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La Chiesa locale PDF Stampa E-mail
Scritto da Da Casa Madre   

Padre Manna si può considerare un profeta in questo campo. Egli comprese bene il significato e la realtà di quest’espressione, la sua natura teologica e le sue esigenze pratiche, e per tutta la sua vita si batté per far sì che questa potesse diventare una realtà nella Chiesa Universale.
La Chiesa locale è necessaria se si vuole propagare il cristianesimo. «Le odierne missioni si presentano ai non cristiani d’Oriente soprattutto come organizzazioni di stranieri: la loro natura religiosa non risulta sempre di prima e diretta evidenza. In generale i non cristiani non vedono subito Gesù Cristo nella propaganda delle missioni… Se vedono una religione, è la religione degli europei e degli stranieri. Dov’è il difetto? Nell’occidentalismo di cui religione e missionari sono rivestiti».

Come rimediare a questo difetto?
«Spogliare per quanto è possibile la religione cristiana dalle sue forme occidentali non necessarie e rivestirla in ogni paese di forme indigene… Se vogliamo che il Vangelo si propaghi, bisogna che questa ‘forma esterna’ del cristianesimo, come si è plasmata greco-romana in Europa, così naturalmente divenga cinese in Cina, indiana in India, ecc.».

«Accelerare la formazione del clero indigeno e passare gradatamente a questo tipo di chiesa [deve essere la preoccupazione] del l’evangelizzazione, per cui scompaia da essa ogni ingerenza straniera…
Ma come lo formiamo noi oggi, questo clero indigeno, serve bene alla causa? Se ne può formare un numero adeguato al bisogno? Non sembra che la risposta a queste domande possa essere decisamente affermativa. Perché il nostro metodo di formazione estranea i soggetti dal loro naturale ambiente, rende la loro educazione superfluamente difficile e quindi lunga, per cui i preti che produciamo sono poco idonei alla missione nelle loro terre».

È necessaria una riforma liturgica che abolisca il latino come lingua ufficiale della Chiesa, adotti la lingua del luogo, e adatti tutti gli elementi locali per le celebrazioni. «L’aver voluto vedere il cattolicesimo attraverso il latino e l’aver imposto questa lingua alle chiese di popoli tanto lontani e di altro genio e civiltà si è risolto in indebolimento per la fede, che nata per diventare cittadina in tutte le terre, se ne è veduta ostacolata la via». «Per otto o dieci milioni di cattolici orientali sono concessi ben cinque riti diversi (alessandrino, antiocheno, armeno, bazantino e caldeo). Non si potrà concedere la liturgia (speciale) ad un popolo cinese che venuto alla fede, raddoppierebbe il numero di tutti i cattolici del mondo?
Tale riforma, attuata con senno e buona volontà, costituirebbe un enorme passo avanti verso la cristianizzazione del mondo infedele, sia per i benefici che ne risulterebbero, sia per il valore intrinseco della riforma stessa, rendendosi così il culto più intelligibile dal popolo fedele…».
Difficoltà? Certamente! Ma «quando ci si avvede che, per arrivare ad una determinata meta, la strada intrapresa non è la più adatta, la si cambia, anche se bisogna andare qualche passo indietro…».

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