto ad un serio problema di salute, ho trascorso due mesi di apparente forzata inattività missionaria. In questo tempo ho provato, prima di tutto, un forte senso di frustrazione perché, in modo quasi inaspettato, mi sono sentito come disarcionato da cavallo e impossibilitato a seguire i miei progetti, paralizzato nel mio attivismo, bloccato nel mio correre baldanzoso, incurante della salute, che pretendo di poter godere sempre intatta e indistruttibile. Questa forzata inattività mi ha permesso di conoscere il mondo del malato. Come per ogni missionario, anche per me è sempre stata una priorità l’occuparmi dei malati, visitarli, benedirli, consolarli, a volte assistere alla loro guarigione, altre volte accompagnarli nel passaggio definitivo verso la casa del Padre. Ma vivere dall’altro lato, essere ammalato e dover sottostare a tutte le attenzioni o disattenzioni del caso è stata un’esperienza abbastanza shoccante. Sarà ingenuità, ma si è trattato veramente della scoperta di un mondo nuovo. Vederti al centro di attenzioni, studi, esami, controlli, diagnosi dei medici; stare nelle mani degli infermieri che ti trattano, come da bambino ti prendevano le mani esperte della mamma… Non trovo parole adatte per esprimere la sorpresa e l’imbarazzo nel vedermi circondato dalle premure e dall’affetto dei confratelli e dei parenti. In quei giorni ho avvertito con particolare intensità la vicinanza di tanti amici, conoscenti…, persone con cui ho condiviso le gioie e le fatiche del mio apostolato in Canada, in Argentina o in Italia. A detta dei medici, il decorso post-operatorio è stato critico. E proprio in quei momenti - mi è stato detto -, chiamavo la mamma... Invocare la mamma, a 66 anni, in un momento di mancanza di lucidità, non è solo il segno di un dramma in atto, quanto piuttosto il ritornare “come bambino svezzato in braccio a sua madre”. Ripensando ai vari momenti di questa esperienza, dai primi sintomi del male, fino alla completa guarigione, posso dire di aver sperimentato la presenza di una Mamma dolce, premurosa, gentile, discreta e soave, riconoscibile non solo con il cuore, ma anche con i sensi: la cara Consolata. Aveva ragione il Padre Allamano quando si chiedeva: «...cosa non farà questa tenerissima Madre, per noi che siamo suoi figli?». Termino esprimendo la mia riconoscenza più sincera ai confratelli, ai medici e al personale dell’ospedale Koelliker. Veramente non sono stati inutili questi mesi, anzi, mi sento un po’ più missionario! Forse mi mancava questa esperienza! P. Ermenegildo Crespi
|