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DALLE PALAFITTE ALLA NUOVA PRIMAVERA PDF Stampa E-mail
Scritto da P. Pietro Parcelli   

SALVADOR DI BAHIA

Tra le palafitte di Novos Alagados, alla periferia di Salvador di Bahia, si respira la vera miseria. Da generazioni, i ricchi latifondisti si sono preoccupati di occupare tutta la terra disponibile senza lasciarne neppure un centimetro alla povera gente. Così, l’impossibilità di occupare uno spazio sulla terraferma ha indotto i più poveri a piantare qualche palo sulla riva del mare e a sistemarsi in misere capanne, formando il popolo delle palafitte. «Il mare -come dicono da queste parti- non è di nessuno, o meglio: è di Dio».
Qui la fame è di casa. Questa, assieme a tante altre calamità, è la malattia più brutta. Di fronte a realtà simili, Teresa di Calcutta aveva detto che «non è stato Dio a creare la miseria: l’abbiamo creata noi!».

La globalizzazione, nel suo aspetto più deteriore e devastante contribuisce a rendere i ricchi sempre più ricchi, mentre la “massa sobrante”, come dicono in Brasile, quella parte di umanità senza diritti e senza difese è destinata a scomparire dall’avanzata del cosiddetto “progresso” che premia i forti e schiaccia come un rullo compressore i deboli. Fra questi, i bambini sono quelli che pagano il prezzo più alto. La povertà-miseria non attrae, non piace a nessuno, non ha nessuna popolarità. I poveri sono un incubo per tanta gente. Anche per alcuni che leggono spesso: «Beati i poveri…».

Eppure, ho visto giovani prepararsi per mesi e venire fin qua, tra i più poveri, dove senti puzza di fogna, perché è tutta a cielo aperto, per vivere con loro un’esperienza di fraternità. Era il mese di agosto del 2001: quando mari e monti invitavano alle vacanze, un gruppo di giovani, provenienti da varie regioni d’Italia, ha vissuto un mese tra i Novos Alagados. Erano 17 e sono stati una presenza ristoratrice, come un bitter in piena calura estiva. La gente delle palafitte ha sentito il calore umano di questi giovani, accompagnati da p. Francesco Giuliani, che li ha preparati durante un anno intero.

Erano partiti da Cesena portando con loro una parola d’ordine: inserirsi con occhi d’amore e di fede in mezzo ai poveri. Ho visto nascere tante amicizie. Ho visto giovani dottoresse curare ferite e diagnosticare malattie fra i calcinacci di un salone in rovina e nelle palafitte a cui arrivavano per mezzo di traballanti passerelle di legno.
Alcuni di loro, in seguito, sono tornati per incontrarsi di nuovo con le famiglie amiche. Altri sognano di tornare. Quasi tutti si stanno dando da fare in Italia per raccogliere aiuti e dare una mano alle mamme che soffrono la fame. È davvero brutta la fame! A Napoli dicono: «Chi è sazio non crede a chi è digiuno».

Ho sempre presente un episodio sintomatico: un’animatrice che collabora al “Progetto Famiglie di Novos Alagados”, mi dice:
- Padre, Luciana picchia sempre le sue bambine: va a vedere cosa succede. Vado e chiedo a Luciana:
- Perché picchi le tue bambine?
- Piangono sempre e mi scoccia sentirle.
- Ma perché piangono?
- Hanno fame e io non ho nulla da dare loro.
- Ma perché non me l’hai detto? Tu sei animatrice, perché non parli?
- Ho vergogna…
E così, ho capito ancora una volta che i poveri si nascondono e preferiscono soffrire in silenzio.

Nel 2003 è venuto un altro gruppo di giovani. Erano partiti da Torino, accompagnati da p. Antonio Rovelli. Hanno svolto un lavoro di presenza amica, visitando le famiglie più povere e costruendo una biblioteca per i giovani che vogliono entrare all’università, ma non hanno i mezzi per comprare i libri su cui studiare.

Poi, con l’aiuto di tanti benefattori, abbiamo creato un centro di accoglienza: Kilombo do Kioiò. I Kilombo erano piccole repubbliche di schiavi che fuggivano e si mettevano insieme per creare spazi di libertà. Kioiò è una pianta medicinale che abbiamo trovato nel giardino della casa che abbiamo comprato. In questa sede si svolgono le attività del “Progetto Famiglie Novos Alagados”. Il nostro Kilombo aiuta 450 famiglie a fare un cammino che vuol essere di libertà, attraverso il lavoro e la preghiera. È un’esperienza di crescita sociale e religiosa per uscire dalla morsa della fame e dell’abbandono.

La caratteristica dei poveri è di nascondersi. Sanno di non aver diritto a nulla, di non poter esigere. Sanno che nessuno li vuole e di non essere ben visti neppure in chiesa per cui non ci vanno. Parlano adagio e a voce bassa per non farsi sentire. Quando ti avvicini, ti guardano con sospetto perché hanno paura che tu tolga loro anche quel poco che hanno e fuggono.
Il nostro lavoro è di “andare a caccia” di queste famiglie che fuggono e scompaiono tra i meandri della favela. Purtroppo, ci sono tanti altri che, senza averne bisogno, vengono a chiedere, o meglio, a esigere aiuto!

È difficile stare in mezzo a loro. Bisogna avere una forte carica interiore che viene solo dall’alto. Tante le scuse per fuggire: non ho tempo, non ce la faccio, mi stancano, c’è pericolo di assalti, bisogna essere prudenti…
Tanti sono i volti della povertà: dalla mancanza di cibo alla mancanza di socializzazione; dalla paura di vaccinare i figli per timore che vengano avvelenati, alla difficoltà di trovare un lavoro, alla fila chilometrica per una visita medica…

Qualcosa tuttavia sta cambiando: da due anni a questa parte si costruiscono delle casette sulla terra ferma, che vengono consegnate a chi vive sulle palafitte. Il progetto è finanziato anche dal Ministero degli Esteri Italiano. Il settore dove sorgono queste casette si chiama “Nuova Primavera” e fa ben sperare per il futuro. Brutto però è anche vedere gente che riceve la casa e la vende per tornare alle palafitte. Questa è ancora una forma di povertà che chiamiamo “ignoranza”.

Le famiglie che ora abitano nella Nuova Primavera hanno cambiato aspetto. Anche se continua la disoccupazione, la paura degli assalti e manca ancora il necessario per vivere.
Una signora, mamma di tre bambini, diceva: «Adesso non ho più paura di vedere i miei figli cadere nell’acqua inquinata e morire avvelenati. Adesso mi sento più sicura quando metto i piedi a terra».

P. Pietro Parcelli

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