|
Paolo Manna guarda alle missioni da un unico punto di vista, quello del metodo e non delle persone (1), e teme che le sue conclusioni siano troppo ardite e temerarie. Ma dopo il viaggio in Asia si convince della verità di quanto pensa: «Parlo senza veli ed attenuazioni, ed espongo colla massima candidezza il mio pensiero, anche a costo di parere troppo crudo e reciso nelle affermazioni». Per lui, il peccato originale del metodo missionario moderno è «che vogliamo convertire il mondo mediante un’organizzazione che è il risultato della nostra mentalità, della nostra vita occidentale, più o meno materialista… Abbiamo fondato le così dette missioni estere. Il nome dice l’errore: sono di fatto, in mezzo ai paesi infedeli, dei veri organismi esteri, condotti da personale estero, sostenuti da danaro estero, appoggiati troppo spesso a protezioni di governi esteri… Abbiamo affidato codeste missioni ad ordini ed istituti religiosi per propagare la fede e stabilire la chiesa… ma i suddetti hanno finito collo stabilire piuttosto se stessi… Poiché ci si avvede che i risultati ottenuti con detto metodo non sono soddisfacenti, si usa dar la colpa alla scarsezza degli uomini e dei mezzi …Ma maggior numero di missionari e maggior copia di danaro vogliono certamente dire il consolidamento di queste missioni estere, che dovrebbero essere solo provvisorie e preparatorie delle chiese indigene… Si è detto ai missionari di andare, predicare e battezzare… è stato fatto, ed è risultato che l’ottanta, il novanta per cento dei missionari fanno quello che non sarebbe più loro compito, ma lavoro del clero indigeno e personale locale… Spesso si verifica che dove più forti sono le missioni, più debole è la chiesa… Chi smuoverà le missioni forti di uomini, di opere, di danaro per dar luogo alle chiese indigene? …Noi apostoli moderni, dovunque siamo andati, ci siamo restati, ci siamo resi indispensabili. Siamo stati richiesti di preparare il “clero indigeno”, ed abbiamo preparato “clero occidentale”, e noi ci aspettiamo di penetrare nelle masse dell’India, della Cina, ecc. con preti cinesi ed indiani educati all’europea. Dovevamo preparare missionari per penetrare nelle masse dei non cristiani, ma oggi quello che indubbiamente colpisce queste masse nel vedere il missionario è il forestiero, l’europeo… E, in generale, il missionario non si dà molto pensiero di spogliarsi di questa forma che non è fatta per fargli trovare la via dei cuori». Le conseguenze, per Manna, di questo metodo sono evidenti e disastrose: «Lavoriamo per far giungere più sicuramente N. Signore nelle menti e nei cuori degli uomini… Ma così come lavoriamo ora non arriviamo. Non arriviamo!… Ci sono più infedeli oggi di quanti ce n’erano alla morte di N. Signore, di quanti ce n’erano quando fu fondata la S. C. de Propaganda… Potremo sperare di avere conversioni in grande con personale adeguatamente impiegato? Ma se gli attuali missionari, diventati quasi-parroci, non bastano ad aver cura delle cristianità esistenti, dove prenderemo il personale per fare opera di penetrazione?… Anzi le missioni debbono lavorare a rendersi superflue; i missionari devono lavorare per poter presto scomparire e lasciare in loro luogo la Chiesa locale». Gli incaricati a livello mondiale, come la Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli, o a livello d’Istituti, come le Direzioni Generali, debbono convincersi che la presente «è una tattica sbagliata… Tattica sbagliata si è seguita nei metodi d’apostolato, per cui s’è data troppa importanza all’organizzazione, stimando punti forti della propaganda quelli che erano e sono i suoi punti deboli, come il tempo e l’esperienza hanno dimostrato. Occidentalismo, finanziamento, alleanze con i governi sono tre catene che tengono prigioniera la fede e le impediscono più larghi voli… Tattica sbagliata la lontananza di Roma dal campo delle missioni…». P. Manna scrive più di cento pagine per correggere tutte queste falle nella metodologia missionaria moderna. Per ognuno dei punti sopra accennati egli cerca di proporre correttivi in modo che il sistema non danneggi, ma piuttosto favorisca il lavoro di evangelizzazione. Oggi alcuni dei punti che formavano per il Beato un argine all’evangelizzazione, oppure alcune delle ricette correttive, possono sembrare sorpassate e forse lo sono, però la freschezza della sua visione rimane ancora intatta, la lucidità delle sue ragioni ancora valida, e soprattutto i correttivi per una missione più genuina, per un ritorno dei missionari a “fare i missionari e non i parroci”, per un più sano uso del danaro mantengono tutta la validità e l’urgenza.
(1) Parlando del clero indigeno, P. Manna dice che «si fa torto ai missionari di non aver dato abbastanza attenzione a quest’opera; ma, ad essere sinceri, la colpa non è loro». Molte volte il Beato chiama in causa la “tattica sbagliata” più che il missionario singolo. Questo lo si deve tener presente quando si leggono le riflessioni del Manna, anche se i missionari stessi potrebbero fare di più per cambiare tali tattiche.
|