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Quando mi accingevo (dietro richiesta) a scrivere queste righe, qualcuno mi ha detto: «se hai dedicato tre pagine del Da Casa Madre alla visita canonica al Venezuela, per il Tanzania scriverai un libro…». Certo, non nascondo che, dopo tutto quello che ci è stato dato di vedere, mi trovo imbarazzato sul come soddisfare la triplice necessità di essere succinto, succoso e completo. Farò del mio meglio! Assieme a p. Antonio Bellagamba, ormai noto in tutti gli aeroporti per la sua inseparabile sedia a rotelle e il suo sempre giocoso buon umore verso chi la spinge, siamo approdati - per così dire - a Dar-Es-Salaam, il 30 marzo. Ci attendeva p. Giuseppe Inverardi, superiore regionale, appena uscito da una seria malattia che lo ha costretto a esami medici in serie e ad una settimana di degenza all’ospedale. A guardarlo, ora, lì davanti a noi, così sorridente ed ospitale non lo si sarebbe detto! La sua cera però ci ha obbligato a domandargli se si sentiva in forze sufficienti per accompagnarci per tutta la durata della visita con i suoi spostamenti e incomodità. Senza esitazione, salì spedito sull’auto provocandoci con un risoluto “andiamo?!”. La visita canonica incominciò dalla Casa Procura della capitale, porto d’arrivo di gente traboccante di sogni e di progetti, perché contagiata dalla missione, e porto di partenza per i missionari che decollano in cerca di meritato riposo o di rinfrancata salute. Alla Procura è frequente imbattersi in gruppi di volontari avidi di prestare lavoro utile, sindaci di comuni lontani o consiglieri provinciali alle prese con progetti in favore dei missionari loro concittadini, medici pronti a prolungare la vita altrui, professori desiderosi di condividere il loro sapere. Li abbiamo poi trovati qua e là nelle varie missioni, con le maniche rimboccate, al lavoro. Quale tema migliore per la comunità a due di questa casa che quello dell’accoglienza? Non un’accoglienza qualsiasi, ma calda, paziente, cordiale, sincera alla Missionari della Consolata. Questo fu il messaggio che lasciammo, sapendo che il primo approccio con la missione è determinante. Del gruppo di Dar fanno parte anche due parrocchie: Kigamboni, alle prese con la costruzione della nuova e ampia chiesa parrocchiale e Ubungo in procinto di mettere al mondo la terza figlia, o parrocchia, che da lei nascerà. Cardinale e Nunzio sono stati unanimi nel plauso al lavoro dei nostri.
Sarebbe lungo e ripetitivo parlare di ogni missione. Cercherò di evidenziare ciò che, cammin facendo, ci è sembrato di constatare. In primo luogo il personale. L’età media si sta abbassando grazie all’arrivo, negli ultimi anni, di missionari giovani, speranza del futuro della missione. Non viene meno però la tenacia di un bel gruppo di anziani, che continuano a rendersi utili nonostante l’età. Alcuni si lamentano di non poter più guidare, ma la loro esperienza e saggezza ricorda a tutti che la missione è soprattutto presenza, visita e sosta prolungata in mezzo a coloro che si evangelizzano. Esiste nelle comunità una tensione benefica tra il “fare” e il “sostare”, ancora con una certa preponderanza del primo sul secondo. A tutti abbiamo ricordato la necessità di invertire le precedenze.
Il lavoro pastorale è intenso. Ci sono gruppi strutturati per ogni categoria di persone. Poi ci sono i catechisti (uno o due per villaggio), animatori delle Comunità di Base, fiore all’occhiello delle parrocchie e responsabili del catecumenato. Il ruolo del missionario ci è parso ancora troppo preponderante e determinante. La Visita ha stimolato con forza la formazione di una Chiesa più ministeriale, dove il missionario diventa promotore, formatore e coordinatore di ministeri laicali operanti nelle comunità. Costante è stato anche l’appello all’animazione missionaria e vocazionale e all’impegno nel settore della Giustizia e Pace. La Regione ha risposto positivamente ad un progetto di animazione missionaria fatto dalla Visita: costruire un centro di animazione missionaria per evidenziare il nostro specifico carisma e per aiutare la Chiesa locale a diventare sempre più missionaria. L’assemblea finale ha accettato la proposta, il Consiglio Regionale l’ha discussa e approvata ed ora è in via di attuazione.
