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FRATEL PIETRO MENEGON A 76 anni, fratel Pietro Menegon ci ha lasciato per la Casa del Padre. Missionario di stampo antico, quello della modestia e della semplicità, ha costruito materialmente il Regno di Dio a forza di martello e cazzuola incarnando alla perfezione l’insegnamento del Padre Fondatore: “Il bene va fatto bene e senza rumore”.
Nato il 7 settembre 1927, a Montebelluna (TV), si è consacrato a Dio con la professione dei consigli evangelici nel 1949. In una rarissima intervista, concessa a p. Gigi Anataloni per la rivista “Amico”, nel febbraio del 1979, egli confessa che il contagio della missione lo prende dai fratelli Vittorio e Giovanni e dal cugino Eugenio già Missionari della Consolata. A 13 anni decide di entrare tra i “coadiutori”, come si diceva allora. Non disprezza lo studio, ma si sente portato più per le cose pratiche. C’è la guerra e così deve aspettare fino ai 18 anni per iniziare la sua preparazione. Dai fratelli più anziani impara arti e mestieri, per arrangiarsi un po’ in tutto: idraulica, elettricità, agricoltura, calzoleria, falegnameria. Dopo il noviziato vorrebbe partire subito, ma deve fermarsi per perfezionarsi ulteriormente e imparare sul serio un mestiere. Va ad Alpignano (1950-1960). È in costruzione la casa dei fratelli. È l’occasione buona per specializzarsi in arte muraria. La possibilità della pratica non manca. Per la teoria ci pensa la sera dopo il lavoro. Spesso crolla stanchissimo sulle pagine del corso per corrispondenza che gli viene da Luino. Finito il corso, finita la casa. Ormai è qualificato per insegnare arte muraria e diventa istruttore nella scuola tecnica. Insegna muratura applicando con i suoi allievi lo stesso stile applicato con se stesso: pratica accompagnata dalla teoria. Poi viene ingaggiato per lavori più impegnativi: la casa dei missionari di Bedizzole (1961-62); la costruzione della clinica e della casa a Rovereto (1962-64). Tra il ’64 e il ’65 è a Madrid, in Spagna per lavori di sistemazione della casa, quindi in Portogallo dove costruisce l’Hotel Pax a Fatima (1965-67). Lavora con passione, semplicità, correttezza e competenza.
Nel 1967 viene richiesto dalla Prelazia di Roraima per costruire la cattedrale, una cattedrale degna di un luogo proteso verso il futuro. Con l’assicurazione che tutto è pronto, operai e materiali e che in sei mesi tutto sarebbe finito, fratel Pietro parte per realizzare quello che sarà il capolavoro della sua vita. Parte deciso a dare il meglio di se stesso, a donare tutto quello di cui è capace; mettere a disposizione degli altri tutta la sua competenza professionale, senza barare, senza mezze misure, senza secondi fini.
Arrivato a Boa Vista si accorge che le braccia ci sono, ma per il resto… Occorrono 3 mila sacchi di cemento e ce ne sono 5 cento; occorre il ferro e ce n’è a malapena per le fondamenta; occorre il legname ed è ancora da tagliare; occorrono elettricisti, carpentieri, ferraioli, muratori e ci sono solo braccia, in abbondanza. …I sei mesi diventano cinque anni. Pietro non si scoraggia. Comincia da zero. Assume un po’ di uomini del luogo e con loro comincia a lavorare. Forma due gruppi di lavoro. Un gruppo in foresta a tagliare il legname e un altro a 100 km di distanza nel letto di un fiume a raccogliere con latte di benzina la sabbia finalmente trovata. Occorre fare in fretta, prima della stagione delle piogge, perché poi si inonda tutto. Comincia poi a tracciare le fondamenta. Disegno alla mano, mostra come va letto e poi lo mette in pratica tracciando la prima parte. Poi passa il foglio a un operaio, fa ripetere a lui l’operazione. Lo corregge se sbaglia, gli insegna ancora a confrontarsi con i disegni, poi l’uomo e la squadra che è con lui imparano ad essere indipendenti. Pietro è sempre in mezzo a loro, discreto, rispettoso, deciso. Li osserva attentamente, impara a conoscerli, a cogliere le loro attitudini. Vede come uno è più tagliato come carpentiere, un altro come muratore, un altro come ferraiolo. Segue attentamente questi uomini, li forma con cura. Diventano i suoi più stretti collaboratori. Attorno a loro forma delle squadre specializzate di lavoro.
