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L’ULTIMO CAROVANIERE PDF Stampa E-mail
Scritto da p. Sergio Frassetto   

Giovanni Tebaldi
L’ULTIMO CAROVANIERE
Gaudenzio Barlassina
1880 – 1966
Prefetto Apostolico del Kaffa,
Superiore Generale dei Missionari della Consolata.

Ed. EMI – pgg. 382

Una vita temeraria, quella dell’ultimo carovaniere: la sua impresa solitaria dal Kenya ad Addis Abeba nel 1916, gli anni incerti in cui, travestito da mercante, attraversava in sella a un mulo i territori degli schiavisti, le macerie delle missioni, i missionari internati nei campi di concentramento…
Non era stato lo spirito d’avventura a chiamare Gaudenzio Barlassina in Africa, ma l’invito di Cristo: «andate in tutto il mondo e predicate il mio vangelo». Giovane sacerdote della diocesi di Torino, la missione ad gentes lo avrebbe portato prima in Kenya e quindi in Etiopia come prefetto apostolico della provincia del Kaffa, che mezzo secolo prima era stata la terra del cappuccino piemontese Guglielmo Massaia.

«La sua vita intensa - scrive p. Piero Trabucco nella prefazione – e, sotto molti aspetti, originale, godeva di un fascino particolare, capace di suscitare attrazione. Si trattava di cogliere gli aspetti singolari di questa personalità attraverso la composizione dei documenti e delle testimonianze di coloro che lo avevano conosciuto da vicino e avevano condiviso con lui gli anni trascorsi in Kenya, Etiopia e Italia.
Sta proprio in questi personaggi il filo conduttore della sua vita, iniziata da missionario sul campo e proseguita con il compito di condurre, come superiore generale, la comunità attraverso gli anni burrascosi della guerra italo-etiopica, della seconda guerra mondiale e della ricostruzione. Nei 16 anni del suo governo l’Istituto raggiunse una grande espansione sia in Africa che in America Latina. E non solo in persone e opere, ma anche nei valori dello spirito».

Scrive p. Tebaldi nell’introduzione: «Non fu impresa semplice affrontare un personaggio come Gaudenzio Barlassina, apparentemente metodico, sistematico e originale, ma allo stesso tempo imprevedibile in ogni suo movimento, in ogni sua parola, in ogni sua scelta. Catalogarlo entro un tipo preordinato di sacerdote, missionario, o semplicemente di uomo, equivale a giocare d’azzardo. Era naturalmente tutto questo, ma a suo modo e a suo tempo. Un modo e un tempo che spesso non coincidevano con quello degli altri, perché era sorretto da opportunità, incertezze e temerarietà quali è dato affrontare nei momenti più incerti della vita… Ma la tempra dell’uomo sapeva resistere, sostenuto dalla fede e dalla preghiera».

«È nell’interiorità della sua vita – continua p. Trabucco - che si coglie il segreto della donazione; nella preghiera la forza della fedeltà; nella semplicità interiore l’amore per i liberi e per gli schiavi. Le asperità della vita missionaria che penetrano l’anima e la fanno soffrire si addensarono abbondantemente su di lui, ma Barlassina le seppe affrontare con fortezza d’animo e con l’aiuto dei suoi confratelli e consorelle».

«Aiutava – aggiunge l’Autore – il coraggio, la tenacia e una notevole dose di diplomazia grazie alla quale l’evangelizzazione poté raggiungere alcuni suoi obiettivi giocando con le cerimonie di corte, gli abboccamenti e incontri amichevoli con i grandi dell’impero etiopico e le autorità ecclesiastiche copte.
Fu grazie a questa sua capacità di trattare i grandi da grandi che lo mise in condizione di addentrarsi nei luoghi più lontani e interni del territorio seguendo le vie carovaniere, solitamente frequentate da mercanti di merci e di schiavi. A piedi o a dorso di mulo, insieme ad una scorta di padri, suore e portatori, copriva lunghe distanze che separavano Addis Abeba dal Kaffa, di cui era prefetto apostolico in incognito.
Del carovaniere aveva il senso della direzione, la resistenza, l’occhio e l’udito capaci di avvertire il sopraggiungere di eventuali pericoli; comunicava ai compagni la sicurezza e la sopportazione; pregava in tenda e sotto il cielo. La carovana, che ai suoi tempi era il mezzo di trasporto più seguito, cominciò a scomparire con la fine della schiavitù e la costruzione delle strade. Barlassina assistette, ultimo carovaniere, al lento tramonto di antichi usi e costumi.
Era scaltro con i capi locali, così da diventare come uno di loro senza accordare doni, ma promettendo di ricordarli nei suoi frequenti incontri con il ras negus neghesti Makonnem, imperatore d’Etiopia.
La sua qualità di guida non si limitò agli anni della permanenza in Etiopia (1916-1933), ma continuò nel periodo del suo mandato come superiore generale dell’Istituto (1933-1949)».

Padre Trabucco aggiunge che «Fu grazie ad essa che, negli anni seguenti, dalla missione nacquero le chiese locali di Nyeri, Meru, Iringa e Nyassa con propria autonomia, gerarchia e clero. Nyeri, che era stata la prima tappa missionaria di Barlassina, dopo il Concilio Vaticano II fu affidata al primo vescovo africano, mons. Cesare Gatimu. Era finito il loro lavoro e i Missionari della Consolata si trasferirono ad altre terre di prima evangelizzazione come, ad esempio, il Chaco argentino, il Caquetá colombiano, il Rio Branco brasiliano.
In questa nuova impostazione p. Barlassina svolse una parte di primo piano, suscitando nei membri dell’Istituto grande entusiasmo nei confronti della Missione e delle popolazioni indie. Negli anni del dopo Barlassina l’Istituto ha continuato a svolgere la sua opera in mezzo alle stesse popolazioni, e continua tuttora il suo impegno».

La vicenda di Gaudenzio Barlassina si compone sostanzialmente di tre periodi: 1. la missione in Kenya (1903-1915); 2. la missione in Etiopia (1916-1933); 3. la missione in Italia (1933-1949).
In questi passaggi vi sono state rilevanti variazioni di stile e di metodo, che hanno contribuito a far luce sugli aspetti caratteristici della sua umanità e religiosità, così come a mettere a nudo le carenze della personalità e dell’opera.

Ma – conclude p. Trabucco - al di là della sua opera, rimane l’uomo, il religioso, il missionario che «ama la sua famiglia religiosa con tutto il cuore ed è fermamente convinto che solo in una famiglia unita i fratelli e le sorelle si amano e si accolgono. Questo è anche l’insegnamento che torna frequentemente nelle sue lettere ai missionari e resta tuttora vivo nel ricordo di molti».

A cura di p. Sergio Frassetto

Il libro “L’ultimo carovaniere” è distribuito dall’Ufficio Adrema di Torino

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