|
Il 16 febbraio 2006 celebreremo l’80° anniversario della santa morte del beato Giuseppe Allamano. Quel lontano 16 febbraio 1926 ha segnato per sempre la vita della nostra famiglia missionaria. Mentre piangevano la scomparsa del loro padre, i figli e le figlie dell’Allamano hanno ben presto percepito di aver acquistato un protettore in cielo. Lo aveva promesso lui stesso: «Farò più di là che di qua». «Quando sarò in cielo vi benedirò ancora di più». L’Allamano è giunto all’appuntamento con la morte ben preparato. Anzi, possiamo dire che ha percorso l’ultimo tratto della sua vita terrena quasi correndo verso la porta del paradiso. Ecco alcune sue espressioni, riportate dai testimoni al processo canonico, che si riferiscono al suo sereno e consapevole incontro con l’eternità. Dopo la morte della cognata Benedettina Turco, disse alla nipote Pia Clotilde: «Tu ed io siamo rimasti soli; quindi dobbiamo procurarci tanti meriti per il Paradiso, dove i nostri cari ci attendono». In occasione delle feste dell’Ascensione e dell’Assunta: «Il Rettore è oggi più in Cielo che in terra». E pensando al Paradiso: «Ah! tutto viene a nausea quando si pensa al Paradiso». «La nostra patria è il Paradiso». «È tempo di lavorare; avremo poi tempo di riposare in Paradiso». A chi gli faceva notare che, lavorando così, si sarebbe abbreviato la vita: «Eh! Se anche fosse vero, non ne sarei pentito né in punto di morte, né tanto meno in Paradiso». Lo si sentiva dire: «Lavoriamo per il Cielo… lavoriamo per il Cielo». «Sulla terra tutto è fugace; si incontrano sempre difficoltà e opposizioni; ma quando saremo in Cielo avremo il premio di tutte le nostre azioni». «Voler morire solo perché si incomincia a sentire gli acciacchi, non è più fare la volontà di Dio».
Quando fu costretto a tenere il letto: «Il Signore lo sa come starei volentieri al suo cospetto, e come mi sarebbe caro passare delle ore là nel coretto, inginocchiato ad adorarlo… è per me un vero sacrificio, una mortificazione il privarmi di queste visite». All’infermiera: «Prega il Signore perché mi conceda la grazia di poter celebrare la Messa sino alla fine dei miei giorni». Ai primi di febbraio 1926, ai collaboratori del santuario: «Nell’altra malattia vi siete preoccupati di farmi ricevere i Santi Sacramenti, mentre io mi sentivo perfettamente tranquillo; in questa invece, sono io che mi preoccupo di ricevere i conforti religiosi, perché sento che mi avvio al termine». Accortosi che pregavano per la sua guarigione: «Non voglio io nulla che la volontà di Dio, tanto per la guarigione che per la morte. Questo domandate per me al Signore: né un minuto prima, né un minuto dopo». A chi gli augurava gli anni di S. Antonio abate: «Oh! No. Non pregate per questo… Hei mihi quia incolatus meus prolongatus est… (povero me, chè il mio esilio si è prolungato)». Quasi alla vigilia della morte, alla suora che doveva scrivere una lettera a sr. Chiara in Sicilia: «Non dirle che non sto bene, perché le farebbe troppo pena. Domandale piuttosto se ha bisogno di denaro». Al nipote che, dopo averlo cambiato, gli diceva: “Zio, sembra uno sposo”: «Sì, tra poco celebreremo le nozze dell’Agnello Divino». A tutti: «Per il bene che mi volete, dovete essere contenti che io vada a riposarmi in Paradiso». «Così dopo morte ci troveremo tutti insieme».
|