Quando arriva la stagione delle piogge tutto è pronto. Le fondamenta scavate con pala e picco sono un’ellissi perfetta. Con le piogge il fiume ingrossa. Possono arrivare i grandi barconi con il materiale atteso. Si può lavorare sul serio. Gli uomini cominciano ad essere molto affiatati e competenti. Pietro sa che da solo non può seguire tutto e tutti. La cosa più importante è che essi imparino veramente il loro mestiere per diventare capaci di farlo da soli. Finito il lavoro della cattedrale non saranno più dei disoccupati, senza un mestiere, ma in una città tutta da costruire saranno dei professionisti competenti, capaci e richiesti. Profondamente convinto che un uomo fa bene e con gioia quello che sa di saper fare, dà ad ognuno la possibilità di espletare le sue capacità.
È così che Pietro fa il missionario. La sua competenza non è quella di predicare, di fare il catechismo o cose simili. Non è la sua specialità. Altri, preparati per quello, lo facciano. Lui sa costruire ed insegnare ad altri a costruire. È l’unica cosa che è sicuro di far bene. Allora fa quello. Senza pretese e senza pubblicità. Altri criticano quella meravigliosa cattedrale che sta uscendo dalle mani sue e da quelle dei suoi uomini. Faraonica, la dicono. Meglio dare i soldi ai poveri. Pietro ha la coscienza a posto. Neppure un soldo di quelli spesi per la cattedrale è andato perso, anzi, si è speso meno del previsto. Soprattutto tutti quei soldi sono stati investiti lì, in uomini nuovi. Cinquanta, cento uomini nuovi, capaci di affrontare la vita in modo nuovo, senza paura del futuro.
Conclusi i lavori della cattedrale, viene richiamato in Italia per un’altra impegnativa impresa: i superiori hanno deciso di dare una sistemazione definitiva alla Casa Generalizia di Viale delle Mura Aurelie. Si tratta di un complesso di varie costruzioni, acquisite in tempi successivi, situate in posizione difficile, a ridosso delle Mura Aurelie, sul ripido declivio del Gianicolo e praticamente impossibili da relazionare tra loro. Pietro si mette all’opera e in otto anni di lavoro (1972-1980) trasforma quell’insieme di edifici disordinati e decrepiti in un moderno complesso armonicamente relazionato da passaggi, giardinetti e tunnel dove trovano spazio tutti gli ambienti necessari alla vita di una grande comunità: portineria, uffici, camere, chiesa, saloni ecc. Visto il buon risultato, si pensa di applicare lo stesso metodo alla casa di Bravetta dove ha sede il seminario teologico. Già scuderia dei Papi, gli edifici versano in condizioni pietose e fratel Pietro durante sei anni di lavoro (1980-1986), col tocco magico della sua cazzuola e nonostante gli stretti vincoli delle Belle Arti, li trasforma in moderni edifici, comodi e accoglienti. Non c’è tempo per riposarsi. I confratelli del Portogallo stanno espandendo le loro attività e hanno bisogno della sua presenza per guidare i lavori di costruzione della nuova Casa Regionale a Lisboa. Di lì a Fatima, dove l’animazione missionaria ha bisogno di strutture adeguate ed ecco sorgere il Centro Missionario e il Museo: strumenti importanti per diffondere lo spirito missionario tra i numerosi pellegrini che si recano al Santuario della Madonna. Dopo quattro anni, fratel Pietro è di nuovo in Italia. A Torino c’è bisogno di lui per dirigere i lavori di ristrutturazione ed ampliamento dell’Ospedale Koelliker che, in quattro anni (1990-1994) diventa una moderna struttura sanitaria tra le più rinomate d’Italia e d’Europa.