L’impegno nella promozione umana è presente ovunque. Lo dimostra l’esistenza, in quasi tutte le missioni, di “officine-scuola” che si propongono di addestrare uomini e donne per il domani del Tanzania: scuole di cucito, segherie, falegnamerie, officine meccaniche, calzolerie…, di indiscutibile utilità in un Paese dove la gioventù non qualificata difficilmente trova lavoro. In Regione, non mancano, a questo proposito, delle scelte veramente coraggiose e stimolanti. Nel campo della salute balzano agli occhi l’ospedale e la scuola superiore di formazione di analisti laboratoriali di Ikonda: opere degne di ammirazione. Situate in una regione di difficile accesso e dove l’AIDS e altre malattie infettive mietono vittime in abbondanza, queste opere offrono speranza di vita ai malati, che qui vengono squisitamente accolti e scienza ai giovani nel ricercare, analizzare, prevenire e, se possibile, arrestare il processo della malattia. Non è facile gestire due opere di questo genere e merita lode chi lo sta facendo cercando con determinazione e tenacia di non lasciare cadere questa sacra eredità e di migliorarne sempre più l’efficienza. La visita non ha risparmiato parole di incoraggiamento e ha garantito che l’Istituto non mancherà di sostenerle col suo aiuto. Fortunatamente, trascinati da chi sta dando la vita per questo fine, aumenta il numero di coloro che si aggregano a noi per mantenere vive queste opere benemerite.
Nel campo sociale spicca la Faraja House, centro di accoglienza per bambini di strada. Chi visita quest’opera rimane impressionato dalla finalità che si propone, emozionato con i risultati percepibili negli occhi dei bambini e colpito dall’ordine e dalla serenità che ritrovano coloro che, fino a ieri, dalla società non ricevevano che abbandono, insulti e rigetto. Ma forse non si accorge delle difficoltà che debbono superare i Missionari - confratelli e laici della Consolata - impegnati in questa missione, né della trepidazione che li sovrasta pensando al futuro dell’opera e soprattutto dei bambini. Anche questa è un’iniziativa che non può morire, ma di cui si deve studiare l’evoluzione ottimale. Questo punto di vista è condiviso dalla Visita, dalla Direzione Regionale e da chi con tanto amore vi consuma la vita.
Quanto ai mezzi per svolgere la missione, direi che quasi tutti i nostri centri sono dotati di strutture abbondanti, idonee ed efficienti. Chiese belle ed ampie, cappelle in muratura nei villaggi, saloni parrocchiali, fabbricati per accogliere e formare i catechisti e altri gruppi, dispensari, asili per bambini, qualche orfanotrofio, mezzi di trasporto a sufficienza, sempre pronti per portare l’evangelizzatore all’incontro dei fedeli e dei non cristiani. I missionari che si sono succeduti negli anni (onore sia fatto ai fratelli), hanno costruito per la Chiesa locale un patrimonio veramente ricco e completo. Si osserva che forse sono strutture troppo complesse e difficili da gestire e che non se ne dovrebbero fare delle altre. Sarebbe un peccato, tuttavia, che quelle esistenti non raggiungessero lo scopo per cui sono state fatte - la formazione cristiana -, magari adducendo la scusa che non si ha tempo! Bisogna ricordare che i mezzi, per raggiungere il loro scopo, debbono essere della stessa natura del fine. E questo significa mettere l’accento, più che sulle strutture, sull’evangelizzazione, sulla formazione, sulla catechesi, sulla prossimità alla gente, sulla coerente testimonianza di vita della comunità missionaria. Questi i contenuti che i giovani, futuri Missionari della Consolata tanzaniani cercano di assumere ed incarnare nei due bei seminari di Mafinga e Morogoro: exempla trahunt! È questo il messaggio che abbiamo lasciato ad ogni comunità rilevando gli aspetti positivi e quelli suscettibili di miglioramento. A tanto è servita la versatilità, la perspicacia e la snellezza di p. Bellagamba. A tutti il nostro grazie!
P. Norberto Louro
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