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Padre Mario Bianchi PDF Stampa E-mail
Scritto da Da Casa Madre   

UNA VITA AL SERVIZIO DELL’ISTITUTO E DELLA CHIESA
Nacque a Coriano (Forlì) ed entrò nell’Istituto nel 1947, proveniente dal Seminario diocesano di Rimini e con l’assenso del suo vescovo, mons. Luigi Santa, IMC.
Dopo l’ordinazione sacerdotale, studiò a Roma laureandosi in teologia all’Angelicum. Per 13 anni ha insegnato nel Seminario Teologico IMC di Torino, poi assunse anche la direzione della rivista “Missioni Consolata” e delle Edizioni IMC. Fu destinato al Kenya nel 1966 e nel Capitolo Generale del 1969 venne eletto Superiore Generale. Rieletto per un secondo mandato, terminò il suo servizio nel 1981.
Nello stesso anno fu nominato Superiore della Delegazione Centrale e riconfermato nel 1984. Nel 1987 fu richiesto dal Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli come Segretario Generale della Pontificia Unione Missionaria, compito che espletò fino al 1995. Trascorse poi alcuni anni in Casa Generalizia prima di trasferirsi a Torino, Casa Madre.
L’11 agosto 2003, alle ore 17,30, è stato chiamato alla Casa del Padre. Aveva 78 anni di età, con 55 di professione religiosa e 53 di sacerdozio.
Il funerale si è svolto il 13 agosto, mercoledì, alle ore 11, presso la chiesa del beato Allamano. Ha presieduto la celebrazione p. Piero Trabucco, Padre Generale, attorniato da una sessantina di confratelli provenienti da tutte le case del nord Italia. Da Rimini era presente un gruppo di parenti tra cui due nipoti sacerdoti. Numerosa anche la partecipazione di consorelle della Consolata. La salma è stata sepolta nel cimitero di Torino, nella tomba di famiglia dell’Istituto.


DAL TESTAMENTO SPIRITUALE DI P. MARIO BIANCHI
«Ringrazio il Signore di avermi chiamato ad essere Sacerdote, Religioso e Missionario nell’Istituto della Consolata.
Il Signore ha disposto che avessi la responsabilità della Direzione dell’Istituto, durante un periodo non facile della sua storia.
Chiedo perdono a Dio e ai Confratelli per quello che non ho fatto o ho fatto non bene, nello svolgimento del mio servizio.
Prego il Signore di donarmi la perseveranza nella mia vocazione missionaria, per la quale non saprò ringraziarlo mai abbastanza; e mi raccomando con fiducia e umiltà alla misericordia di Dio e alla preghiere dei Confratelli.
La SS. Consolata, che mi volle nella Famiglia dei Suoi Missionari, mi ottenga dal Signore la corona dell’apostolato per le preghiere del Padre Fondatore e di coloro che, fedeli alla loro vocazione missionaria e religiosa, hanno già terminato il loro servizio alla Chiesa e si sono ricongiunti al Padre della nostra Famiglia.
In fede: P. Mario Bianchi, IMC - Roma, 12 luglio 1981

FRAMMENTI DELL’OMELIA DI PADRE PIERO TRABUCCO
È stato scritto che ciò che dà senso alla vita, dà senso anche alla morte. Tante sono le cose che hanno riempito la vita di P. Mario Bianchi: la vocazione, la missione, l’Istituto, l’insegnamento, la sua passione per la Chiesa. Un bagaglio pieno il suo, che certamente ha reso significativo anche il suo passaggio dalla sua dimora terrena alla casa del Padre.

Penso che tra i tanti doni che P. Bianchi lascia all’Istituto, questo sia il più bello e il più importante: la sua fede schietta e intensa, sincera e senza affettazione ha fatto di lui un vero uomo di Dio. Egli ha saputo camminare in quella scia di santità che il Beato Allamano voleva dai suoi figli. Una santità, caratterizzata da una spiritualità apostolica profonda che riempiva la sua vita di tanta preghiera, che poi generava forza ed energia per spendersi completamente al servizio della missione.

L’insegnamento era forse la sua prima “vocazione”. In lui però non era l’intelligenza a prevalere: era la sua spiritualità, il cuore, la sapienza della vita che avevano sempre la meglio. Mi piace pensare a p. Mario come ad un “piccolo” a cui il Signore fa partecipe delle cose del Regno: anima limpida e schietta, sincera e delicata. Non per nulla, di tanto in tanto, alcuni confratelli affermavano, scherzando: ma P. Bianchi non ha peccato originale!

La “passione” della sua vita fu però sempre la missione. Come Superiore Generale ha avuto possibilità di scrivere molto e l’argomento preferito era la missione: sacerdozio e missione, vita religiosa e missione, Eucaristia e missione, la Consolata e la missione, la formazione permanente del missionario...
Possiamo affermare che la missione ha veramente riempito tutta la sua vita e di questa sua pienezza sapeva contagiare gli altri.
Gli scrisse il Card. Tomko nel 1995 quando lasciò l’incarico di Segretario Generale della Pontificia Unione Missionaria: «Ella ha svolto un compito quanto mai delicato: di tener desta e alimentata nel cuore dei presbiteri e delle diverse Famiglie Religiose la passione per l’evangelizzazione, memoria costante del mandato evangelico affidato dal Signore Gesù ai suoi Apostoli: Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni creatura» (Mc 16,15).

Desidero ancora ricordare un ultimo elemento: il suo grande amore per l’Istituto, sua famiglia. Ha servito la missione servendo l’Istituto, e lo ha fatto con impegno, intelligenza e senso di responsabilità, senza mai tirarsi indietro. Ha iniziato il suo servizio come Superiore Generale in un periodo non facile: erano gli anni del dopo Concilio, tempo di rinnovamento ma anche di contestazione, a volte poco prudente o scarsamente illuminata.
Del Concilio Vaticano II P. Mario ha cercato di assorbirne lo spirito per farsi poi interprete fedele e coraggioso nell’Istituto. Le lettere circolari di quel tempo rileggono le principali intuizioni del Concilio e le applicano alla vocazione missionaria, al carisma dell’Istituto, alle realtà sovente difficili che i missionari incontrano nei vari continenti.
Mai ha delegato la sua responsabilità di guida nell’Istituto. E neppure ha mai messo da parte il suo ruolo paterno nei confronti dei missionari. Il 30 novembre del 2000, nella cappella di Casa Generalizia in Roma, ricordando i suoi 50 anni di sacerdozio, rileva un dettaglio che è però una rivelazione della sua anima sacerdotale. Confessa che di fronte ad un mondo e ad una società che si caratterizzano per la sfiducia, l’insoddisfazione e la negatività, lui ha cercato di essere per tutti, ma soprattutto per i confratelli, un missionario che parla della tenerezza di Dio Padre, una tenerezza che conforta, che dà gioia e speranza. Sente in questo modo di essere un vero missionario della Consolata.

Dal Cielo, in compagnia del P. Fondatore e di tutti i nostri confratelli defunti, si faccia ora intercessore per l’Istituto, sua famiglia che egli ha tanto amato.

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