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di LAURETTA TREVISIO
Immagini e testimonianze di devozione popolare e di carità torinesi Ed. Il Punto, Torino 2002 È appena uscito un libro della dottoressa Lauretta Trevisio, dedicato alla religiosità popolare a Torino. Uno studio accurato (con abbondante documentazione fotografica) sulle varie forme di devozione di cui è rimasta traccia a Torino; un vero percorso artistico, storico e culturale in una città che abbonda di “segni” nel campo della fede e della carità. Il volume ci ha colpito, non solo perché è dedicato alla Consolata, ma anche perché riporta un capitoletto sulla nostra Casa Madre, con notizie interessanti. Eccone alcuni paragrafi. Casa Madre dei Missionari della Consolata «Sul portone d’ingresso di questo grande palazzo vi è un bel bassorilievo in granito del volto della Consolata che, illuminato la sera, risale al 1952 quando l’intera facciata dell’Istituto venne ricostruita, perché era stata bombardata. Il beato Giuseppe Allamano, nipote di San Cafasso e, dal 2 ottobre 1880, Rettore della Consolata, aveva nell’adolescenza sognato di diventare missionario ma poi la salute precaria lo costrinse ad abbandonare l’idea durante il liceo. Alla Consolata egli raccoglieva le confidenze di giovani preti, seminaristi e laici, che sarebbero voluti partire per le missioni, ma egli stesso diceva: “Non si sa bene dove indirizzarli, e allora, non trovando sfogo alla loro disponibilità, il richiamo per le missioni si perde nel nulla”. Così dal 1885 fino al 1900 egli si batté con umile tenacia per realizzare un “Seminario missionario”. Nel 1887 incontrò a Roma il card. Massaia, l’apostolo dell’Etiopia, e con la sua esperienza delineò meglio il suo progetto; in seguito presentò la sua proposta alla Congregazione di “Propaganda Fide” a Roma e la risposta fu favorevole». «Intanto, a Torino, mons. Angelo Demi-chelis, uno dei tanti malati che l’Allamano andava a trovare e confortare, sentito il suo progetto missionario gli lasciò in eredità una casa in corso Duca di Genova (l’attuale corso Stati Uniti) e un’altra a Rivoli». L’autrice racconta poi della malattia dell’Allamano e della sua miracolosa guarigione, attribuita alla Consolata, da cui scaturirà la fondazione dell’Istituto. Parla della fondazione delle suore e delle prime spedizioni di missionari. Poi, riferendosi alla Casa Madre, continua: «In pochi anni la sede divenne insufficiente e venne allora acquistato un ampio terreno fuori dalla cinta daziaria sulla cosiddetta via Circonvallazione, oggi corso Ferrucci e lì su disegno dell’ingegner E. Ruffoni, iniziarono i lavori per la nuova Casa Madre». «Nel cortile interno della Casa Madre di corso Ferrucci, all’altezza delle finestre del 3° piano, in una grande nicchia azzurra, alta circa 3 metri, con cornice in stucco bianco e tettuccio di riparo ad arco, fa bella mostra di sé una statua della Consolata in marmo bianco che venne donata ai missionari dell’Allamano nel marzo del 1925, in occasione del suo onomastico. Questa grande statua originariamente stava nel corridoio del Convitto, proprio sulla soglia dell’appartamento dell’Allama-no ed era molto nota a tutti perché i religiosi avevano l’abitudine di baciarle il piede quando passavano di lì. Il 17 marzo su un camion dei pompieri, la statua arrivò all’Istituto mentre si ultimavano i lavori della grandiosa nicchia. Il 19 marzo si celebrarono i festeggiamenti per il Patrono S. Giuseppe con messa solenne e nel pomeriggio un camion trasportò la statua, che provvisoriamente era stata collocata sotto i portici, fino davanti all’androne nell’esatto punto in cui doveva essere sollevata. Mentre si preparavano le funi e le carrucole arrivò Monsignor Perlo che, indossati i paramenti sacri, benedisse solennemente la statua; subito dopo le catene si misero in movimento e la Consolata lentamente venne elevata mentre le Suore e i Missionari cantavano le lodi alla S. Vergine. Sei pompieri del Corpo Municipale, coadiuvati da alcuni chierici e laici, eseguirono la delicata operazione dettagliatamente descritta nel loro Diario dalle Suore, molte delle quali assistettero all’avvenimento dalle inferriate del parlatorio e si unirono all’applauso dei Missionari quando la statua venne infine inserita nella nicchia; sotto di essa, sulla facciata dell’edificio, venne scritto in lettere d’oro “Et annuntiabunt gloriam meam gentibus”. Purtroppo il Beato Allamano non poté assistere alla cerimonia perché costretto a letto dalla malattia; morì il 16 febbraio del 1926, a 75 anni, dopo aver fatto partire per l’Africa: 38 équipes missionarie per il Kenya, 9 per l’Etiopia, 5 per il Tanzania, 6 per la Somalia e una per il Mozambico. Questa bella statua andò in frantumi con il bombardamento dell’8 dicembre 1942 e fu poi sostituita con una copia. Grandissimo era l’affetto dell’Allamano per la Madonna: “L’ho messa a custode e patrona di questa casa e fa Lei”, confessava con semplicità riferendosi all’opera missionaria da lui fondata e non perdeva occasione di parlare della SS. Vergine. Notevole nel Beato Allamano è il suo esempio di umiltà, attribuiva infatti a Dio ogni merito della sua opera e ripeteva le parole di San Bernardo “Da noi siamo niente, possiamo nulla, abbiamo nulla, non valiamo nulla” e aggiungeva “Il motto, la divisa dell’Istituto, voglio che sia questo “Protegam eum quoniam cognovit nomen meum” (Salmo 90,14) e cioè egli voleva che l’Istituto si abbandonasse talmente e unicamente a Dio, tanto che l’Altissimo potesse dire “Lo proteggerò perché attribuisce tutto a me solo” e poi ripeteva ancora “La prima virtù è l’umiltà, la seconda l’umiltà, la terza l’umiltà...”. I Missionari hanno innalzato all’Allamano, in occasione della sua beatificazione, avvenuta il 7 ottobre 1990, una statua bronzea nel cortile dell’Istituto; è alta circa due metri ed è posta su un piedistallo azzurro, in cemento, a forma di cupola. (pp. 107-109).
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