|
DA MISSIONARIA A CONTEMPLATIVA Nel 1941 quando Katharine Drexel celebrò i cinquant’anni della sua professione religiosa - che coincidevano con il giubileo della fondazione, perché aveva fondato la nuova congregazione il giorno della sua prima professione -, le sue sorelle avevano ormai raggiunto quasi tutti gli Stati dell’Unione. Più di 400 suore del Santissimo Sacramento lavoravano tra gli indiani ed i neri nell’Alabama, in Luisiana, nel Dakota, nella Georgia, in Arizona, nel Mississipi, nel Missouri e in molti altri Stati, sempre al servizio dei più poveri. E Katharine Drexel era a quei tempi una delle donne più famose dell’America, conosciuta ed amata da molti perché non si era mai fermata durante quei cinquant’anni, e aveva sempre cercato di dare una risposta ai bisogni degli emarginati dovunque fossero.
Tuttavia già nel 1936 aveva avuto i primi segni che le indicavano come dovesse fermarsi. I primi leggeri attacchi al cuore li aveva nascosti abilmente, ma ormai doveva arrendersi. Perciò, rinunciò al superiorato e si ritirò in una cameretta della Casa Madre, comunque sempre disposta ad aiutare con il consiglio e le rendite dell’eredità paterna.
Nel suo rifugio, da cui sempre più raramente si allontanava, ritrovò la sua vocazione primitiva, quella della contemplazione e della preghiera. L’altare della cappella della casa paterna fu posto di fronte al suo letto e da una finestrella della sua stanza poteva adorare la Santissima Eucarestia, dedicandole tutto il tempo che aveva a disposizione. Anche lei quindi, sembra confermare che ogni uomo o donna alla ricerca della santità, abbia coltivato fin dall’inizio un’intima e prepotente aspirazione alla vita di preghiera ritirata dal mondo, in unione totale con il Signore. Basti pensare a Francesco d’Assisi e, per i tempi moderni, a Madeleine Delbrel.
Il Signore le concesse di vivere questa sua aspirazione per undici anni, finché, nel 1952, a 96 anni, la chiamò con sé. Non chiese mai la grazia di morire presto, ma di fare sempre la volontà del Signore. Visse poveramente fino alla fine. Un giorno che una novizia le portò il vassoio con il cibo, vedendo le fragole, chiese: «Oh le fragole! Anche le altre sorelle hanno fragole per pranzo?». «No, Madre», rispose Suor Tommasita. «Nemmeno io, quindi, avrò fragole» concluse immediatamente Madre Katharine.
La lunga degenza nella cameretta dell’infermeria le lasciò il tempo di scrivere le sue meditazioni. «Ecco – scrisse un giorno – che la primavera delle mia vita se n’è andata. Da questo vecchio ceppo, innaffiato dalla grazia del sangue sparso sul Calvario, possano spuntare nuovi germogli. Come dalle grandi piante della Virginia che sono state tagliate, come il passato della mia vita, dal terreno sottostante nascono nuovi verdi germogli che un giorno diventeranno alberi». P. Pietro Schiavinato
|