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Scritto da P. Giuseppe Inverardi
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Nasce il 24.2.1928 a Castelli Calepio (BG). Entra nell’Istituto nel 1941; emette la professione religiosa nel 1950 e diventa sacerdote nel 1954. Viene subito destinato al Tanzania. Le tappe del suo apostolato lo vedono impegnato come cooperatore nella parrocchia di Kipengere fino al 1960 e poi come parroco a Kisinga (1960-’71) e Matamba (’71-’79). Dal 1979 al 1983 lavora a Kibao, Ng’ingula e Chosi come aiutante o sostituto. Successivamente torna a fare il parroco di Matamba fino al 1995 e da quella data fino alla morte lavora come cooperatore a Nyabula. Per le malattie di cui soffriva (bronchite cronica, diabete, pressione alta, flebite, vene varicose) la morte era sempre in agguato, tuttavia sopportava tutto con serenità senza mai declinare le sue attività per motivi di salute. Infermo da alcuni giorni, mercoledì 9 luglio fu trovato morto in camera. Morte causata, probabilmente, da un embolo. La salma fu vegliata a Nyabula, dove il giorno seguente ho celebrato l’eucaristia accompagnato da un gruppo di confratelli. Quindi fu portata a Tosamaganga dove il venerdì mattino si sono svolti i funerali presieduti dal vescovo di Iringa, mons. Tarcisius J. M. Ngalalekumtwa. Lo accompagnavano 44 sacerdoti, Missionari della Consolata e altri, Suore della Consolata e di altre congregazioni e molta gente venuta da Nyabula. Terminata la celebrazione il feretro fu portato processionalmente nel cimitero dei Missionari della Consolata dove fu sepolto secondo i riti della cultura locale che esprimono gioia e fede nella risurrezione. Padre Angelo fu un uomo, sacerdote e missionario buono. Una bontà senza troppe parole e orpelli, come un po’ tutta la sua esistenza. Ma una bontà che era vicinanza, facilità di relazioni, parola scherzosa, cuore e servizio. Era animato da vero spirito missionario che ha dispiegato durante 49 anni di sacerdozio vissuti tutti al servizio del Tanzania e nei posti più difficili, sia per la lontananza sia perché circondato dai luterani in tempi non ecumenici. Impegnato nell’apostolato diretto, il Signore l’aveva associato a quello della sofferenza che visse con serena accettazione.
P. Giuseppe Inverardi
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