Ed eccolo di nuovo a Roma dove, tra il 1994 e il 1998 porta a termine la ristrutturazione completa della Casa Generalizia con la nuova sede della Direzione Generale, nella Casa A e la sistemazione dei locali nella Casa D rendendoli atti per ospitare convegni e corsi, anche di lunga durata, per gruppi numerosi di confratelli. Intanto si occupa anche di Passo Oscuro, il “pied-a-terre” sul mare laziale che, poco a poco, va ampliando e trasformando in una vera oasi bella e accogliente. Fratel Pietro forse pensa che la sua strada finisca li, in quell’angolino di pace, e ne avrebbe tutta la ragione dopo tanto “menar di picco e pala”. Ma non è ancora giunto il momento di riposarsi. In Africa l’Istituto trova in Costa d’Avorio un nuovo campo di lavoro dove seminare la buona notizia del vangelo. Partono i primi missionari e ci si accorge che c’è tutto da fare e la buona volontà non basta. In mezzo alla foresta è davvero un’impresa “tirar su” da zero una missione destinata a diventare Casa della Delegazione e ancora una volta si ricorre alle capacità e alle arti di fratel Pietro. È difficile far parlare fratel Pietro: egli preferisce farlo col martello e la cazzuola. Ma a tavola tra un boccone e un bicchiere, gli butti lì la domanda: «... ma perché parti ancora?», allora esce in toto, il veneto, concreto e umano: «… ma non vedi che non hanno niente, poveretti, sono tutti ammalati..., se vogliamo metterli in condizione di lavorare hanno bisogno di un minimo di strutture, una casa, una chiesa, un pozzo per l’acqua..., vedessi che miseria!». «Ma, non hai paura, alla tua non esagerata, ma pur sempre “veneranda” età, di iniziare un’avventura di questo tipo, che ha tutte le caratteristiche di una sfida radicale, non priva, tra l’altro, di incognite?». E la risposta è immediata: «Perché uno si fa missionario? Noi siamo fatti per andare fino in fondo, senza paura... il buon Dio ci aiuterà».
Fratel Pietro il primo marzo 1998 parte con quattro valigie e pacchi vari colmi, non di rosari e immaginette come farebbe un buon missionario e neppure delle comodità che renderebbero più gradevole, o meno disagiata la sua vita, come farebbe qualcun altro, ma colme di motori, pompe e meccanismi vari come lui solo farebbe. E la biancheria? Beh... sono quegli stracci che avvolgono gli ingranaggi. Non c’è dubbio che sia arrivata “ben oliata” a destinazione! Qui, secondo il suo stile, forma le varie squadre di lavoro, ciascuna con il proprio compito. Lui, italiano, parla in portoghese agli operai che, a malapena, capiscono il francese. Ma tutti lo capivano benissimo – ha assicurato Pietro – perché «quando si tratta di lavorare, non è la lingua che deve muoversi, ma le braccia e le gambe e queste… stanno zitte!». In sei mesi di duro lavoro la missione è in piedi pronta a fare da centro di irradiazione delle attività missionarie in tutta la regione. Ma la malaria non risparmia nessuno, neppure gli ossi duri come lui e in settembre è costretto a ritornare in Italia e a farsi qualche giorno di ospedale.
Ritorna a curare la sua oasi di Passo Oscuro sempre contento di accogliere i confratelli e di offrire loro un momento di relax nella monotonia della vita quotidiana. Il 4 novembre 1999 celebra i cinquant’anni di professione religiosa: cinquant’anni di fedeltà e di servizio alla causa del Regno, celebrati nell’affetto dei confratelli della Casa Generalizia. Ma non è ancora tempo di tirare i remi in barca: il Signore gli chiede il servizio della sofferenza. E Pietro, ancora una volta accetta di seguirlo portando la sua croce. Ammalato di tumore percorre tutta la salita del Calvario con i ricoveri all’ospedale, le operazioni chirurgiche, le chemio, gli sprazzi di benessere seguiti da lunghe prostrazioni… finché il Signore lo chiama con sé nella sua casa sabato, 15 maggio 2004. Il Padre Generale presiede il funerale che si svolge ad Alpignano, il lunedì 17. Fratel Pietro Menegon ha evangelizzato con la cazzuola e il martello. Costruendo case dove i missionari vivono la fraternità, chiese dove celebrare le lodi del Signore, scuole dove formare i poveri ad essere gli uomini del domani e ospedali dove curare le sofferenze del corpo, si è costruito la dimora più bella nel cielo: il Paradiso. P. Sergio Frassetto
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